di Grazia Candido (foto Antonio Pitea) – Il comico Daniele Raco chiude la rassegna “Cabaret alla Villa” e lascia in riva allo Stretto la certezza che il mondo sembra sempre più luminoso dietro un sorriso.
Nato a Savona, vive a Genova, terra che ha dato i Natali a Luigi Tenco, Gino Paolo, Fabrizio De André, Ivano Fossati, “cantanti allegri, le loro canzoni esprimono una gioia immensa”, il noto cabarettista rivendica le sue origini calabresi: “I miei genitori non sono liguri ma di San Giorgio Morgeto. Ho dei ricordi clamorosi di questa terra dove ho trascorso la mia infanzia e adolescenza – racconta Daniele prima di trascinare il pubblico nel tunnel della comicità -. Venivamo qui in estate, partivamo con i frighi carichi, avevamo tutto. La mia compagna sentendomi parlare della Calabria, è voluta venire in vacanza, io l’avrei portata a Tokyo, Pechino non qui, perché sapevo quanto avremmo mangiato ma lei, dura, volle scendere giù”.

Con leggerezza ma efficacia, parla di tutto anche quando “imbocca la Salerno-Reggio Calabria e incontra gli operai che vedeva da bambino” e il ritorno a casa con la macchina strapiena di cibo: “le macchine che tornano dalla Calabria le riconosci subito perché sono le uniche che perdono olio dentro”.
Daniele, tra una battuta e un tenero ricordo, non può che far conoscere la sua nonna calabrese “alta un metro e 20 centimetri, vestita sempre di nero, sembrava un ninja e ci faceva mangiare di continuo” .
Il comico è testimone del suo tempo, anche lui come tanti aveva “creduto agli arcobaleni, che saremmo stati uniti, ci saremmo amati e, invece, siamo cattivissimi però, abbiamo imparato a fare di tutto dalle torte ai primi, secondi, terzi e quarti”.

L’ironia di Raco è dura e incisiva soprattutto, quando si rivolge ai padroni dei cani che “vestono i loro animali con cappottini, scarpette e vestitini. I cani tremano non perché hanno freddo ma perché hanno paura di chi vive con loro: se hanno il pelo non possono avere freddo. Lucio Dalla, infatti, – ci scherza su – cantava anche in inverno con la canottiera”.
Poi, da attento osservatore del cambiamento, analizza la sindrome del fotografare tutto, una formica, l’aereo appena atterrato, il cibo ma perché? C’è gente che si alza al mattino, vive in posti orribili e scrive: buongiornissimo o donne che escono dal parrucchiere, si mettono 2000 filtri e poi postano: semplicemente io”.
Raco è un fiume in piena, da solo sul palco, parla senza fare nemmeno una pausa: prende il respiro solo per incastonare un’altra delle sue esilaranti battute.

Racconta della perenne stanchezza e apatia dei figli, dell’intraprendenza delle donne, dell’evoluzione della specie umana dimostrando che “i nostri figli non sono stupidi, sono migliori di noi. Ci sono bambini che fanno home banking senza alcun problema e invece noi, alla loro età, ammiravamo il Postalmarket che non era altro che l’Amazon di carta”.
Il finale è scandito da una velata ma chiara dichiarazione d’amore alla sua compagna che “in 20 anni di relazione, non mi ha mai detto ti amo. Una volta, mi ha detto idem ma era Capodanno, aveva bevuto e non vale. Però, me lo dimostra: mi porta il caffè a letto alle 7 del mattino anche se sono tornato alle 4. E mi chiama con il nomignolo “ciccione di merda” che è un diminutivo di “grandissimo ciccione di merda”.
Il pubblico ride, piace quella comicità così naturale a volte, rimarcata da un linguaggio colorito ma mai volgare che strappa numerosi applausi senza sbavature o ricorso al turpiloquio e concorda con il comico Calabro-Ligure della “grande forza delle donne che lottano contro mali e sorridono sempre. Ho imparato che quando stai male ti viene un coraggio da leoni”.
E Raco ieri sera, ha dimostrato che non esiste uomo tanto codardo che l’amore non renda coraggioso e trasformi in un eroe.







