• Home / CALABRIA / Roma, Inchiesta Fiore calabro: colpo all’impero economico dei clan di Africo

    Roma, Inchiesta Fiore calabro: colpo all’impero economico dei clan di Africo

    di Giuseppe Baldessarro – Avevano già messo le mani su una dozzina di attività commerciali tra bar, negozi di fiori, panetterie, ottici, gioiellerie e compro oro. Il loro era un impero che via via si stava consolidando ed allargando. Non a caso erano sempre a caccia di nuovi affari, di business in cui investire e aziende da rilevare. Gli uomini della cosca Palamara-Scriva-Mollica-Morabito, di Africo, avevano piantato le loro radici nel Lazio e più precisamente nei comuni di Rignano Flaminio e Morlupo, a nord di Roma. Ed è li che sono andati a scovarli gli uomini della Squadra Mobile guidata da Renato Cortese che nel giro di un paio di anni su indicazione della Dda della Capitale hanno ricostruito la fitta rete di interessi economici che faceva riferimento a personaggi del calibro di Placido Antonio Scriva, Domenico Morabito e Domenico Antonio Mollica.

    Esponenti di vertice di un’organizzazione a base familiare che nel giro di 20 anni si era praticamente impadronita del territorio laziale riproponendo l’identico modello criminale già consolidato in Calabria.

    L’inchiesta “Fiore Calabro”, per la quale stamattina il Gip di Valerio Savio ha firmato tre ordinanze di custodia cautelare in carcere, spiega come gli africesi erano riusciti a ad appropriarsi passo passo di una serie di attività che una volta acquisite venivano intestate a vere e proprie teste di legno che in gran parte erano poi legate agli stessi attraverso vincoli di parentela. Fratelli, sorelle, mogli e cugini erano di fatto un’unica cosa. Una struttura criminale divisa per rami d’interesse diversi, ma tutti chiamati a rispondere delle proprie azioni ai vertici delle famiglie. Per questo gran parte degli indagati devono rispondere del reato di intestazione fittizia dei beni aggravata dall’aver agito per favorire la ‘ndrangheta.

    fiore calabroUn’indagine che, secondo gli inquirenti avrebbe svelato quella che è stata definita una prassi consolidata e finalizzata al reimpiego di proventi illeciti. Nella sostanza i clan (anche se il 416 bis non è contestato) reimpiegavano il denaro proveniente soprattutto dall’attività estorsiva e dall’usura rilevando o aprendo attività “pulite”. Attività che non erano mai intestate ai tre arrestati oggi, ma a loro parenti che in parte li gestivano, ma sempre sotto il controllo e le indicazioni di Scriva, Mollica e Morabito. Personaggi che in realtà risultavano poco più che nulla tenenti, pur consententosi un tenore di vita particolarmente alto.

    Così possedevano panetterie e bar, erano nel business della floricultura e in quello della grande distribuzione, senza dimenticare settori chiave come quello del compro oro, particolarmente redditizio in un momento in cui la crisi schiacciava le famiglie. Un giro d’affari imponente, se si calcola che secondo le stime della Polizia il valore dei patrimoni sequestrati (tra imprese, quote societarie, immobili e autovetture) ammonterebbe a circa cento milioni di euro.