
Uno dei pù stimati professionisti nel campo della psichiatria, Rocco Zoccali, ordinario presso la Facoltà di Medicina di Messina, salta il fosso e si presenta all’esordio come romanziere.
Falzea editore ci crede fino in fondo e così viene alle stampe “Il sogno del’airone”, un romanzo senza
nessun aggancio – si dovrebbe dire – a cose, fatti e persone realmente accaduti ed esistite, ma che, in verità, è uno spaccato lucido, a tratti spietato, di quanto, inconsapevolmente, i genitori appesantiscano, talvolta in maniera fatale, le ali dei propri figli adolescenti pronti a spiccare il volo.
La presentazione che segue è affidata alla prof. Diletta La Torre
Il titolo originario del romanzo era Il peccato originale, da una citazione di Jung, riportata in exergo. Il peccato originale non è quello biblico, è il peccato dei genitori che trasmettono ai figli “una maledizione”: “li rendono schiavi e dei genitori e dell’inconscio in generale. I figli porteranno su di sé per molto tempo questa maledizione trasmessa dai genitori, anche quando questi saranno morti da tempo. Non sanno quello che fanno. L’inconsapevolezza è il peccato originale “. (C.G.Jung).
Questa, la chiave di lettura del libro indicata dall’autore. E’ anche la conclusione matura di chi, tipicamente attraverso un cammino psicoterapeutico, ha compreso le origini profonde dei propri comportamenti come delle proprie scelte ed ha avuto l’opportunità di elaborare tutti i rancori, i risentimenti, le delusioni per la propria più o meno normale infelicità umana ( Freud), che in primo luogo ciascuno è portato ad attribuire ai propri genitori. E non senza ragione, come Jung scrive. Arriva tuttavia un momento in cui ciascuno, se davvero fa i conti con se stesso, comprende di avere una parte precisa in questo gioco di identificazioni, di controidentificazioni, di proiezioni e di sfide che caratterizza, aldilà del legame affettivo, il rapporto genitori-figli. E’ il momento della responsabilità e della libertà. E’il momento in cui ciascuno si riconosce finalmente artefice del proprio destino senza sconfessare l’eredità che ha ricevuto e l’impegno di trasmetterla a sua volta alle generazioni future. Si spera con minore inconsapevolezza.
“Il sogno dell’airone”, il titolo definitivo del romanzo, indica questo momento, segna l’epoca di una rinascita, o meglio della vera nascita psicologica, la autorealizzazione del Sé.
Si tratta del primo romanzo di R. Zoccali, professore di Psichiatria, psichiatra e psicoterapeuta di matrice junghiana, che si cimenta con la narrativa senza avere esperienza di scrittura, se non di quella accademica, che è un’altra cosa.
Eppure la struttura narrativa, i dialoghi, la descrizione dei personaggi e degli ambienti hanno quella fluidità e naturalezza che nelle opere, anche apprezzabili, degli autori non di mestiere non si riscontrano facilmente. Già questa è stata la prima sorpresa per me, che sono una lettrice abituale.
La descrizione della città, un tipico paesaggio urbano meridionale, a cui la presenza del mare dà quella impronta così caratterizzante, inconfondibile e irrinunciabile per chi ci è nato, ci porta da subito dentro la storia, dandoci attraverso pochi, espressivi elementi, tutti i referenti necessari a sintonizzarci con l’ambiente, non semplicemente fisico, da cui la vicenda si sviluppa.
Non è una storia statica, anzi il contrario; lo capiamo subito, anche i luoghi cambiano come avessero un’anima e riflettono i tanti cambiamenti del protagonista. I paesaggi, le case, i bar, i treni, hanno una fisionomia e parlano a tutti i nostri sensi; parlano il linguaggio dei sentimenti e degli stati d’animo. La descrizione oggettiva delle bellezze come delle brutture non è assolutizzata, si muove, come a fare da cornice a quell’alternanza cangiante di tenerezza e di crudeltà, di fragilità e di arroganza, di passività e di angoscia, così specifica della mente dell’adolescente alle prese con un corpo sconosciuto e imprevedibile che lo tormenta o lo esalta.
Una continua tensione al cambiamento e alla riparazione: personalmente è questa la chiave di lettura che ho dato al romanzo. Malgrado il protagonista appaia spesso un passivo contenitore di desideri e di ingiunzioni spesso difficili da capire o addirittura paradossali da parte del mondo degli adulti, egli è anche sospinto, quasi suo malgrado, nella corrente del proprio destino, nell’inderogabile flusso del cambiamento. E’ una forza che proviene da se stesso, anche se egli può non riconoscerla, è una voce che parla il linguaggio onirico, un linguaggio tra il fiabesco e l’oracolare che proviene dalle profondità dell’inconscio e che obbliga a una metamorfosi, di fatto già avvenuta ma non ancora cosciente.
Ma altri sono i motivi di apprezzamento di questo libro che vorrei comunicare agli aspiranti lettori. In esso c’è un’autenticità, un tono di verità che fa pensare a una profonda riflessione sul mondo interno, sui rapporti genitori-figli, su quel complesso labirintico intreccio di movimenti emotivi che attraversano l’animo umano e lo mutano in modo profondo, a partire da piccoli accadimenti, da eventi minimi, che pure tanta importanza possono assumere nel contesto della vita e della crescita, in particolare in quella fase preziosa e delicata che va dalla pubertà alla prima giovinezza.
Si sente nel racconto l’eco di tante altre storie, vissute in presa diretta o no, comunque testimoniate da un’attenzione viva e partecipe, un eco che fa da alimento all’immaginazione e la rilancia verso altre vite, verso altre storie, che noi stessi come lettori possiamo contribuire a introdurre nella tessitura già data, a partire dalle nostre associazioni, dai nostri ricordi, dalla nostra esperienza umana e professionale.
Sono stata tentata di fare all’autore la domanda proibita: sei tu il protagonista del romanzo?
La domanda è proibita, nel senso di Winnicott, del paradosso creativo che deve essere rispettato. Non bisogna chiedere al bambino, a proposito del suo peluche preferito, o dell’angolo della coperta che per lui ha un ruolo speciale: da dove viene? Sei tu che l’hai creato o ti è stato dato? Sono vere entrambe le cose, o meglio nessuna delle due. La risposta è: l’oggetto era lì, pronto per essere creato; è solo l’incontro tra l’interno e l’esterno in un’area intermedia che non appartiene né alla realtà interna né a quella esterna a produrre una realtà nuova. Un incontro ineffabile che inaugura una capacità tipicamente umana, mai conclusa e sempre rinnovata, in forme e contenuti diversi, quella della creatività, l’area dell’illusione che è alla base della vita culturale.
Così la storia di Matteo appartiene a tutti, è la storia di una vita, che ripercorre le tappe della preadolescenza, dell’adolescenza e della prima giovinezza, una storia, come tante, imperniata su un evento-cardine, un fatto che diviene simbolo e che orienta nel male e nel bene tutto un destino.
A dodici anni a Matteo, un sereno e promettente ragazzino viene fatta una proposta che egli “non può rifiutare”: fare il salto (come si diceva allora) di un anno scolastico e iniziare il liceo in anticipo sui compagni. Perché Matteo non può rifiutare? Perché è la madre a chiederlo, la madre che lo ama e lo stima oltre misura; perché l’aspettativa della madre intercetta la fantasia onnipotente del figlio, un’ambizione eccessiva da animale rapace, non ancora temperata dall’incontro con la realtà e con l’esperienza dei propri limiti.
Non ha senso chiedersi: è accaduto veramente? O… , a chi? Leggendo si ha l’impressione di rivivere, insieme a Matteo, tutti i drammi della crescita, gli inganni e le delusioni, le impennate di orgoglio, i crolli rovinosi, le ferite all’autostima che nei periodi critici imprimono alla psiche un marchio indelebile anche quando la certezza delle proprie capacità per i risultati raggiunti dovrebbe avere ormai cancellato ogni traccia di insicurezza.
Le antiche ferite, come sappiamo bene noi psichiatri, non si rimarginano mai del tutto, così come scrive R. Zoccali concludendo il romanzo:
“ancora oggi tuttavia a distanza di tanto tempo, uno strano disagio, quasi il fantasma di un vecchio dolore, si risveglia a volte nelle profondità del suo essere. Quando non incontra nello sguardo degli altri la stima e il consenso che ha sempre cercato negli occhi della madre, la sua ferita, mai cicatrizzata, riprende a sanguinare”.




