Condannato anche in secondo grado Angelo Barillà. Lo ha deciso ieri la Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria che ha inferto all’imputato 13 anni di carcere ritenuto responsabile anche in questo grado di giudizio, del reato di omicidio colposo nonché di aver effettuato una gara in velocità, aggravata dall’aver provocato la morte di una persona e le lesioni di altre due, nel corso della della quale, il 29 maggio del 2011, perse la vita Francesco Calabrò che all’epoca aveva solo otto anni. Per Barillà è arrivato un piccolo sconto di pena; la Corte d’assise reggina infatti, aveva comminato per lui una condanna a 15 anni di reclusione. Una decisione severissima quindi è giunta anche all’esito del processo di secondo grado. Severissima perchè a causa di quella “bravata” è morto un bambino. Un bambino innocente che quella maledetta domenica si trovava in auto con la mamma e un’amica di famiglia e invece a causa del comportamento del Barillà, e degli altri due imputati ossia Fabio Raco, Giuseppe Catalano ( giudicati colpevoli già in appello a 8 anni di carcere ndr), così come accertato al momento in sede processuale, ha perso la vita schiacciato nelle lamiere dell’auto della madre. In sede di requisitoria il pg, Adriana Fimiani, aveva chiesto alla Corte la conferma della condanna di primo grado chiedendo inoltre che il Barillà venisse riconosciuto colpevole del reato di aver effettuato una gara in velocità, aggravata dall’aver provocato la morte di una persona e le lesioni di altre due, ritenendo “assorbito” in questa condotta, l’omicidio colposo. Così come richiesto, nell’atto d’appello, dal difensore del Barillà, l’avvocato Pier Paolo Emanuele. La Corte d’Assise d’Appello però ha mantenuto, così come richiesto dai legali di parte civile ossia Alfonso Zito e Antonio Laganà, entrambi i capi di imputazione e ha però optato per un lieve sconto di pena per Barillà. Ritornando al giorno dell’incidente, il sinistro è avvenuto nei pressi dello svincolo di Spirito Santo; quel tranquillo pomeriggio di domenica la “Yaris”, su cui viaggiavano insieme madre, figlio e un’altra passeggera, venne letteralmente investita da una scheggia impazzita. Era l’auto di Barillà che aveva ingaggiato con altri due mezzi una corsa clandestina. Il piccolo Francesco pur essendo stato trasportato d’urgenza agli ospedali “Riuniti” di Reggio Calabria morì poco dopo. Anche la signora Maria Sofia fu trasportata d’urgenza in ospedale. Costretta per settimane ad un lungo ricovero la donna riportò traumi fisici irreversibili che le hanno procurato seri danni uniti a una “condanna” che per sempre si porterà sulle spalle, ossia quella di aver perso il suo caro bambino. Per la madre, così come per i nonni e gli zii materni anche la Corte d’Assise d’Appello reggina ha stabilito un risarcimento. Nessuna moneta però potrà ripagare e colmare la perdita di quel figlio e nipote strappato così presto alla vita. La morte del bambino non è stata un evento che ha sconvolto solo la madre, ma ha gettato nello sconforto un intero nucleo familiare. Tutta la famiglia ha sempre presenziato durante tutte le udienza dei processi, sia quella abbreviato che ordinario, e sempre presenti tutti con indosso una maglietta bianca con la scritta “Giustizia per Francesco”. Stando alla sentenza emessa ieri la giustizia ancora una volta è arrivata per la famiglia Calabrò. Adesso ci vorranno 90 giorni per leggere le motivazioni della condanna di secondo grado e nel frattempo l’avvocato Emanuele ha annunciato che ricorrerà in Cassazione.
Angela Panzera






