
di Claudio Labate – ‘’No mi importa quello che si può pensare di me. Io vado avanti lo stesso e narro tutto quello che ho subito sulla mia pelle’’. È questo uno dei passaggi del secondo
memoriale, con cui Nino Lo Giudice ribadisce che continuerà a scrivere chiedendo di dare credito alle sue dichiarazioni di ‘’pentito libero’’. La Procura e segnatamente il suo capo, Federico Cafiero De Raho, avanzano dubbi sulla provenienza e sull’autenticità del nuovo Memoriale, che era stato pure annunciato tra le righe del primo documento inviato all’indomani della scomparsa con una prima ritrattazione delle accuse mosse nel suo periodo di collaborazione.
Anche in questo caso sostiene che quello che c’è scritto in questo secondo memoriale non è ”fango”, come invece sarebbe stata etichettata la ”prima fatica” dell’ex pentito: ”Screditare è un modo facile, ma non è questo il modo di farlo – si legge nelle prime righe – qui serve coerenza, giudizio e un paio di palle per andare fino in fondo”.
Nino Lo Giudice rivela anche di non aver avuto complici nella sua fuga e di aver fatto ”tutto solo e indisturbato”: ”Non potevo fidarmi più di nessuno, neanche della mia compagna”. E così racconta che approfittando del fatto che lei assumeva antidepressivi è riuscito ad andare via senza essere notato: ”MI dispiace per lei – scrive – ma la nostra vita è appesa ad un filo, e spero che lei capisca che l’ho fatto anche per il suo bene… per non coinvolgerla ancora di più, sarebbe stato un momento molto disperato per entrambi”.
Lombardo il ”brillante puro” e le scuse a Cisterna
Il secondo memoriale si apre sostanzialmente con l’elogio del pm Giuseppe Lombardo, ”uomo in ogni senso” scrive Lo Giudice che rafforza il suo giudizio con ”non è un corrotto, o tragediatore, nè un vigliacco, ma un vero uomo prezioso. Un brillante puro”. Lo Giudice da anche dei consigli, perché a parer suo Lombardo non bisogna lasciarlo solo, ma al contrario i suoi colleghi dovrebbero sostenerlo ”perché è importante per tutti”.
Lo Giudice sostiene anche di aver detto la verità nei confronti di Cisterna (a cui chiede scusa per aver ”rovinato la sua carriera”), ma solo durante i primi 180 giorni della sua collaborazione, ”dopo è successo di tutto e di più”. Le accuse di Nino Lo Giudice sono ancora una volta rivolte a Pignatone, Prestipino Ronchi e Cortese, ma anche al suo avvocato Fernando Catanzaro. ”Ho perso il controllo della mia volontà che ormai era gestita dalle loro pretese, che ogni giorno divenivano sempre più ossessive”. L’ex pentito sottolinea anche che sosterrà ”fino in fondo l’innocenza” di Cisterna ”con la speranza che tutto torni al suo posto con successo”
Di Landro il ”Re Leone”
Lo Giudice si rivolge anche al procuratore Salvatore Di Landro, da una parte dicendosi ”molto contento” delle ultime dichiarazioni e di alcuni stralci letti della relazione inviata al Csm, dall’altra esternando ”tutta la mia disapprovazione” rispetto ad altre parti della stessa : ”Non deve spronare il Csm per scovare i miei fantomatici e dotti pupazzi, lei (da Re Leone come lo definisco io con vero orgoglio) deve avere la compiacenza di scendere dal suo ”trono regale” e fare prevalere l’ex squadra antimafia inquisitoria colpevole di molte cose che ha definito dal mio memoriale falsità”. Insomma Lo Giudice vorrebbe fugare ogni dubbio rispetto a complici e aiuti ricevuti (”Esiste soltanto sorella sofferenza” scrive) respingendo con forza il ”giudizio” che Di Landro e Giuseppe De Stefano che lo hanno definito ”uno spacciatore di angurie”, hanno dato su di lui.
Lo Giudice prosegue parlando delle patrie galere, in cui sarebbero rinchiusi ”tantissime anime innocenti” a parer suo ”giocate a dama dentro uffici raffinati della capitale, specializzati e lagalizzati a ideare tragedie di potere che quasi nessuno può dimostrare il contrario”. Lì dentro secondo l’ex pentito ci sarebbero ”robot telecomandati a distanza” che ”illusi da false speranze” vengono ”mandati al macello” e che alla fine ”si ritroveranno di fronte a una realtà inaspettata: abbandonati al prorpio destino, come lo sono stato io, illuso, usato e abbandonato”.
La bomba in via Rosselli e l’alibi
Lo Giudice afferma ”a gran voce” di non essere lui nè l’ideatore nè l’esecutore di tutti gli attentati di cui si era autoaccusa, trascinando con se anche ”persone innocenti”: ”Posso dichiararlo candidamente e senza pilotaggi che noi non c’entriamo nulla”. Lo Giudice parla di prova ”plausibile” quando racconta che la sera del 26 agosto del 2010 (giorno in cui scoppia l’ordigno in via Rosselli, abitazione di Di Landro) era in compagnia di Antonio Cortese, della sua compagna e di un’altra donna, che abita nei pressi di Piazza Carmine e di cui fornisce anche il numero di cellulare. Quella sera, racconta, ”una passeggiata sul lungomare” a bordo dell’auto di Cortese, finita con l’acquisto di rustici nella pizzeria ”Tutto 1 euro” di via De Nava. Dall’auto, secondo il racconto di Lo Giudice, scese solo Cortese, gli altri rimasero in auto, da dove udirono ”un gran boato” seguito qualche minuto dopo dalle sirene della polizia. L’ex pentito ricorda che la curiosità ebbe il sopravvento e che con Cortese percorsero in macchina lo stesso tragitto fatto dalle forze dell’Ordine per capire meglio cosa fosse successo, ma senza avvicinarsi troppo a via Rosselli. Dopo poco, tutti e quattro si allontanarono per andare a trascorrere qualche ora nell’appartamento di Lo Giudice e compagna in via Spanò: ”Tutto questo che oggi sto raccontando – scrive Lo Giudice – è verità ed è a sostegno di quanto ho dichiarato nella precedente lettera. I veri responsabili sono da ricercare in altre direzioni. Non sono io la persona che cercate. Dovete esaminare bene tutto quello che è successo prima e dopo la mia collaborazione: i misteri ci sono, eccome se ci sono”. LO Giudice a questo punto fa una serie interminabile di domande a Di Landro, consigliandogli addirittura di parlarne con il Procuratore Cafiero De Raho.
Zumbo lo ”spione” dei servizi segreti
Lo Giudice dedica parte del suo scritto anche a Giovanni Zumbo, consigliando di ”vagliare” tante cose sulla sua persona: ”Dopo l’arresto lui stesso ha lanciato dei messaggi ben chiari, e un cretino non lo è. Qualcuno può pensare che lui non sapeva che veniva intercettato in carcere e in altri posti? che agente segreto sarebbe stato?” Lo Giudice dice anche di voler insistere sul personaggio prorpio perché era a conoscenza del fatto che Zumbo ”signore dello spionaggio” stava lavorando per ”crearsi una posizione di prestigio all’interno del servizio segreto deviato”, descrivendolo poi come ”uomo ambizioso che ci teneva ad arrivare molto in alto mettendo zizzania a Reggio Calabria”. Queste cose, l’ex pentito, dice di averle sapute da Consolato Villani, e racconta di essere stato a conoscenza del fatto che nell’appartamento di Giovanni Ficara erano state piazzate delle microspie, ma anche del fatto che ”Zumbo&Company si sbizzarrivano a progettare tantissime cose che danneggiavano molte persone e commentavamo: questo bastardo di Zumbo li sta sistemando bene bene, ancora, per colpa sua scoppia un’altra guerra. Loro non capivano dove Zumbo li stava trascinando…”
Il pentito Cosimo Virgilio, il capitano Tracuzzi e la Massoneria
Proseguendo nel suo racconto Lo Giudice ricorda di aver incontrato e conosciuto a Rebibbia, tra maggio e giugno del 2011, il pentito di Gioia Tauro Cosimo Virgilio: ”QUando ci siamo conosciuti mi disse che doveva parlare con me in quanto alcune sue dichiarazioni che riguardavano il Capitano Saverio Tracuzzi collimavano con le mie e dopo esserci accordati e confrontati, decidemmo a rovinarlo del tutto, in quanto – scrive – la ‘squadra antimafia’ voleva così”. Lo Giudice ricorda anche che Virgilio gli raccontò della sua vita. Di possedere un’agenzia doganale al Porto di Gioia Tauro e un lussuoso hotel a Roma. Ma anche che non era affiliato alla ‘ndrangheta. Qui il racconto di Lo Giudice si fa come quello di un libro stampato: ‘Mi confidò – si legge nel memoriale – che faceva parte di una setta segreta chiamata Massoneria che era costituita in tre tronconi: una legalizzata, di cui facevano parte professionisti d’alto livello come giudici, servizi segreti deviati e uomini dello Stato; la seconda da politici, avvocati e commercialisti; la terza da criminali con poteri decisionali e uomini invisibili che rappresentavano il tribunale supremo che giudicavano la vita e la morte di ogni affiliato, tutti uniti in un unica potenza incontrastata”. Lo Giudice illustra anche alcuni rituali della massoneria fornendo addirittura una lista di presunti prestigiosi affiliati. Per poi ritornare sulla sua vicenda: ”Mi informò che io ero stato condotto li dalla Procura di Reggio per concordare alcune dichiarazioni di comodo per la Procura di RC che aveva avviato delle indagini sulla massoneria”. ”Mi parlò di tante altre cose che ho già dichiarato al Dr. Pignatone. In quelle dichiarazioni, tirai in ballo Antonio Cortese che non centrava nulla. E’ stato solo una mia pedina per intasellare il mio mosaico come avevo concordato con il Virgilio”.
‘’L’assenza momentanea’’ e il ‘’gesto dovuto’’
‘’Se sono qui a scrivere devo ringraziare la mia poca scaltrezza che mi ha illuminato, perché hanno tentato di uccidermi’’. Così Lo Giudice introduce il capitolo relativo al suo allontanamento. Racconta prima di due persone, ‘’i basisti’’ li chiama lui, che effettuavano sopralluoghi nelle vicinanze della sua abitazione. Dice di averli notati più volte: ‘E già in quel momento – scrive – ero diventato più sospettoso’’. Poi ricorda di tre persone che, suonato il campanello di casa, si sarebbero presentati come mandati dall’ufficio dei Nop di Roma: ‘’Ma io conoscevo bene chi era che si occupava di noi – si legge nel memoriale – quindi la cosa mi insospettì tanto che gli dissi di aspettare giù perché non conoscendoli dovevo chiamare al servizio centrale e alle persone che mi gestivano. Questi, sentendo in quel modo scapparono di tutta fretta’’. Un episodio che Lo Giudice non ha denunciato né alla Polizia né al Nop, perché – scrive – non voleva essere ulteriormente trasferito in altra sede. ‘’Non mi sentivo più tranquillo’’ scrive ancora Lo Giudice, collegando il tutto alle dichiarazioni rese a Donadio (su di lui Lo Giudice scrive: ‘’insieme a un graduato dei carabinieri stilava al Pc le mie dichiarazioni di comodo… ricordo che sulla scrivania c’era più di un registratore e un telefono rosso con la cornetta fuori posto e ho avuto l’impressione che c’era qualcuno che stava ascoltando…’’): ‘’La notte stavo sveglio per paura che ci assaltavano dentro casa e ci massacravano per quello che avevo dichiarato e non di mia volontà’’. L’ex pentito dice di essere stato coinvolto in vicende di personaggi di tale spessore che ‘’la questione era più grande di me’’.
Il terzo episodio che avrebbe suggerito a Lo Giudice di allontanarsi sarebbe sempre da imputare a Donadio: ‘’L’enigmista occulto in quella occasione unica mi disse che era mio dovere collaborare con la Dna in quanto avevo sottoscritto un contratto con lo Stato di cui non mi potevo sottrarre in alcun modo al suo volere; nessuno doveva venire a conoscenza di quello che accadeva in quell’ufficio che, in caso avessi rifiutato quella sarebbe stata l’ultima volta che ci saremmo visti. A fine di tale colloquio mi intimò che se avessi divulgato quanto mi fece dichiarare mi avrebbe fatto uccidere’’. Secondo l’ex pentito Lo Giudice da lui avrebbero voluto i nomi dei mandanti degli omicidi dei carabinieri degli anni ’90 e poi dichiarazioni contro Silvio Berlusconi e Dell’Utri.
Renato Cortese, Mollace e la bomba
Rivolgendosi al procuratore Di Landro, Lo Giudice scrive: ‘’…Durante la collaborazione Renato Cortese mi aveva suggerito anche il suo nome, perché mi diceva che la dinamica e la causale degli attentati non aveva una logica ben precisa, e quindi Cortese sospettava che ci fossero coinvolti personaggi di alto livello, appunto lei Dr Di Landro, e altri, e la causale era che dentro la Procura generale di Reggio Calabria c’erano delle cose che davano il sospetto al Cortese che quella bomba fosse stata collocata lì per accentuare il trasferimento del Mollace da poco insediato. […] Quindi lei avrebbe chiesto il favore a un suo amico (renato Panvino) un contatto con personaggi dei servizi segreti deviati a compiere tale azione alla procura. Ripeto, lo scopo era uno e cioè di fare trasferire Mollace in altra sede perché ritenuto scomodo viste le sue amicizie e facente parte ad altra corrente di magistrati che secondo il Cortese facevano parte alla massoneria e ai servizi deviati’’. Allo stesso modo Lo Giudice dice essere stato indotto a parlare in maniera circostanziata dell’avvocato Gatto (‘’Lo sospettavano – scrive – che in qualche modo era uno dei mandanti degli attentati a RC’’) e di aver ceduto perché ‘’stressato’’: ‘’Mi dissero, per completare la sua credibilità dobbiamo tornare sull’avvocato Gatto…’’
Lo Giudice in tal senso punta l’indice anche sul suo avvocato: ‘’Mi diceva…Nino vedi che loro vogliono tutto. Loro vogliono che tu parli dei giudici, devi accusare i giudici. Parlagli di Cisterna, di Mollace, Neri, non vedi che ti vengono dietro come iene? Questi sono come avvoltoi, non ti mollano così facilmente. Digli quello che loro vogliono sentire da te una volta per tutte. […] Il mio difensore era diventato il mio persecutore, il mio suggeritore, era coinvolto pure lui, ma io intanto dovevo fare buon viso a cattivo gioco pure con lui’’.
Stesso copione per ciò che riguarda le accuse al fratello Maurizio, che, scrive Nino, doveva convincere su pressione della ‘’squadra antimafia’’ a collaborare confermando i racconti del fratello Nino.
Inoltre sempre secondo l’ex pentito ‘’La Ronchi aveva falsificato i 740 di mio fratello e aveva travisato dei fatti che necessitavano essere visionati con attenzione’’.
L’avvocato Pellicanò e la guerra in Procura
A questo punto Lo Giudice, per giustificare le accuse a Di Landro, tira in ballo l’avvocato Pellicanò: ‘’All’inizio mi fece uno specchietto di come eravate schierati tra di voi magistrati. Io non sapevo cosa covava dentro le procure di Reggio, né ero a conoscenza del perché voi vi stavate lottando senza esclusione di colpi distruggendo gli amici di Mollace – Cisterna – Neri a colpi di sequestri preventivi e arresti’’. Nino Lo Giudice scrive che fu lo stesso Pellicano a dirgli che volevano distruggere Luciano perché amico dei tre magistrati, ‘’come hanno fatto con Camplo: lui sta pagando la sua amicizia’’. E continua: ‘’Se il Pellicano avesse l’onestà e il coraggio di uscire allo scoperto, a dire molte cose che mi soffiava, questa storia avrebbe avuto la parola fine e si scoprirebbero molti misteri che ancora oggi stanno andando avanti dentro il Tribunale di Reggio Calabria’’.
Villani, ‘’uomo senza passato, né presente e futuro’’
Su Cosimo Villani l’ex pentito Nino Lo Giudice scrive molte pagine. Dà indicazioni sull’omicidio di Francesco Calabrò (‘’Mi confidò che durante la colluttazione dentro l’auto aveva perso una chiave che era dell’abitazione che io gli avevo ceduto a scopo umanitario’’), e particolari raccapriccianti sull’omicidio dei Carabinieri avvenuto, sempre secondo Lo Giudice, per mano dello stesso Villani. Con quest’ultimo Nino aveva un accordo per permettere allo stesso Villani, in forza di dichiarazioni collimanti, di essere riconosciuto come attendibile e quindi di entrare a far parte del programma protezione testimoni, evitando così la condanna definitiva a 30 anni di carcere. Ma ‘’quando mi notificarono il decreto di carcerazione mi resi conto che il Villani mi aveva giocato un brutto colpo basso facendomi cadere nella melma totale, e a quel punto cercai di inseguire il mio avversario accollandomi tutto quello che lui doveva autoaccusarsi’’. Oggi Nino Lo Giudice pretende sia fatta giustizia e domanda: ‘’Chi sono ancora oggi le persone che lo sostengono e lo proteggono a Reggio? Cosa hanno pattuito tutti insieme? Che tipi di accordi hanno preso? A chi dovevano colpire e no le dichiarazioni del Villani?’’
Poi, rivolgendosi allo stesso Villani scrive: ‘’Ti auguro e spero che quel giorno quando la tua anima sarà al cospetto del mio Dio Allah saprà dare delle spiegazioni plausibili, così per ottenere il suo perdono. Ma viste le circostanze che sono note qui sulla terra, non credo che puoi sperare di andare in paradiso, parchè anche lì troveresti molte persone che tu hai spedito senza pensarci due volte: quei poveri carabinieri e il Calabrò, e chissà quanti altri’’. Nino si considera ‘’l’antidoto per il veleno sputato fino adesso’’ da Villani e facendosi ancora più sottile scrive: ‘’Perseguiterò tutti quelli che tramano tragedie sulla povera gente, adesso mi dedico a questo, vi darò la caccia come si fa con le volpi, colpendovi con la mia penna senza perdono’’.
La sparizione di Angela Costantino
‘’La Dr.ssa Ronchi ha commesso degli errori di proposito omettendo, nascondendo, travisando verità riscontrabili. Tutto con lo scopo di far trattenere in carcere delle persone innocenti come Pennestrì Fortunato e Bruno Stilo nel procedimento riguardante la sparizione di mia cognata Costantino Angela. La Ronchi pur sapendo di due faldoni di dichiarazioni di Maurizio Lo Giudice, ometteva l’inserimento di uno dei Faldoni nella richiesta di custodia cautelare, così ottenendo con assoluta certezza che tale richiesta veniva accolta dal gip di merito’’.
È con queste parole che Nino Lo Giudice chiede al procuratore De Raho di indagare sul fatto.




