Quella gestita dalla cosca era una vera e propria rete di protezione finalizzata a garantire l’approvvigionamento economico alle famiglie dei sodali finiti in carcere. Complessivamente sono 19 i soggetti, ritenuti appartenenti alla cosca Caridi-Borghetto-Zindato, federata alla cosca Libri, operante nei quartieri di Ciccarello, Modena e San Giorgio Extra, raggiunti da ordinanza di custodia cautelare in carcere. Gli arresti sono stati eseguiti nell’ambito dell’odierna operazione Cripto, condotta dai Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria, diretti dal Tenente Colonnello Lorenzo Falferi, con l’ausilio del Reparto Operativo guidato dal Tenente Colonnello Gianluca Valerio e dal personale della Compagnia cittadina diretto dal Maggiore Pantaleone Grimaldi, e coordinata dalla Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria. A carico dei 19 soggetti arrestati pesa l’accusa di associazione di tipo mafioso finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, concorso in detenzione di armi da fuoco, aggravati dall’aver favorito il sodalizio mafioso a cui i soggetti sono ritenuti appartenenti.
LA PROTEZIONE ECONOMICA – In particolare, secondo la ricostruzione operata dagli inquirenti, la cosca aveva demandato a Domenico Antonio Laurendi, ritenuto uno dei principali esponenti del clan, il compito di gestire, nonostante si trovasse da tempo in carcere, l’assistenza economica ed il sostegno alle famiglie degli altri sodali detenuti. Un compito che il Laurendi gestiva grazie al coinvolgimento dei suoi stessi familiari, ai quali impartiva l’ordine di distribuire gli emolumenti finanziari, secondo regole precise dettate dall’organizzazione malavitosa.
”MESE PER MESE GLIELI DEVI DARE” – Somme di denaro che si variavano tra i 2000 e i 7000 euro, consegnate con cadenza mensile ai familiari dei detenuti, che venivano reperite attraverso il traffico di sostanze stupefacenti, perlopiù cocaina acquistata sui mercati di Platì e Roccaforte, e altri reati contro il patrimonio fino alla richiesta di vere e proprie mazzette nei confronti dei criminali comuni.
Una pratica, quest’ultima, abbastanza consueta nel contesto ‘ndranghetista, accertata peraltro in numerosi altri procedimenti che hanno documentato come in ogni famiglia esistano figure deputate a distribuire parte dei proventi delle attività illecite alle famiglie dei sodali carcerati.
Le indagini hanno consentito di ricostruire quanto le famiglie dei soggetti coinvolti fossero perfettamente consapevoli del meccanismo di sostentamento esistente, sapendo esattamente a chi rivolgersi per ottenere le somme di denaro pattuite ed a loro destinate. Un’organizzazione in cui nulla è lasciato al caso, all’interno della quale è possibile individuare precisi accordi finalizzati a stabilire chi consegna il denaro e chi, invece, è deputato a riceverlo.
L’OMICIDIO PUNTORIERI – L’indagine prende le mosse a seguito della scomparsa e la successiva uccisione, con conseguente occultamento del cadavere, di Marco Puntorieri, avvenuta nel settembre del 2011. Puntorieri, soggetto ritenuto prossimo alla cosca mafiosa, era stato condotto in un luogo di campagna isolato e quindi ucciso da Domenico Ventura con l’ausilio di Natale Cuzzola e Domenico Condemi, soggetti anche loro ritenuti organici alla stessa cosca. All’epoca, un video recapitato anonimamente, aveva documentato le dinamiche dell’omicidio consentendo di risalire, nel corso di qualche mese, a quelli che poi si è accertato essere gli autori del delitto.
LE FRIZIONI NELLA COSCA – Una vera e propria svolta nelle indagini è rappresentata da una frizione interna alla cosca, un inceppamento del sistema di protezione economica controllato da Laurendi, coinciso con la richiesta di un chiarimento da parte di uno dei destinatari del sostentamento mensile che aveva lamentato un diverso trattamento rispetto agli accordi stabiliti. La diatriba era stata poi risolta da una delle donne del gruppo, Carmela Nava, detta Melina, madre dei fratelli Zindato, che proprio a causa della detenzione dei figli, svolgeva il compito di gestire concretamente sul territorio le dinamiche della cosca.
LA STRUTTURA – Complessivamente l’indagine ha consentito di documentare la complessità della struttura organizzativa della cosca, costruita secondo cerchie concentriche che ”dal fulcro decisionale si dipartono verso l’esterno, con un progressivo mutamento del legame fiduciario tra gli associati che, in andamento centrifugo e progressivo, perde le caratteristiche di relazione solidale e condivisa, perche’ e’ inquinata, sempre di piu’, dalla forza intimadoria del vertice che, anche all’interno della medesima consorteria, costituisce uno dei principali collanti del vincolo associativo”.
Secondo gli inquirenti al vertice del sodalizio c’erano Francesco Zindato, il fratello Andrea Gaetano Zindato, Eugenio Borghetto, Paolo Latella e Domenico Ventura. Tutti godevano di ”costanti, periodici emolumenti da parte degli altri sodali, grazie alla consumazione di svariati reati connessi al traffico di stupefacenti o contro il patrimonio”. Un sistema che consentiva alla cosca di controllare ”anche la gran parte della microcriminalita’ operativa sul loro territorio di competenza traendone un diretto beneficio economico”.





