di Anna Foti – Il cammino Repubblicano mosse i primi passi tra le macerie della Seconda guerra mondiale e in quel momento il desiderio di futuro fu affidato a parole importanti, pregne di visione ed assetate di vita come Libertà, Uguaglianza, Lavoro, Diritti. Parole che invocano fatti e che da settanta anni abitano il luogo della Democrazia per eccellenza: la nostra Costituzione.
La Rivoluzione promessa di Pietro Calamandrei
«La Costituzione non fu, come lo statuto albertino, una Costituzione regia, cioè elargita (octroyée) da un sovrano, ma fu una Costituzione popolare, deliberata, quando ormai ogni ingerenza dell’ex sovrano era stata esclusa dal referendum istituzionale del 2 giugno 1946 che aveva scelto la forma repubblicana, da un’assemblea rappresentativa eletta dal popolo con metodo rigorosamente democratico. Ma non fu una Costituzione rivoluzionaria, nel senso che consacrasse in formule giuridiche una rivoluzione politicamente già compiuta. La generosa illusione del Partito d’azione che dalla unanimità antifascista della Resistenza potesse immediatamente uscire, subito dopo la liberazione, un rinnovamento delle strutture sociali ed economiche sulla base dei CLN, ebbe corta durata: con le dimissioni del breve governo di Ferruccio Parri, che rappresentò per qualche mese (dal giugno al novembre 1945) le superstiti speranze della Resistenza di dare all’Italia un governo di popolo che non implicasse la restaurazione della vecchia classe dirigente responsabile di aver dato vita al fascismo, la Costituente si aprì in un’atmosfera non più di unanime fervore rivoluzionario, ma di patteggiamento tra i grandi partiti di massa, da una parte i democristiani, dall’altra i socialisti e i comunisti. L’unica rivoluzione effettivamente già compiuta, della quale la nuova Costituzione doveva dare atto in formule giuridiche, era la caduta della monarchia(…)».
La Costituzione, in AA.VV., Dieci anni dopo. 1945-1955, Bari, 1955
La Storia della Repubblica e della Costituzione: un inizio comune
Con decreto legge luogotenenziale n. 151 del 25 giugno 1944, il governo Bonomi, a pochi giorni di distanza dalla liberazione di Roma, annunciò ufficialmente che alla fine della guerra sarebbe stata eletta a suffragio universale (dunque anticipava l’estensione del voto alle donne), con voto diretto e segreto, un’Assemblea Costituente che avrebbe scelto la forma dello Stato e scritto per l’Italia la Costituzione.
Successivamente il decreto legislativo luogotenenziale del governo De Gasperi del 16 marzo 1946, n. 98 implementò e modificò quel decreto, sancendo che un referendum popolare, e non l’Assemblea Costituente, avrebbe deciso il destino istituzionale dello Stato italiano. Con il successivo decreto luogotenenziale numero 99 del 16 marzo 1946 furono stabilite le norme per le votazioni per il referendum e per l’elezione dell’Assemblea costituente, eletta con sistema proporzionale e a suffragio universale (decreto legislativo luogotenenziale 10 marzo 1946, n. 74).
2 giugno 1946, quasi 72 anni di cammino dopo le Guerre e dopo il referendum che sancì, anche grazie al primo voto delle donne ad elezioni politiche e a referendum appunto (il primo voto rosa in assoluto era stato espletato il 10 marzo di quell’anno in occasione delle prime elezioni amministrative dopo la caduta del Fascismo), il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica. Scelsero la donna turrita 12 718 641 italiani e italiane (54,3%). Per la monarchia a sbarrare sulla scheda elettorale lo stemma sabaudo furono 10 718 502 italiani e italiane, pari al 45,7%. I voti nulli furono 1 498 136. Furono poco meno di 13 milioni su poco più di 28 milioni votanti, gli italiani, uomini e donne, che, chiamati a scegliere tra Monarchia o Repubblica, affidarono a quest’ultima forma di governo il destino di un paese, l’Italia, segnato dal dramma della guerra. Riunitosi il Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia sotto la guida dell’onorevole Alcide De Gasperi (tra i fondatori della Democrazia cristiana, primo capo provvisorio dello Stato dopo la decadenza dell’ultimo re D’Italia Umberto II a seguito del referendum e della proclamazione della Repubblica il 18 giugno 1946 da parte della Corte di Cassazione, e poi primo presidente del Consiglio dei Ministri della neo Repubblica Italiana), firmati nel marzo del 1946 dal re Vittorio Emanuele III, prima della sua abdicazione (9 maggio1946) in favore del figlio Umberto II ultimo re d’Italia, alcuni decreti, il 2 giugno diventò la data in cui si sarebbe svolto il primo referendum istituzionale che avrebbe dato voce al popolo circa l’avvenire dell’Italia. Erano stati previsti 32 collegi elettorali (tra cui quello di Catanzaro dove confluirono anche gli elettori di Cosenza e Reggio Calabria), nei quali eleggere 573 deputati ma, non essendo state effettuate le elezioni nella provincia di Bolzano e nella circoscrizione Trieste-Venezia Giulia-Zara, i costituenti eletti furono solo 556.
Le cifre del referendum disegnarono un Paese ancora profondamente diviso tra fedeltà al trono (Sud) e sentimento repubblicano emergente. Al nord la repubblica vinse con il 66,2%, mentre al sud la monarchia intercettò il 63,8% dei consensi.
L’Assemblea Costituente eletta e composta anche da donne
La maggioranza degli Italiani e delle Italiane scelse la Repubblica e contestualmente elesse anche i padri e le madri costituenti che avrebbero da lì ad un anno e mezzo scritto la Costituzione Italiana, entrata in vigore il 1 gennaio 1948. Il 27 dicembre 1947 l’allora capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, succeduto ad Alcide De Gasperi nel frattempo divenuto primo capo di Governo della neo Repubblica italiana, firmò la Costituzione, approvata dalla stessa assemblea con 453 voti a favore e 62 contrari il 22 dicembre 1947 e pubblicata nello stesso giorno della promulgazione (27 dicembre 1947) in una edizione straordinaria della Gazzetta Ufficiale. Tale legge fondamentale entrò in vigore il 1 gennaio del 1948.
L’Assemblea aveva affidato i lavori alla Commissione dei 75 presieduta da Meuccio Ruini e composta da tre sottocommissioni: diritti e doveri dei cittadini, presieduta da Umberto Tupini (DC); organizzazione costituzionale dello Stato, presieduta da Umberto Terracini (PCI); rapporti economici e sociali, presieduta da Gustavo Ghidini (PSI). Il lavoro della commissione dei 75 terminò il 12 gennaio 1947 e fu sottoposto all’esame della Costituente che iniziò il dibattito il 4 marzo, giungendo all’approvazione, a Montecitorio, il 22 dicembre 1947. La pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Costituzione reca la data del 27 dicembre 1947, atto questo propedeutico all’entrata in vigore che avvenne l’1 gennaio 1948.
I lavori della Costituente, presieduta in via provvisoria da Vittorio Emanuele Orlando fino all’elezione di Giuseppe Saragat (25 giugno 1946 – 6 febbraio 1947), succeduto da Umberto Terracini (8 febbraio 1947 – 31 gennaio 1948), avrebbero dovuto avere una durata di otto mesi. Furono necessarie tre proroghe, delle quali l’ultima fissata al 31 gennaio 1948 (la Costituzione era già stata approvata il 22 dicembre 1947) limitatamente all’emanazione della legge sulla Stampa, degli Statuti regionali speciali e della legge elettorale per il Senato della Repubblica e fino al giorno delle elezioni delle nuove Camere in altri casi, per consentire all’assemblea Costituente di completare i lavori.
L’Assemblea Costituente durante la sua vigenza, votò la fiducia ai Governi De Gasperi II, III e IV, approvò le leggi di bilancio per il 1947 e 1948 e ratificò i trattati di Pace dopo la fine della Seconda Guerra mondiale firmati a Parigi il 10 febbraio 1947.
I padri costituenti calabresi
Tra i 556 deputati dell’assemblea costituente, 21 furono le donne*, tra le quali due siciliane, Maria Nicotra e Ottavia Penna Buscemi, e una pugliese Vittoria Titomanlio. Tutti uomini furono i deputati eletti per rappresentare la Calabria. Unico eletto nel gruppo parlamentare del Blocco nazionale della Libertà fu il catanzarese Francesco Caroleo (1891 – 1957). Vi fu anche un’attiva rappresentanza espressa dal gruppo dei Comunisti: il fautore della Costituente Fausto Gullo (Catanzaro, 16 giugno 1887 – Spezzano Piccolo, 3 settembre 1974), promotore della legislazione agraria riformatrice da ministro dell’Agricoltura nel secondo governo di Pietro Badoglio e nel secondo governo De Gasperi, incarico ricoperto fino al 1946 quando, nominato ministro di Grazia e Giustizia, fu sostituito all’Agricoltura dal possidente terriero democristiano Antonio Segni; l’insegnante Luigi Silipo (Catanzaro, 16 luglio 1900 – 31 marzo 1978) poi transitato nel gruppo misto; l’avvocato Eugenio Musolino (Gallico, 20 giugno 1893 – Reggio Calabria, 2 settembre 1989), senatore di diritto nelle prime elezioni politiche del 1948 e poi, nel 1953, eletto deputato con l’incarico di vicepresidente della Commissione Giustizia.
Il partito più rappresentato dai padri costituenti fu la Democrazia Cristiana con il magistrato Edmondo Caccuri (Torano Castello, 13 giugno 1903 – Roma, 13 agosto 1959), gli avvocati Benedetto Carratelli (Amantea, 3 agosto 1891 – 12 agosto 1976) e Gennaro Cassiani (Spezzano Albanese, 13 settembre 1903 – Roma, 14 luglio 1978), sottosegretario ai Lavori pubblici nel secondo e nel terzo governo Bonomi, sottosegretario al Lavoro e previdenza sociale nel Governo Parri e nel I e II Governo De Gasperi, sottosegretario alla Giustizia nel IV e nel V Governo De Gasperi, sottosegretario al Tesoro nel VII Governo De Gasperi (con delega ai danni di guerra) e nell’VIII Governo De Gasperi, oltre che nel Governo Pella, ministro delle poste e delle telecomunicazioni nel I Governo Fanfani e nel Governo Scelba ed infine ministro della marina mercantile nel I Governo Segni, nel Governo Zoli e nel I Governo Andreotti. Gli altri padri costituenti del gruppo parlamentare della Democrazia Cristiana furono: Filippo Murdaca (Locri, 20 aprile 1906 – Locri, 24 settembre 1999); l’avvocato e poi sindaco di Cosenza Adolfo Quintieri (Cosenza, 22 maggio 1887 – Cosenza, 13 luglio 1970), relatore di disegni di legge in materia di pubblica amministrazione, finanza, organizzazione degli enti locali, delle leggi di riforma tributaria del ministro Vanoni, e componente del consiglio dell’Associazione Nazionale dei Comuni d’Italia; Giacinto Froggio (Vibo Valentia, 15 febbraio 1919 – 22 aprile 2002); lo scrittore, giornalista e politico Vito Giuseppe Galati (Vallelonga, 26 dicembre 1893 – Roma, 13 ottobre 1968) poi non rieletto al Senato per pochi voti e tornato alla sua professione di libero docente di Letteratura Italiana all’Università di Napoli; Alessandro Turco (Castrovillari, 16 gennaio 1869 – Castrovillari, 23 marzo 1956); Nicola Siles (Reggio Calabria, 20 luglio 1873 – 21 gennaio 1952), primo sindaco di Reggio Calabria del Dopoguerra eletto a suffragio universale nel marzo del 1946.
Nelle fila della Democrazia del Lavoro fu eletto il catanzarese Enrico Molè (Catanzaro, 7 ottobre 1889 – Roma, 11 novembre 1963) poi ministro dell’Alimentazione nel Governo Parri, in carica dal 21 giugno 1945 al 10 dicembre 1945, e Ministro della Pubblica Istruzione nel primo Governo De Gasperi I dal 10 dicembre 1945 al 1º luglio 1946.
L’ingegnere e funzionario del Genio Civile, Armando Fresa (Palmi, 14 aprile 1893 – 23 ottobre 1957), poi transitato nell’Unione Nazionale, il politico Antonio Capua (Melicuccà, 19 ottobre 1905 – 12 aprile 1996) poi sottosegretario di Stato all’Agricoltura e Foreste nel Governo Scelba e nel I Governo Segni, il giornalista e commediografo Vincenzo Tieri (Corigliano Calabro, 28 novembre 1895 – Roma, 4 gennaio 1970), dal 1955 al 1957 direttore del Piccolo Teatro di Palermo, e l’imprenditore reggino Giuseppe Vilardi (Reggio Calabria, 6 marzo 1889 – 8 maggio 1972), poi transitato nel gruppo misto, furono eletti nelle file del Fronte liberale democratico dell’Uomo qualunque.
L’Unione democratica nazionale espresse l’avvocato Domenico Tripepi (Reggio Calabria, 14 febbraio 1889 – 26 ottobre 1962), già deputato nella XXVI e XXVII legislatura del Regno d’Italia, nel 1948 passò al Senato iscrivendosi nel gruppo liberale e nel 1953 venne rieletto senatore per il Partito Nazionale Monarchico.
Presente anche il fronte Repubblicano calabrese in seno alla Costituente. Ne fecero parte l’insegnante di origine arbereshe Giuseppe Salvatore Bellusci (San Demetrio Corone, 31 maggio 1888 – Ferentino, 26 dicembre 1972), poi sottosegretario alla Pubblica Istruzione nel II Governo De Gasperi, Girolamo Grisolia (Amendolara, 16 agosto 1902 – 18 gennaio 1947), morto nel corso del suo mandato, l’accademico e avvocato Vincenzo Mazzei (Nicastro, 24 agosto 1913 – Roma, 22 dicembre 2010) poi transitato nel partito Socialista italiano.
Nelle fila del partito Socialista, la Calabria fu rappresentata dal patriota Antonio Priolo (Reggio Calabria, 8 dicembre 1891 – 4 agosto 1978), primo sindaco di Reggio Calabria dopo la Liberazione dal Fascismo, eletto nel 1943, poi sottosegretario ai trasporti nel primo governo De Gasperi (dal dicembre 1945 al luglio 1946), e dall’avvocato e accademico Pietro Mancini (Malito, Cosenza, 8 luglio 1876 – Cosenza, 19 febbraio 1968), ministro senza portafoglio nel 2° Gabinetto Badoglio, ministro dei LL.PP. nel Gabinetto Bonomi, proclamato senatore nel 1948, tra i vari incarichi ricoprì anche quello di membro della VII Commissione (LL.PP.; trasporti, poste e telecomunicazioni, marina mercantile). Nel 1953 Mancini non si ricandidò e nel 1964 fu nominato giudice costituzione aggiunto nella neonata Corte Costituzionale.
*Tra le ventuno Madri Costituenti vi furono le comuniste Adele Bej, Nadia Gallico Spano, Nilde Jotti (prima donna a ricoprire la carica di presidente della Camera dei Deputati, ruolo che detenne per tre legislature dal 1979 al 1992), la partigiana Teresa Mattei, sorella di Gianfranco chimico e militante del Gruppo di azione patriottica di Roma, Angiola Minella, Rita Montagnana, Teresa Noce, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, le democratiche cristiane Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici, Angela Gotelli, Angela Guidi Cingolani, Maria Nicotra e Vittoria Titomanlio pugliese e le due socialiste Angelina Merlin e Bianca Bianchi e Ottavia Penna Buscemi eletta nelle lista ”Uomo Qualunque”.
Dal 1 gennaio 1948 la Costituzione definì il quadro distinguendo solo per età l’elettorato attivo e passivo per i due rami del Parlamento: elettorato attivo per tutti i cittadini e le cittadine maggiorenni (21 anni fino al 10 marzo 1975 quando nell’ambito della riforma del diritto di famiglia fu varata anche la legge numero 39 del 1975 che fissò l’età maggiorenne utile per il conseguimento della capacità di agire a 18 anni) ed elettorato passivo alla Camera dei Deputati ai 21 anni (poi 18 anni) e al Senato per tutti i cittadini con età superiore ai 25 anni.






