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    Reggio Calabria – Standing ovation per Sparacino, incanta ed emoziona con la storia di Novecento

    di Grazia Candido  (foto Gianni Siclari) – Da solo, su un palco illuminato da una luce di rinascita e sotto l’attento sguardo di un pubblico che vuole riprendersi le sue buone abitudini, il suo teatro, l’attore di Modica, Alessandro Sparacino, lascia tutti senza fiato con la commedia “Novecento, la leggenda del pianista sull’oceano” di Alessandro Baricco.

    L’arduo compito di aprire ieri sera, la nuova rassegna dell’Officina dell’Arte al cine teatro “Il Metropolitano”, spetta proprio al monologhista di razza, ad un interprete che riesce a plasmare tutto ciò che crea, riproduce, porta di nuovo alla vita.
    Si cala in maniera molto naturale, veloce e senza abbassare mai i toni, in quei personaggi vissuti tra i primi del Novecento e gli anni della guerra. Storie, paure, speranze di emigrati che vedono in quella nave un nuovo inizio ma anche, la nascita di un’amicizia tra due grandi artisti, molto differenti tra di loro, con la passione per la musica.

    In quella scenografia essenziale, a riempirla ci pensa il protagonista che alterna cambi di giacca e cappello, prende vita la storia di Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, l’eccezionale pianista del Virginian, un importante transatlantico che attraversava gli Oceani portando le persone in giro per il mondo. Il suono del mare riecheggia tra un racconto e l’altro di Max Tooney, un trombettista da poco ingaggiato sulla nave. Tra Novecento e Max nasce un’amicizia speciale e i due diventano inseparabili.
    “Novecento era una buona storia, mi sono venduto tutto nella vita anche la tromba ma non la sua storia – dice Tooney -. Novecento sapeva leggere la gente, i segni che portava e poi, ci suonava sopra, creava una ballata. Era bravo, molto bravo ma non sapeva scendere la scala della nave per toccare terra”.
    Il pubblico guarda attonito il protagonista di un racconto serrato, intenso, emozionante soprattutto, quando Novecento per paura di abbandonare quel luogo per lui assolutamente sicuro ed unico, la sua nave, decide di morire nel posto dove è nato e dove è vissuto per tutta la sua vita.

    Il Virginian lo ha sempre fatto sentire protetto a differenza del mondo: “Era tutto molto bello, su quella scaletta e io ero grande con quel bel cappotto, facevo il mio figurone e non avevo dubbi che sarei sceso, non c’era problema. Non è quello che vidi che mi fermò, Max. È quello che non vidi. Puoi capirlo? Quello che non vidi. In tutta quella sterminata città c’era tutto tranne la fine. C’era tutto. Ma non c’era una fine. La fine del mondo”.
    La terra era troppo grande per Novecento, non ha una fine, non ha limiti precisi, è senza confini e, in un certo senso, rappresentava per lui una musica che non sapeva suonare. Ecco perchè scelse di non abbandonare il Virginian, nonostante sapesse che sarebbe stato distrutto definitivamente.
    Il magnetico Sparacino, in uno dei monologhi più toccanti ed emozionante della storia del cinema, fa capire quanto sia difficile lasciare il posto in cui sei stato salvato e dove hai trascorso l’esistenza ma anche, quanto “sia importante affrontare le proprie paure per vivere e salvarsi perchè chi lo fa non è pazzo, se troviamo il sistema per salvarci, siamo astuti”.
    Il pubblico aspetta la fine di un viaggio incredibile ed emozionante per alzarsi in piedi ed applaudire un eccezionale e raffinato interprete che ha saputo donare in un’ora e 45 minuti, quella carezza al cuore che aspettavamo da tanto ma anche ribadire che l’arte, il teatro, è un bisogno assoluto, come quello di amare e vivere senza se e senza ma.