Una famiglia di “fujuti”, i Palamara-Scriva-Mollica-Morabito se ne erano andati da Africo da anni, almeno 25 secondo l’informativa della polizia che ricostruisce le dinamiche della cosca. Era scappati a Roma a seguito della faida di “Motticella” dalla quale erano usciti perdenti. Perdenti ma pronti a ricostruirsi un futuro. Una nuova vita “criminale” secondo la Dda di Roma guidata dal Procuratore Giuseppe Pignatone. Gli indagati – alcuni dei quali pregiudicati per associazione a delinquere di stampo mafioso, porto d’armi, omicidio, stupefacenti, sequestro di persona ed altro – sono ritenuti ora “responsabili del reato di intestazione fittizia di beni aggravata dal metodo mafioso ovvero dall’aver commesso il reato per favorire l’associazione mafiosa denominata ‘ndrangheta operante in Calabria e a Roma per il controllo delle attività illecite sul territorio”.
Romani d’adozione, ma con radici ben solide nella provincia di Reggio Calabria e in particolare ad Africo, dove come accennato erano stati tra i protagonisti della faida di “Motticella”, esplosa in tutta la sua violenza tra la metà degli anni ’80 e i primi anni ’90, nei comuni di Africo e Bruzzano Zeffirio. Da una parte la ‘ndrina dei Palamara-Scriva-Mollica-Morabito (cui appartengono gli indagati), e dall’altra quella dei Morabito-Palamara-Speranza. Una mattanza che ha lasciato sulla strada una cinquantina di morti, scaturita dalla gestione del sequestro della farmacista Concetta Infantino (avvenuto il 25 gennaio dell’83). Da quella data le due opposte consorterie si sono ammazzati per strada senza soluzione di continuità, a cominciare dall’omicidio di Pietro Scriva, allora considerato il boss del clan Scriva-Mollica a cui seguirono tutti gli altri. Fino alla pax mafiosa che si sarebbe realizzata alcuni anni addietro. Proprio le indagini dell’operazione “Crimine” hanno poi consentito di documentare il tentativo di Saverio Mollica e Giuseppe Velonà, quest’ultimo indagato anche nell’operazione “Fiore calabro”, di riaprire la “locale” di Motticella, che la ‘ndrangheta aveva chiuso proprio a seguito della faida. Dopo la guerra di mafia i protagonisti degli schieramenti volevano rimettere le cose a posto, circostanza emersa nel corso di alcune conversazioni ambientali captate all’interno della lavanderia Ape green di Siderno, intercorse al cospetto di Giuseppe Commisso, detto “U mastru”, una delle massime autorità criminali della ‘ndrangheta calabrese, a cui si chiedeva di intercedere presso gli altri capi. Una registrazione nella quale, tra l’altro, si diceva che c’erano tanti “giovanotti” pronti all’affiliazione e al giuramento di sangue alle “famiglie”.
g.ba.





