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    Turismo e Calabria, un binomio possibile? C’è chi ci ha scommesso una vita intera…

    di Clara Varano – La Calabria regione a vocazione turistica? “Si può fare…”. Sono ormai molte le realtà imprenditoriali che negli ultimi tempi hanno trovato nel turismo, quello ecosostenibile, quello intelligente, la propria strada. Tra queste c’è “Orme nel Parco” uno dei parchi avventura più conosciuto in Italia e che ha fondamenta solide nella politica del “fare bene per vivere bene”. Se allora il turismo non è solo un Narciso irraggiungibile, perché la bella Calabria del turismo continua a specchiarsi nell’acqua? Ne abbiamo discusso con Massimiliano Capalbo, amministratore di “Orme”, analizzando luci e ombre di una Calabria che “non va” nella direzione giusta.

    Turismo in Calabria. La tua realtà imprenditoriale dice che è possibile farlo con successo. Qual è il segreto di Orme nel Parco?

    Certamente non fermarsi di fronte alle apparenze, cercare sempre di guardare oltre, lontano, prima degli altri e non accodarsi alla massa. Occorre muoversi esattamente nella direzione opposta rispetto agli altri, in particolare in questa regione. In Calabria molte cose non sono possibili non perché siamo una regione particolare (questo è quello che vogliono farci credere per giustificare molte cose) ma per il semplice fatto che chi ha un’idea, spesso, è egli stesso a non crederci fino in fondo, i sabotatori sono ancor prima che fuori dentro di noi, nella nostra mente. L’ambiente poi influenza le nostre decisioni e l’opinione degli altri, in particolare nei piccoli centri, pesa come un macigno sulle scelte quotidiane che si compiono, anche le più banali come l’acquisto di un capo di abbigliamento, figuriamoci per quelle più importanti e impegnative come creare un’impresa. Altrimenti non si spiegherebbe perché i calabresi che emigrano molto spesso riescono ad ottenere successo lontano dal proprio ambiente. Inoltre, troppa gente invece di rimboccarsi le maniche si mette in fila in attesa del proprio turno, in attesa che qualcuno li chiami, ma se non ti sposti dalla fila non riesci a vedere cosa c’è davanti.

    La Calabria è potenzialmente la regione con il maggior numero di attrattive per il turismo in Italia. Cosa c’è di sbagliato?

    Innanzitutto siamo ciechi, non riusciamo a vedere tutto il ben di Dio che ci circonda, e questo per tre ragioni: 1) checché se ne dica abbiamo un tenore di vita mediamente buono, qui la crisi economica non è mai arrivata perché questa è una regione ancora obiettivo 1, dove sono arrivati e continueranno ad arrivare (almeno fino al 2020) moltissimi fondi pubblici, questo significa che abbiamo una società che non si è scontrata ancora col bisogno, con la necessità, e quando non sei spinto dal bisogno non ti guardi intorno e non agisci; 2) andiamo dietro a false credenze e leggende metropolitane: c’è chi crede ancora di poter trovare un posto fisso attraverso la politica ma per fortuna non è più così, questa è l’epoca dei selfie e questo vale anche per il lavoro; 3) le istituzioni dovrebbero avere un semplice ruolo di coordinamento delle risorse e degli attori presenti sul territorio, dovrebbero puntare sulle eccellenze e attraverso l’esempio di queste ultime dovrebbero stimolare negli altri lo spirito di emulazione, e invece tendono ad appiattire tutto (nessuno deve emergere) e continuano a lavorare per creare clientele che possono sempre tornare utili in caso di elezioni. Il turismo non è mai stato messo al centro delle politiche e mai lo sarà. Questo potrà avvenire solo se gli imprenditori seri e appassionati lo imporranno alla politica, se la smetteranno di sottomettersi in cambio di qualche spicciolo. La politica dovrebbe solo coordinare quello che c’è già e intervenire per eliminare gli ostacoli che si frappongono tra l’impresa e il successo.

    La Regione, oggi centrodestra, ieri centrosinistra, in cosa non è stata all’altezza?

    E’ sempre mancata una visione ma, soprattutto, la buona fede. I calabresi non hanno ancora capito che se uno non è riuscito a risolvere il proprio problema di vivere non può risolvere neanche quello degli altri. Anzi, spesso i problemi delle masse vengono utilizzati strumentalmente per risolvere i propri. Bisogna essere proprio masochisti, vivendo una vita di successo e di serenità, per decidere di scendere in politica in Italia, oppure disperati. Quando leggo i curriculum dei candidati sui volantini elettorali mi viene da sorridere perché penso, se sei una persona così di successo nella tua attività perché non continuare ad esserlo? Perché dalle stelle vuoi finire alle stalle? E’ come decidere di mandare via da una scuola un professore molto bravo, siccome è troppo bravo come professore adesso lo mettiamo a fare il giardiniere. In realtà quei curriculum sono spesso gonfiati e, se non sai dove aggrapparti, spesso la politica può essere quella zattera che ti consente di galleggiare in un mare in tempesta. Sono state costruite tante carriere politiche in questa regione strumentalizzando la disperazione della popolazione e con la complicità degli elettori stessi che sono stati molto volentieri al gioco.

    In cosa, invece, non sono all’altezza gli stessi calabresi?

    I calabresi dovrebbero finalmente avere uno scatto di orgoglio, di amor proprio. Non riesco a provare pietà nei confronti di chi, dopo avere elemosinato un posto di lavoro dal politico di turno viene licenziato da una delle aziende che si sono prestate al gioco, che ha galleggiato per il tempo necessario a prendere il finanziamento e scappare. Quando li vedo scendere in piazza e protestare vorrei dirgli di rivolgersi al proprio referente politico invece di creare disagi, bloccando le strade, a chi il lavoro se l’è inventato con tanti sacrifici e passione. Considero questi lavoratori complici, al pari di questi pseudo imprenditori e dei sindacati, del fallimento economico e sociale di questa regione. E’ cronaca di pochi giorni fa la scoperta di 3000 finti braccianti nella provincia di Cosenza, non si può pensare di continuare così a lungo. Il tempo delle truffe sta per finire, nel mondo delle imprese responsabili non c’è spazio per i sotterfugi, se sei competitivo stai sul mercato se no chiudi, il finto libero mercato di facciata, con cui l’Italia si è trastullata fino ad oggi, è venuto allo scoperto. O i calabresi escono dal vittimismo di comodo in cui si sono rifugiati e dall’immaturità che li caratterizza o non avranno futuro.

    È recente la polemica che hai sollevato relativamente alle dichiarazioni di Oscar Farinetti. Qual è il fallimento che si crede un buon modello e perché in Calabria non può trovare spazio?

    Perché la Calabria è già un parco divertimenti a cielo aperto, naturale, andrebbe solo organizzato e gestito meglio. Non ha una reception, non sa promuoversi (nonostante spendiamo milioni di euro ogni anno), non ha mobilità interna, non crea sinergie e collegamenti tra le attrattive, non ha un servizio di pulizia, non ha un negozio di souvenir, non monitora gli ingressi e soprattutto i ritorni, non investe in marketing interno per migliorare la professionalità degli imprenditori. Il modello indicato da Farinetti è un modello obsoleto, morto e sepolto da almeno dieci anni, è il “modello Rimini” degli anni ’80 in cui Rimini stessa ha smesso di credere da tempo, rinnovandosi. La nostra stupidità invece è doppia, perché non solo non siamo mai precursori di alcunché ma scimmiottiamo e adottiamo, in ritardo, modelli già vecchi ed obsoleti che hanno dimostrato da tempo la loro insostenibilità altrove.

    Il tuo ultimo libro parla di orsi e recinti e dell’assistenzialismo che sta per finire. Cosa succederà dopo?

    Spero si trovi una soluzione per tempo al problema, la politica lo sta sottovalutando, anzi ho l’impressione che non l’avverta proprio. Abbiamo avuto un primo sentore con il movimento dei Forconi in Sicilia e con le proteste dei Forestali, degli LSU o LPU in Calabria. Quando i finanziamenti pubblici che continuano a foraggiarli termineranno, gli orsi non ricevendo più da mangiare cominceranno ad abbattere i recinti dello zoo che i politici hanno costruito e mantenuto in piedi, fino ad oggi, in cambio di consenso elettorale. Inizieranno a vagare per la foresta in cerca di cibo, ma siccome nessuno gli ha mai insegnato a cacciarselo, perché cresciuti in cattività, alcuni moriranno di fame ed altri inizieranno a cannibalizzare i propri simili. Se non vogliamo che questo scenario si avveri occorre subito ideare un piano che preveda la chiusura graduale dello zoo, con la dismissione dei recinti e un programma di “rieducazione alla selvaggità” degli orsi. Per i casi più disperati (quelli più anziani) occorrerà un piano di sostegno, per i giovani impedire che entrino nello zoo. Ma chiedere questo, a questa politica, significa chiederle di suicidarsi.

    Il 25 è una data importante. Orme ospiterà ”L’Italia che cambia”, di cosa si tratta? E poi ci sono le Europee, quanto contano secondo te e quanto la Calabria è europeista?

    Il 25 maggio Orme nel Parco sarà una delle tappe del tour che Daniel Tarozzi e Andrea Degl’Innocenti hanno avviato, partendo da Bolzano il 10 maggio scorso, per attraversare tutta l’Italia e raccontare le storie, come la nostra, di chi ha preso la propria vita in mano senza aspettare che qualcuno lo facesse al suo posto. Insieme con noi ci saranno altri imprenditori eretici calabresi a testimonianza del fatto che non siamo delle mosche bianche e che l’Italia che cambia esiste già e agisce nel proprio piccolo, quotidianamente, per incidere profondamente nella realtà. Io credo che non sia più prerogativa della politica operare per cambiare il territorio ma che sia sempre più uno dei compiti dell’imprenditoria, di una nuova imprenditoria responsabile ed eretica, che vede il profitto non come fine ma come una conseguenza del proprio agire.

    Le elezioni europee conteranno nella misura in cui esprimeranno un dissenso (come sono certo avverrà) forte nei confronti di un’Europa che fino ad oggi è stata solo un’unione di interessi economici. All’Europa manca un’anima, il commercio è certamente uno degli strumenti di relazione tra i popoli ma non può essere l’unico. L’avvento del M5S, in Italia, ha introdotto in politica il concetto dell’uno vale l’altro (e non dell’uno vale uno come si dice), ovvero del politico-funzionario più o meno virtuoso che diventa parte di un ingranaggio più grande che si chiama Stato e che si fa portavoce del territorio dal quale proviene. Se dal territorio non arriva nulla è destinato a restare senza voce. Dunque il territorio viene chiamato in causa in maniera più diretta rispetto al passato. La Calabria fino ad oggi si è relazionata all’Europa solo attraverso la partecipazione a bandi pubblici, solo per fare la questua. Se fossi il massimo rappresentante di questa regione comincerei a relazionarmi con il Medio Oriente, a fare politica estera. Abbiamo smesso da troppo tempo di rappresentare, per quei Paesi, un ponte culturale ed economico verso l’Europa. Forse è per questo che il nostro mare da crocevia di culture si è trasformato in un cimitero di disperazione.