di Grazia Candido – “Pino merita giustizia, non possiamo permettere che vada tutto in prescrizione. Io e le mie figlie, vogliamo sapere se una errata terapia somministrata a mio marito, possa aver provaco un’embolia polmonare”.
Marisa Barbaro, moglie di Pino Anfuso, esperto telecineoperatore di Rai 3 Calabria, morto nella notte del 28 maggio del 2015 all’ospedale “Bianchi-Melacrino-Morelli” a causa di un’embolia causata, secondo la denuncia dei familiari, “da un errore medico forse nel dosaggio della terapia di un farmaco anticoagulante”, non ci sta e alla paventata prescrizione del reato che determinerebbe l’estinzione dello stesso sul presupposto del trascorrere di un determinato periodo, chiede di velocizzare i tempi affinchè sia fatta finalmente, chiarezza sulla morte di Pino”.
L’amato operatore Rai, insieme alla moglie e alle due figlie, 8 anni fa, si trovava a Genova per partecipare ad un matrimonio ma a causa di una caduta, si frattura una tibia. In ospedale, i medici liguri gli applicano un tutore somministrandogli anche un anticoagulante per evitare un’embolia.
Dopo tre settimane, con la famiglia, rientra nella sua amata Reggio Calabria ma per un malore viene immediatamente, trasportato in ospedale. Purtroppo, per l’operatore non c’è nulla da fare e, dopo qualche giorno, muore lasciando nella disperazione la moglie e le due giovani figlie.
“Nonostante l’atroce dolore per la perdita improvvisa, abbiamo presentato subito un esposto per fare chiarezza sull’accaduto e nell’inchiesta sono stati indagati venti tra medici ed infermieri liguri e reggini – afferma la moglie Marisa -. Per alcuni di loro, è stata già disposta l’archiviazione ma, il processo va avanti anche se, rischiamo la prescrizione tra qualche mese. Continuo ad avere fiducia nella giustizia però, voglio che sia fatta chiarezza sulla morte del mio Pino. Quando succede una disgrazia, ci si dice che non deve più accadere ma poi, puntualmente, si ripresenta un’altra sciagura, un altro dolore che si poteva evitare. Il mio legale, Giuseppe Marino, ha chiesto al giudice una calendarizzazione delle prossime udienze ma, ho paura che le dilatazioni dei tempi processuali portino alla prescrizione del reato assolvendo i responsabili. Ormai, le nostre vite sono distrutte per sempre. Pino era un uomo buono, perbene, amava il suo lavoro, la fotografia, le moto, adorava me e le nostre figlie, la sua famiglia era tutta la sua vita. Non cerco vendetta, perché nessuna condanna mi potrà ridare mio marito, chiedo soltanto giustizia e continuerò a farlo anche per chi non ha più la forza di urlare il proprio dolore”.






