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Rapporto Svimez: i Neet dilagano in Calabria

10 Agosto 2013
in Rapporto Calabria 2013
Tempo di lettura: 3 minuti
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Neet_3

di Clara Varano – Neet, Not in education, employment or training. Troppo inglese per appartenerci? Troppo lontana dalle nostre realtà? La risposta è un secco “No”.

L’acronimo coniato qualche anno fa in Inghilterra, mai come oggi è tutto italiano e molto calabrese.
Ma chi sono questi Neet? Più simile al nome di un gruppo musicale che ad un indicatore economico, il fenomeno dei Neet, nel periodo della crisi ha iniziato a dilagare nel Bel Paese, portando l’Italia, rapidamente e pericolosamente in cima alla classifica europea per la sua diffusione. I Neet, sono i giovani fuori dal processo formativo e produttivo, i tristemente famosi, bamboccioni. Quelli che pur avendo terminato gli studi, qualunque sia il grado di istruzione, non entrano nel mondo del lavoro, oppure, dopo aver avuto una prima esperienza lavorativa, non ne cercano un’altra, perché più dura lo stato di inattività più hanno difficoltà ad entrare o rientrare nel mondo del lavoro.

Non studiano e non lavorano. Non fanno nulla, in sostanza. Ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non frequentano nessun corso di formazione ed hanno perso le speranze. Già, perché in Italia il fenomeno, più che alla disoccupazione, è legato allo scoraggiamento. I Neet, sono aumentati, nell’ultimo anno di crisi, di 95 mila unità e se tutto è legato alla sfiducia nel mondo del lavoro, naturalmente, questa generazione stritolata, trova maggiore diffusione dove le possibilità di occupazione sono più basse: il Meridione, dove 1 giovane su 3 è Neet e dove secondo quanto riportato dal rapporto Svimez, che ha riassunto i dati Istat, si trovano 1 milione e 850 mila Neet.

Una fotografia fatta dall’Istat, del nostro Paese, dalle tinte cupe. Ma come si pone la Calabria rispetto ai Neet? Tra tutte, la nostra regione, si posiziona al terzo posto, con il 31,8% di Neet, registrati tra i giovani, dopo Sicilia (35,7%) e Campania (35,2%).

Questi ragazzi si trovano nel limbo dell’insicurezza, anche se molti continuano a cercare lavoro. Potenzialmente al Sud, i Neet rappresentano una forza lavoro enorme, maggiore rispetto ai “compagni” del Nord. E se sommiamo i Neet alla ricerca attiva di lavoro (36%), a quelli che rappresentano una potenziale forza lavoro (37,3%), raggiungiamo il 73,3% di interessati a entrare o rientrare nel mercato del lavoro, rispetto al 67,1% del settentrione.

Secondo lo studio Eurofound del fenomeno, ci sono, però, dei fattori che aumentano la probabilità di entrare a far parte del gruppo Neet. Svettano, secondo Eurofound, in cima alle probabilità, con percentuali variabili, coloro che segnalano qualche tipo di disabilità, i giovani con un background di immigrazione, quelli con un basso livello di istruzione, con alle spalle genitori con un reddito basso o disoccupati, ma, rappresenta un elemento importante, anche vivere in zone remote.

L’incremento dei Neet, nel Mezzogiorno, è correlato al duro tasso di abbandono dell’università, nella quale si riponevano tutte le speranze per il futuro. È paradossale, come un numero consistente di giovani, che costituisce per istruzione, formazione e potenziale, la parte più avanzata della società meridionale, che possiede maggiori strumenti per partecipare alla competizione mondiale, sia la più penalizzata a causa di un sistema chiuso e costretta a dipendere, per il blocco dell’ascensore sociale, dai trasferimenti di risorse ai più anziani.

Del resto, Stefania Medetti, in un articolo di “Panorama”, qualche mese fa, era estremamente diretta nell’affermare che “i nati negli anni ’70” devono “correre più velocemente delle generazioni precedenti” per raggiungere l’obiettivo lavoro.
7-Continua

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