Migranti sempre al centro dei dibattiti e protagonisti in Italia, la nazione che secondo l’indagine Mipex (Migrant Integration Policy Index), in un ideale confronto in tema di integrazione, si piazza al 13° posto nella classifica generale mondiale per l’integrazione, classifica redatta prendendo in considerazione 100 indicatori suddivisi in otto aree e con 38 Paesi al vaglio. La notizia è apparsa questa mattina sul “Il Sole 24 ore” e analizza il grdo di integrazione degli stranieri. E’ della settimana scorsa, si legge sul quotidiano economico milanese, la notizia dell’accordo faticosamente raggiunto in sede Ue per la redistribuzione di 32mila profughi così come quella dei disordini a Treviso e a Roma con il relativo strascico di polemiche. Ma se l’accoglienza dei richiedenti protezione resterà a lungo un problema di ardua soluzione, la presenza di immigrati nel mondo è da anni una realtà alla quale ciascun Paese ha dato risposte diverse.
Ma, come non è omogenea la distribuzione degli immigrati sul territorio italiano (si va dalla Lombardia che ne assorbe il 23% al Molise o alla Valle d’Aosta ferme allo 0,2%) così il livello di inserimento cambia da regione a regione. Sul grado di integrazione della componente straniera in Italia, ha indagato la Fondazione Leone Moressa che in base a 40 indicatori suddivisi in sei aree tematiche (mercato del lavoro, istruzione, sanità, criminalità, contributo economico e radicamento sul territorio) ha elaborato un “indice regionale di integrazione”. L’indice sintetico finale è stato calcolato tramite una media pesata e per una maggior chiarezza tutti i valori delle regioni sono stati riproporzionati in base al valore Italia posto pari a 100.
«Siamo partiti dall’assunto che le regioni in cui gli indicatori socio-economici presentano valori positivi sono quelle in grado di garantire maggiori opportunità di integrazione – spiega il direttore scientifico di Fondazione Moressa, Stefano Solari -. Perciò abbiamo scelto indicatori come i tassi di occupazione, i contratti a tempo indeterminato, il voto medio degli studenti stranieri, la percentuale di delitti commessi da stranieri, il numero e la ricchezza prodotta dalle imprese straniere, la spesa per l’immigrazione sul totale delle spese sociali. Nell’indice finale, ci sono quattro regioni che si collocano sopra la media: Lazio, Lombardia, Veneto e Piemonte. E sono le stesse regioni dove risiede il maggior numero di stranieri, oltre la metà del totale. Al contrario, i valori più bassi dell’indice di integrazione si riscontrano in regioni che contano meno del 3% della popolazione straniera complessiva: Sardegna, Calabria e Puglia».
In pratica le regioni con il punteggio migliore sono quelle verso le quali si concentrano prevalentemente i flussi degli stranieri. Si tratta di territori ad alto grado di attrattività, in particolare per le opportunità occupazionali. Infatti se si guardano le classifiche “di tappa”, ai primi posti nel settore lavoro troviamo Lazio e Lombardia che ad esempio hanno tassi di occupazione superiori alla media (60% contro 58,5%) in compagnia del Molise.
Lazio e Lombardia (insieme alla Toscana) spiccano anche nel capitolo che comprende parametri riguardanti il contributo della componente straniera al sistema socio-economico regionale (come la quota degli imprenditori stranieri, pari a oltre il 10% contro una media nazionale dell’8%).
Sugli altri due capitoli ecco un’Italia più divisa in due. Nel radicamento sul territorio spiccano tre regioni montane (Piemonte, Friuli Venezia Giulia e Valle d’Aosta) grazie alle buone performance in parametri quali alunni nati in Italia, acquisizione di cittadinanza, promossi al test di italiano; in fondo invece ecco Basilicata, Sardegna e Calabria, penalizzate da una migrazione più recente che limita, di conseguenza, le acquisizioni di cittadinanza e la presenza a scuola di seconde generazioni.
Infine nel settore criminalità (che include parametri quali tasso di delittuosità degli stranieri o il trend) il Mezzogiorno si prende una rivincita (con Molise, Calabria e Campania in testa) grazie soprattutto al basso numero di detenuti stranieri sul totale della popolazione penitenziaria (tra il 10 e il 15% contro il 50% rilevato al Nord) o il calo del tasso di delittuosità dal 2007 al 2011. Ma è probabile che anche in questo ambito (la criminalità) siano ancora i fattori economici, l’appealing di un territorio o l’efficienza della giustizia a “calamitare” o scoraggiare fenomeni delittuosi.





