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La vita dei calabresi ai tempi delle miniere di carbone

25 Agosto 2016
in Memorie
Tempo di lettura: 5 minuti
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La vita dei calabresi ai tempi delle miniere di carbone

Di Anna Foti- E’ sempre molto dolorosa la memoria rivolta a coloro che dopo essere emigrati per lavorare, sono stati costretti a vivere in baracche, sfruttati nelle miniere e che poi sono morti senza riuscire a far ritorno in patria. Nel solco di questa memoria il 2016 in Belgio è l’anno in cui ricordare i sessant’anni dell’esplosione di Marcinelle e i settanta anni dell’accordo italo-belga. Un ricordo scandito da un ricco programma di incontri, film, convegni e conferenze organizzato dall’Ambasciata d’Italia, dall’Istituto italiano di cultura a Bruxelles e dalla Cineteca reale del Belgio, la Cinematek, presieduta dall’italiano Nicola Mazzanti.

Tra coloro che vissero in miseria e che non fecero più ritorno ci sono anche seicento italiani, una parte cospicua dei quasi duecento mila emigrati in Belgio, che nel decennio compreso tra il 1946 e il 1956 morirono nelle miniere belghe. Prezzo altissimo pagato dal governo italiano che però ottenne a basso costo ingenti quantità di carbone per le industrie del triangolo Torino-Genova-Milano. L’episodio più grave e più drammatico avvenne l’8 agosto del 1956 quando una violenta esplosione nella miniera di carbone di  Charleroi, al Bois du Cazier di Marcinelle in Belgio, spezzò la vita di 262 persone, 136 italiani prevalentemente abruzzesi, pugliesi e calabresi provenienti dalla Sila, da San Giovanni in Fiore, da Castelsilano, da Rocca Bernarda e da tutto il Marchesato di Crotone. Erano trascorsi già dieci anno da quell’accordo italo-belga secondo il quale i due paesi si sarebbero scambiati, come poi avvenne, carbone e manodopera.

 

Un errore umano alla base dell’esplosione. Questo il risultato dell’inchiesta condotta in seguito. Nessuna responsabilità per i proprietari della miniera che si limitavano a sottopagare gli operai, senza neanche fornire loro le adeguate misure di protezione o garantire la sicurezza sul lavoro. Così in quella miniera a Marcinelle, un incidente di carico si trasformò in un disastro. Di due vagoncini carichi di carbone, uno si bloccò ma la gabbia li trascinò tranciando i cavi elettrici ad alta tensione, la condotta dell’olio e dell’aria compressa che con la ventilazione alimentò un incendio di dimensioni ingovernabili. Le operazioni di soccorso e di recupero dei corpi durarono fino al successivo 23 agosto mentre fuori una folla di parenti era accorsa per sperare.

 

Legata al Belgio, al faticoso e insalubre lavoro in miniera, al sacrificio di tanti calabresi emigrati con la famiglia per costruire altrove un futuro, al loro coraggio, è la storia di Rocco Granata, originario del comune cosentino di Figline Vegliaturo, emigrato nella cittadina belga di Genk con la famiglia dopo la Seconda guerra mondiale. Il padre fu un minatore e lo stesso destino attendeva anche Rocco che invece, con tenacia e audacia, riuscì a riscattare la sua condizione e a realizzare il suo sogno, diventando un musicista. Compose due canzoni ancora molto popolari “Manuela” e, soprattutto, “Marina” (1959) lo resero celebre in tutto il mondo; “Marina” animò anche le estati calabresi degli anni Ottanta, cominciando a spopolare già tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi degli anni Sessanta. Oggi Rocco Granata è cantante e attore naturalizzato belga, autore e interprete di canzoni. Settantotto anni, compiuti lo scorso 16 agosto e una carriera, durante la quale è stato anche produttore discografico, iniziata sulle ali del sogno di suonare la fisarmonica e oggi scandita da 65 album pubblicati. Un film racconta la sua storia. S’intitola “Marina” (2013) ed è diretto dal regista belga Stijn Coninx. Nel cast Matteo Simoni, Evelien Bosmans, Luigi Lo Cascio, nel ruolo del padre di Rocco Granata, minatore. Lo stesso Rocco Granata interpreta un cameo come fornitore di strumenti musicali.  Il film è stato anche proiettato a Nardò, in provincia di Lecce, alcune settimane fa in occasione della rassegna cinematografica “Italiani altrove” finalizzata a raccontare le storie di emigrati italiani. Nel giugno scorso il suo comune natio, Figline Vegliaturo, lo ha accolto con una troupe belga per alcune riprese finalizzate alla realizzazione di un documentario sulle sue origini.

 

Non si esauriscono le storie di ritorni strappati alla nostalgia e di vite rubate al nostro paese. Oggi l’emigrazione non riguarda più l’Italia invece divenuta paese in cui si immigra per cercare la stessa fortuna. Le memoria di quello che siamo stati, di quello che i nostri padri hanno trovato, dovrebbe tracciare la strada a noi che siamo adesso coloro che accolgono. Troppo spesso, tuttavia, sembra che la memoria responsabile, e non la mera retorica, sia particolarmente corta. Eppure quella condizione ci è appartenuta, neppure molto tempo fa.

 

Ci sono luoghi in Calabria in cui questa memoria è affermazione di esistenza, è storia vibrante e monito per il futuro. Sicuramente tra questi luoghi c’è Motta San Giovanni che in corrispondenza dell’8 agosto celebra la manifestazione denominata il “Minatore d’oro”. Molti uomini sono partiti da lì, molti figli vi sono rimasti invano in attesa del padre e molte mogli in attesa del marito. Un canto di nostalgia inarrestabile.

 

Eccellenze maturate nelle cave presenti sul territorio di Lazzaro e Motta San Giovanni da cui si estraevano le pietre necessarie per plasmare la calce. Così furono circa due mila i cittadini mottesi chiamati da tutta Italia tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta per la costruzione di quelle gallerie per noi che siamo venuti dopo. Di questi, oltre un centinaio persero la vita nelle gallerie, circa cinquecento morirono di silicosi all’età di quarant’anni o poco più, mentre questa malattia uccideva nel silenzio, lontano da qualsivoglia riconoscimento. Oggi alla memoria di quella mattanza il comune mottese ha eretto un monumento.

 

Il comune di Motta San Giovanni intraprese battaglie importanti vedendo morire i figli tornati dalle miniere. E’ proprio del 1956, anno della tragedia di Marcinelle, la prima delibera del comune di Motta che si occupa di minatori, degli uomini della sua comunità, dei padri dei figli della sua comunità.

 

Un contributo di vita e di dignità senza prezzo quello offerto dalla comunità mottese dove centrale fu la figura di Bruno Attinà, indimenticato medico e cittadino calabrese, già sindaco della cittadina nel 1994 e scomparso nel 1999, emblema del medico uomo che ascoltava le persone ammalate, curava la malattia con i mezzi della medicina e curava la persona con la forza della solidarietà autentica verso chi vive una situazione di sofferenza.

 

Egli non solo si oppose alla pratica dell’autopsia per le persone decedute per silicosi, ma si battè alacremente per il riconoscimento dei diritti dei minatori che, per un lavoro espletato per molte ore al giorno in condizioni di assoluta insicurezza e insalubrità, venivano affetti da tubercolosi, insufficienze respiratorie e scompensi cardiaci. Fu lui a battersi per riconoscere il legame scientifico, ignorato fino al 1975, anno in cui venne emanata l’apposita legge numero 780, tra la silicosi generata dalla perpetuata e prolungata inalazione di silicio nelle miniere e nelle gallerie, e queste patologie.  Una conquista per la medicina che ha il sapore sacrosanto di giustizia sociale, laddove la consacrazione in legge di questo legame diretto ha consentito il riconoscimento della silicosi come malattia professionale.

 

Testimonianze della durezza e della fatica della vita, di quel sudore del lavoro in miniera, del sangue del sacrificio e in essi dell’essenza della dignità del popolo calabrese.

 

Quel carbone, estratto dalle miniere, che un tempo ha dato il lavoro e tolto la vita, ha rappresentato un segmento di un progresso di cui stiamo godendo ma che ancora stiamo pagando.

 

L’uomo e la storia ingrata e spietata alimenta quel grido di Marcinelle cantato in modo struggente dal poeta reggino Emilio Argiroffi nella “Trenodia per la morte di Abele ovvero Alo qui Marcinelle” (edito Laruffa). In quel grido confluiscono i drammi di un’epoca, non l’unica, in cui si insegue a spese di tanti il benessere di pochi senza etica, senza scrupoli, senza una visione in cui ci siano libertà e giustizia per tutti; i drammi di un’epoca in cui Abele muore e gli innocenti vengono massacrati. Come a Marcinelle.

 

L’ultimo episodio della storia mineraria in Europa, richiamato anche nell’ultimo libro del giornalista Ettore Mo “Ma nemmeno Nostalgia. Storia di una vita randagia”. Il più drammatico dopo quello della miniera di Monongah in West Virginia della storia dell’emigrazione italiana. L’estrazione del carbone cesserà nel 1993, anno in cui l’Europa comincerà a sfruttare i giacimenti minerari degli Stati Uniti, della Cina, di alcune zone dell’Asia e adesso anche dell’Australia, esportando in larga misura il modello a basso costo di assenza di garanzie di sicurezza e sfruttamento del lavoro. Oggi al Bois du Cazier di Marcinelle, laddove accadde la tragedia, sorge un museo per non dimenticare e i due impianti di estrazione sono divenuti monumenti nel 1990 e, dal 2001, l’8 agosto si celebra la giornata nazionale del Sacrificio del Lavoro Italiano nel mondo. Una delle più antiche miniere di carbone belghe, quella di Bois-du-Luc, è chiusa dal 1973, e la città operaia, dalla quale i minatori mancano oltre 40 anni, costruita tra il 1838 e il 1853, è rimasta intatta come anche le influenze sulla cultura popolare che gli immigrati soprattutto italiani – e tra questi molti calabresi – determinarono. Sono ancora ricordati per la musica, il canto e l’allegria. Nonostante tutto.

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