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Ricostruzione integrale su scala dell’antico Castello Aragonese in mostra presso la Biblioteca Comunale “De Nava”

30 Dicembre 2008
in Cultura
Tempo di lettura: 3 minuti
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castelloaragonese_plastico.jpg
di Giusi Chirico – All’alba del 28 Dicembre 1908 si scrisse una delle pagine più dolorose della storia di Reggio Calabria.

La città si risvegliò sotto un cumulo di macerie, devastata dalla violenza mortifera della natura che aveva cancellato in pochi attimi migliaia di esistenze e i segni di una vita civile faticosamente costruita dalla comunità.

Tuttavia, all’alba di quel giorno, la città sfigurata poteva ancora riconoscere i tratti familiari del suo antico baluardo, il Castello Aragonese, erto saldamente sulle sue fondamenta, danneggiato solo da cedimenti di lieve entità.

Incredibile a pensarsi, solo qualche anno più tardi, la fortezza, che aveva opposto strenua resistenza ai terremoti del 1783 e del 1908, avrebbe subito i ben più funesti colpi inferti dalla volontà dell’uomo.

A distanza di cento anni da quel tragico Dicembre, la Biblioteca Comunale “De Nava” accoglie l’omaggio a uno dei luoghi simbolo della storia cittadina, ospitando in mostra fino al 30 Gennaio 2009 un plastico dell’antico castello di Reggio realizzato da Ilario De Marco, noto antiquario reggino, appassionata memoria storica della vita e dei luoghi della nostra città.

Il plastico fissa l’immagine del castello poco prima dell’alba del 28 Dicembre 1908, spiega De Marco.

Si tratta di una ricostruzione integrale su scala, storicamente documentata, che ne riproduce minuziosamente le fattezze così come illustrate da una cartina del Genio Militare del 1869 e da preziose fotografie dell’epoca.

Accompagna la mostra una carrellata di immagini del castello che riporta la memoria indietro nel tempo ai giorni precedenti e seguenti al sisma e, soprattutto, ai giorni in cui vennero intrapresi i lavori di demolizione del lato occidentale della fortezza.

Racconta De Marco che l’opra di abbattimento del castello si innestò su un sentimento di avversione popolare nei confronti di quello che, specie dopo le lotte garibaldine per l’unità di’Italia, era diventato simbolo di guerra e simulacro di tristi memorie.

A fomentare questo sentimento, gli interessi della borghesia benestante cui facevano gola lo sfruttamento del materiale laterizio del castello, costruito su una montagna di sabbia (materiale che fu utilizzato proprio per ricostruire larga parte del centro storico dopo il terremoto), e lo spazio edificabile che sarebbe stato ricavato.

La volontà di abbattere il castello, emersa già nel 1874, fu ribadita nel 1886 dall’amministrazione comunale reggina (al tempo guidata dal Sindaco Spanò Bolani) che lo consacrò luogo di scarso interesse artistico e storico, di intralcio allo sviluppo cittadino.

Paradossalmente fu il Ministero dell’ Istruzione Pubblica, allora competente, che sollecitò più volte il Comune a ritornare sull’intenzione di compiere “un’opera di insana barbarie”.

Ciò valse a ben poco.

Con un Decreto Regio del 1911 fu approvato il nuovo piano regolatore della città.

Nel 1923 iniziò l’opera di demolizione del castello.

Furono risparmiate le due Torri Aragonesi del 1459, esposte a sud-est, mentre la parte occidentale del castello, affacciata sul mare, in realtà proprio la parte più antica, fu abbattuta. E, con essa, parte della nostra storia più antica.

Per rendere l’idea, se oggi il castello si fosse conservato integro, la via Aschenez si interromperebbe al Convitto Campanella, all’angolo con Via Ottimati. La topografia non contemplerebbe quest’ultima, via Re Ruggero e parte di via Castello; l’attuale via Cimino inizierebbe dalla Chiesa degli Ottimati.

Di fatto, oggi il castello è ridotto ad una minima parte rispetto alla sua originale estensione e solo da poco, per altro, quel che resta è stato parzialmente restituito ad un ruolo attivo nel circuito culturale della città.

Nei giorni in cui si celebra il ricordo ancora vivo di uno degli eventi più dolorosi che colpirono Reggio, appare dunque quanto mai significativo questo tributo reso alla storia della città da uno dei suoi figli più appassionati.

Per non dimenticare quanto l’azione dell’uomo possa colpire più ciecamente della furia incontrollata della natura.

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