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    La narrazione del tempo

    di Isidoro Pennisi – La discussione sull’affidabilità delle informazioni e la correttezza della comunicazione diffusa dalle diverse piattaforme (cartacee, televisive, sul sistema internet) appare del tutto strumentale alle difficoltà, mai riscontrate in passato, che le classi dirigenti incontrano nel far accettare le spiegazioni che del mondo esse danno. Non è un problema nuovo quello della responsabilità di chi informa e forma il cittadino, giornalisticamente o didatticamente, sullo stato reale della città, o le eventuali strumentalizzazioni, le omissioni, le menzogne, che possono essere impiantate in un articolo di giornale, in una trasmissione televisiva e in un post, per descrivere qualche cosa di diverso da una realtà dei fatti.

    La demagogia, durante le assemblee ad Atene, era una cosa molto temuta. Era una forma sottile, usata dalla retorica, per manipolare volontariamente l’opinione della città. Socrate fu mandato a morte per via di ciò che oggi è definita una “bufala” o una “post verità”. Questo problema, però, non mise paura a quelli che stilarono la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo che, all’articolo diciannove, confeziona uno scenario lungimirante, includendo anche ciò che a quel tempo non era prevedibile: “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione (…) di non essere molestato per la propria opinione (…) di cercare, ricevere, diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.” Pur non considerando infallibile un documento umano e storico, non si può non tenerne conto. Alcuni principi sono ormai un patrimonio da considerare realisticamente. E’ la dimostrata incapacità dei mezzi d’informazione nobili, a far passare linee di tendenza e comportamenti collettivi, ad avere acceso una discussione in cui rimestando in una vecchia questione, spacciandola per nuova, si vuole illusoriamente risolvere una mancanza di autorevolezza, mettendo sul banco d’accusa una concorrenza che semplicemente è uno specchio dell’originale. Deve essere difficile per chi, ancora alla fine del secolo scorso, riusciva a far diventare accettabile agli Inglesi una guerra senza senso in Iraq, pubblicando notizie false e non controllate sugli arsenali bellici di Saddam, non riuscire a convincere gli stessi Inglesi a rimanere nell’Unione Europea. Deve essere un colpo al proprio orgoglio da intellettuali sopraffini il non riuscire più a farsi seguire lungo i sentieri delle riforme, da quegli stessi cittadini che, fino a vent’anni fa, credevano possibile anche la riforma del Sistema Solare. In questi giorni di crisi sanitaria, ne esiste anche una dell’informazione. Una crisi di segno diverso, in apparenza, rispetto a quello che ho appena ricordato, ma che la avvalora per il semplice fatto che in questi giorni l’informazione non trae le proprie notizie da analisi oggettive degli eventi (da ottenere, come sempre, ponendo domande e mettendo in luce punti di flesso nelle risposte) ma facendo da megafono acritico degli eventi stessi così come avvengono e sono guidati, e arrivando finanche a mettere alla gogna chiunque esprima pareri diversi. Io ho sempre trovato Sgarbi una persona molto colta ma assai carente, di una coscienza culturale (e anche le cose dette in questo caso lo dimostrano) ma questo non vuol dire spingerlo con le minacce perfino giuridiche al silenzio. Organizzare una campagna pubblicitaria e d’indottrinamento, direi, dove s’indica con un dito l’informazione affidabile e con l’altra quella che non lo è, più che servizio pubblico responsabile sembra una forma aggiornata di caccia alle streghe. Servirà tutto questo, a dare nuovamente fiducia nell’informazione? Io tempo di no. Quando questa fase passerà, e i risultati ovvi di qualsiasi vicenda umana, che saranno di valore, in parte, ma anche no, saranno evidenti, le persone su cui ricadranno non terranno conto dei risultati di valore (spesso non comprensibili) ma di quelli che valore non ne hanno e che peseranno sulla loro vita. A quel punto, anche l’informazione, proprio per non aver detto preventivamente, non aver fatto nulla, per evitare che accadessero le conseguenze più dure degli eventi in corso, sarà messa sotto accusa. Come si fa a pensare di mantenere la fiducia di chi legge o ascolta se chi è chiamato a interpretare la realtà non vi riesce più nemmeno per errore? Come si può pretendere d’essere presi sul serio, se si preferisce compilare i giornali, i telegiornali e le trasmissioni d’approfondimento, invitando sempre le stesse persone che di esperto hanno solo la scarsa comprensione di ciò di cui parlano? Come si fa a essere necessari se s’inseguono luoghi comuni e invenzioni lessicali senza consistenza, invece di districare il groviglio del reale, fornire quadri di riferimento credibili? Quando i mezzi d’informazione affidano ai numeri, alle statistiche, ai sondaggi, ai neologismi, a termini impropri, la comunicazione di una realtà che, chi ascolta, vive in diretta in maniera semplice e immediata, non ci si deve meravigliare che altri, usando mezzi semplicemente più recenti, siano portati a essere creduti. Tra una notizia sui nostri statistici miglioramenti sanitari e sulle miracolose scelte economiche, commentati in maniera colta da una grande firma, e un post di uno sciagurato qualunque, che su uno dei tanti blog specializzati racconta i fatti che corrispondono alla stessa realtà di chi la vive e la subisce, non esiste un piano di paragone sul quale sia possibile misurare le rispettive autorevolezze. E’ l’informazione convenzionale che deve rendersi conto della sua poca autorevolezza e prendere delle contromisure logiche e realiste. La prima è di cancellare dalle sue pagine quelle notizie surreali di tipo statistico, previsionale, sondaggistico, per tornare a descrivere la realtà per com’è, in tempo reale. La seconda è di requisire, dalla rete e dalla società, nuove personalità, che abbiano un approccio alla realtà delle cose più originale rispetto alle litanie dogmatiche dei soliti e inutili noti. E’ l’informazione convenzionale che deve tornare a un dovere della critica che non ammette alcun limite e nessun presunto senso di responsabilità rispetto agli argomenti. Che si parli di vita, oppure di morte, di religione o di scienza, chi si assume la responsabilità non di raccontare i fatti ma di sottoporli a critica, raccontandoli come fatti, non può nascondersi, come sta facendo adesso, dietro il paravento della non criticabilità della scienza, che in sé è sì discussione propria di chi la pratica, ma che nei risultati che essa produce per una società, da sola o con altri, non può essere esclusa da essere, come tutto e tutti, passibile d’analisi e di critica. Consiglierei, in ultimo, a tutti i giornalisti, di andare a rileggere e rivedere la vicenda che portò Hanna Arendt, a essere inviata da un quotidiano americano a Gerusalemme per il processo a carico del primo criminale nazista catturato dagli Israeliani. Mise in scena uno scandalo che è la pietra d’angolo di questa professione. Nei suoi articoli lei non scrisse i preconcetti da ebrea militante e tragicamente sofferente, che tutti si aspettavano, per cui era stata strumentalmente inviata. In quel frangente lei comprese una verità diversa e non venendo meno alla sua onestà intellettuale la scrisse. Quell’uomo che rispondeva alle domande del Pubblico Ministero era inconsapevole di ciò che aveva fatto. Era stato l’interprete di un male assoluto che, nella sua tragicità, era banale come il suo esecutore. Bastò questo per essere attaccata come se avesse tradito la causa. Bastò una fedeltà all’onestà intellettuale e alla dignità, a Giuseppe Fava, per essere fucilato in automobile, in una sera di festa del 1984 a Catania. La sua colpa era di non aver usato le statistiche e i sondaggi nel parlare di mafia, ma di aver usato i nomi e i cognomi dei mafiosi, pur non essendo, lui, né un mafioso, né un magistrato che, ancora adesso, sono le figure con maggiore esperienza e titoli per parlare di Mafia. Era un giornalista, uno scrittore, un intellettuale e, oggi, non si sarebbe accontentato di registrare i numeri di una crisi sanitaria, ma avrebbe cercato di capire se è vero che la maniera con cui la stiamo affrontando sia giusta oppure no, e, nei due casi, spiegarla da giornalista e non da Pappagallo in Gabbia, convinto tra l’altro di agire coraggiosamente, perché esiste un limite anche alla decenza, e stare chiusi in casa può essere definita azione prudente, necessaria, utile, responsabile ma non coraggiosa.