
de “Il Quotidiano”, il pm Gerardo Dominijanni. Titolare di numerose indagini scottanti tra cui quella relativa alle bombe di Reggio Calabria, Dominijanni, parla dei pentiti, delle cosche e del rapporto con la politica e la Pubblica Amministrazione. Transitato dalla Dda alla procura ordinaria di Catanzaro, oggi Gerardo Domimijanni si occupa dei reati contro la Pubblica Amministrazione che spesso sono legati a filo doppio con l’ambiente di cui prima Dominijanni si occupava prevalentemente.
Si sofferma, sulle problematiche della scorta assegnata a suo avviso, soffermandosi solo su aspetti burocratici e formali: “Ricevi minacce? Ti diamo la scorta, non le ricevi? Va tutto bene, manca un’analisi del rischio”. Chiarisce rispondendo al giornalista.
Non risponde alle domande sui fatti delle bombe a Reggio e su Nino Lo Giudice e la presunta presenza di un manovratore che spinga ad agire il “nano” taglia corto: “Abbiamo le nostre idee che sviluppiamo nell’ambito delle indagini”. Non ha dubbi sull’esistenza della famosa “zona grigia”, del resto le indagini l’hanno messa in evidenza più volte.
E sullo stato di salute della pubblica amministrazione in Calabria? Secondo il pm, la politica dovrebbe solo dare gli indirizzi ai funzionari, lasciando all’organo amministrativo l’attuazione dell’indirizzo, ma così non è, “c’è sempre l’invasione di campo”. E spiega anche come mai l’invasione di campo contraddistingue non solo la PA calabrese, influenzando la categoria dei funzionari: “Vuoi perché a volte è indolente o impreparata, vuoi perché legata per gli avanzamenti di carriera, le valutazioni o gli incentivi, alla politica. Gli organismi di ‘controllo’ a loro volta, sono di nomina ‘politica’, dunque il cerchio si chiude”, a questo punto attribuisce la responsabilità all’errore o “scelta mirata” di eliminare i controlli centrali sugli enti periferici.
Approfondisce anche l’argomento degli ostacoli che da magistrato che si occupa dei reati contro la PA, trova durante le indagini e viene fuori quell’omertà, tanto cara alla ‘ndrangheta e che spesso, in questi casi è ancora più presente. “La nuova legge anticorruzione frena la denuncia”, spiega, sottolineando che per questo genere di reati ci vorrebbe una corsia preferenziale procedimentale per evitare la prescrizione.
Quanto alla ‘ndrangheta, non è più “coppola e lupara”, esiste la terza generazione, che nonostante il medesimo ambiente familiare si è laureata e mette a frutto l’esperienza a favore della cosca. “Traffico di sostanze stupefacenti, appalti, riciclaggio di denaro, infiltrazioni nella Pubblica Amministrazione, nelle politica”, queste le nuove frontiere. Secondo Dominijanni, la nuova ‘ndrangheta non chiede soldi alla politica, non è più questo il corrispettivo. Oggi sono altre le “utilità”. Promesse di entrare nel capitale di società miste, ottenere appalti… tutto per evitare che il politico sia imputabile, per mantenerlo “pulito”, insomma. Le indagini fotografano tutto ciò, ma il Governo non si adegua.
La soluzione, non può essere solo quella repressiva, secondo il pm, pensare questo significa illudersi. Torna, nelle sue parole, quello di cui tutti sono convinti: bisogna cambiare la loro cultura, bisogna infondere in loro la cultura, in generale, non solo quella della legalità. “Far capire ai figli dei mafiosi, che non c’è futuro per chi sceglie quella strada e che i genitori hanno sbagliato”.




