di Grazia Candido (foto Antonio Sollazzo) – Quando le coscienze crollano tutto ciò che sino a quel momento appariva normale, improvvisamente, diventa qualcosa di abominevole.
Semplice nella sua rappresentazione ma drammatica, l’opera pirandelliana “Uno, nessuno e centomila” messa in scena ieri sera all’arena “Neri” di Catonateatro, è un dramma esistenziale sempre attuale che parla di famiglia, matrimonio, Stato, ragione, follia.
Nei panni del protagonista Vitangelo Muscarda (chiamato dalla moglie Dida con il nomignolo Gengé, interpretata dall’estroversa ma enigmatica attrice Marianella Bargilli che passa dal ruolo della moglie, ingenuamente provocante, alla claustrale Maria Rosa, fino alla reietta Diamante), il bravissimo attore siciliano Pippo Pattavina travolto nel gioco in cui franano le sicurezze acquisite nella vita, quelle su cui riposava indisturbato il senso di esserci.

La scoperta improvvisa dei suoi difetti (una mattina si accorge allo specchio, di avere il naso un po’ storto), fanno cadere nello sconforto Muscarda: la novità per lui ma non per gli altri (tant’è che proprio per quel naso leggermente curvato, gli amici lo soprannominavano a sua insaputa svirgolo o pendolino) diventa la causa di un male, il desiderio di vivere in solitudine, senza quel “noi” che abbiamo dentro.
In un intenso racconto, Pattavina affiancato da un eccellente cast di attori, tutti diretti dal regista Antonello Capodici, all’interno di un allestimento arioso, pittorico in grado di disegnare un luogo non-luogo, marca la consapevolezza che ogni essere umano non è solo chi pensa di essere, è tanti “io” ma soprattutto, è privo di una autentica identità proprio per il motivo di averne infinite.

Il desiderio di conoscere uno per uno i Moscarda e distruggerli, prende il sopravvento su una vita apparentemente normale che inizia ad essere viziata dall’opposizione tra l’essere e l’apparire, tra la natura e la forma.
Il pubblico è stregato da quel dramma umano che Pippo Pattavina, vera leggenda del teatro siciliano, ripropone con una connotazione ambigua, provocatoria, spiazzante ma necessaria per spiegare che “a voler troppo conoscersi, si rischia di non vivere più”.

La scelta di Moscarda di essere nessuno, anche con l’orrore di essere qualcuno, lo porta nel finale ad una remissione che, però, non è un pentimento vero. Pirandello era andato oltre il suo tempo e con quest’opera, ha lasciato all’essere umano una grande eredità: quando l’uomo capirà che la conoscenza genera coscienza e questa a sua volta produce responsabilità allora, la negazione forzata non creerà più convinzioni al contrario, rifocillerà quella coscienza per stabilire finalmente, sicurezza e chiarezza.
In un mondo che cerca continuamente di cambiare i suoi esseri, di plasmarli a suo piacimento, di far vedere ciò che non è, essere se stessi è la più grande delle conquiste.







