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Anassilaos ricordando Cesare Pavese

5 Settembre 2008
in Cultura
Tempo di lettura: 3 minuti
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Il 9 settembre del 1908 nasceva a Santo Stefano Bellbo (Cuneo) Cesare Pavese. Dopo averne celebrato il centenario con una conversazione della Prof.ssa Francesca Neri, giova forse, ricordare   quanto sulla sua vita e sulla sua opera letteraria abbia influito la Calabria e in particolare Brancaleone. Un rapporto – rileva Tito Tropea, Presidente dell’Anassilaos Giovani – forse agli inizi, non semplice per lo straniero che si vedeva catapultato improvvisamente in una realtà sconosciuta, che lo accoglieva con umanità senza però riuscire capirlo e a lenire le sue profonde ferite esistenziali, ma che ha lasciato una traccia indelebile sull’uomo e sulla sua arte. “Qui i paesani mi hanno accolto umanamente” scriveva ad un amico e poi descrivendo le sue giornate aggiungeva “Il giorno lo passo “dando volta”, leggicchio, ristudio per la terza volta il greco, fumo la pipa, faccio venir notte; ogni volta indignandomi che, con tante invenzioni solenni, il genio italico non abbia ancora escogitato una droga che propini il letargo a volontà, nel mio caso per tre anni”. Era stato condannato a tre anni di confino, un periodo che allo scrittore piemontese sembrava una eternità. “ Per tre anni! Studiare è una parola; non si può niente che valga in questa incertezza di vita, se non assaporare in tutte le sue qualità e quantità più luride la noia, il tedio, la seccaggine, la sgonfia, lo spleen e il mal di pancia. Esercito il più squallido dei passatempi. Acchiappo le mosche, traduco dal greco, mi astengo dal guardare il mare, giro i campi, fumo, tengo lo zibaldone, rileggo la corrispondenza dalla patria, serbo un’inutile castità.” A Brancaleone, cittadina della provincia di Reggio Calabria, era giunto il 4 agosto del 1935 per scontarvi gli anni di confino cui era stato condannato dal tribunale di Roma per attività antifascista. Era stato arrestato  il 15 maggio del 1935 quale membro del movimento “Giustizia e libertà” e per detenzione di corrispondenza clandestina.  Lui in verità  non c’entrava nulla. Per ingenuità e  per amore aveva concesso a Tina “la donna dalla voce rauca” – come in seguito la definirà – la possibilità di ricevere al suo indirizzo la posta indirizzata alla donna che continuava a mantenere contatti epistolari con Altiero Spinelli, uno dei futuri  Padri dell’Europa unita, in carcere per attività contro lo stato. Una di queste lettere fu  trovata nella casa di Pavese durante una perquisizione. Lo scrittore,  per proteggere la donna, di cui era innamorato, non ne fece il nome. Il confino nella ridente ma angusta cittadina ionica era però duro da sopportare per uno abituato alla grande città (Torino), agli intensi rapporti culturali e umani e così nello stesso ottobre del 1935, con un atto che taluno ha condannato come segno di viltà e debolezza, Pavese  rivolse istanza  di grazia a Mussolini in persona e al Ministro dell’Interno che, dopo numerose sollecitazioni da parte di amici e parenti dello scrittore, condonò due  anni  di confino. Era il 13 marzo del 1936. Aveva trascorso a Brancaleone sette mesi e 9 giorni, mesi che hanno lasciato un’eco profonda nella sua opera a partire dal primo romanzo Il carcere, descrizione della sua vita di confinato nella quale compaiono in particolare  due donne,  Elena, figlia della padrona di casa,  e Concia, la donna capra, nella quale “”c’era qualcosa di caprigno, selvatico ed insieme dolcissimo”. Un’eco ancora di Brancaleone nella VI sezione della raccolta poetica “Lavorare  stanca” che raccoglie liriche composte dal 1935 al 1936, i mesi di confino. Al di là del valore letterario di tali opere e della grandezza di Pavese poeta e scrittore nazionale  è importante per noi meridionali che  il settentrionale Pavese offra una testimonianza delle condizioni sociali ed economiche del reggino negli anni Trenta scoprendo  una realtà  non del tutto conosciuta che egli osserva con partecipazione e umana simpatia.

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