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Memorie – Carmine Iaconis, vittima dimenticata della rivolta

14 Novembre 2012
in Memorie
Tempo di lettura: 5 minuti
0

rivoltareggio

È il 17 settembre 1971, la rivolta, le violenze, le barricate, le cariche, sono ormai lontani, come anche gli inviati
dei giornali

di mezzo mondo. Si avviano i processi a tutti gli arrestati dei mesi precedenti.
Eppure i segni, le ferite sono troppo vicine perché non siano ancora aperte, perché il fuoco non covi sotto
la cenere. Lo spunto è dato dalla celebrazione dell’anniversario per la morte di Angelo Campanella.
In realtà momenti di tensione si sono registrati già dal sabato precedente, l’11 settembre, al momento della tradizionale processione della Madonna della Consolazione.
La frattura con la politica è ancora fortissima e così una partecipatissima processione vede – per la prima
volta dall’anno della sua istituzione, il 1693 – non realizzarsi il consueto “cambio”, sul percorso che va dal
Santuario dell’Eremo fino alla Basilica del Duomo, all’altezza di dove, anni dopo, sorgerà proprio il
Consiglio regionale.
Non ci sono, a ricevere la “vara”, né il sindaco, né la Giunta comunale; la prende in consegna direttamente l’Arcivescovo, Monsignor Ferro.
Scriveva Gazzetta del Sud:
Il clima di contestazione e di tensione che si avverte ormai da parecchio tempo in città, ha infranto, infatti anche questa secolare tradizione. Dietro il Quadro della Madonna della Consolazione, nessun politico (c’è stato chi vi ha partecipato, per devozione, confuso tra la folla), ma solo fedeli… l’unico accenno a “contestare” gli uomini politici si è verificato davanti Palazzo San Giorgio, sede dell’Amministrazione comunale e della Regione calabra. Dopo il passaggio dell’Arcivescovo, Monsignor Ferro, i portatori della “Vara” si sono fermati. C’è stato uno “stacco” improvviso, una contrazione tra la folla, un mormorio in crescendo. La processione si è spezzata a metà: avanti l’Arcivescovo ed i religiosi, dietro la “Vara” con i fedeli. Cinquanta, cento metri di distacco tra i due gruppi, un momento di sbandamento. Poi un centinaio si è staccato di corsa dal secondo gruppo e di corsa ha raggiunto l’Arcivescovo gridando: ‘Reggio, Reggio’.
Ma le novità non finiscono qui. Il martedì successivo, per la prima volta dopo tre secoli, il Quadro entra nei quartieri “ferrovieri” e “pescatori”. In mattinata lo stemma municipale apposto come ogni anno sul cero
votivo è stato asportato.
Il giorno della celebrazione dell’anniversario della morte di Angelo Campanella è un venerdì.
Venerdì 17, appunto…
Che sarebbe stata un’altra pessima giornata, tale da fare improvvisamente tornare indietro di mesi le lancette della rivolta.
A pochi minuti dall’alba una carica di tritolo scoppia sui binari tra Villa San Giovanni e Cannitello.
Il binario si deforma ma tiene miracolosamente ed i treni passano senza danni.
Il sabotaggio viene rilevato oltre dieci ore più tardi. Alle otto della mattina la Chiesa del Sacro Cuore è
colma di gente. La vedova e i familiari sono in prima fila a piangere lacrime amare nel ricordo di Angelo;
tutto si svolge nel massimo ordine.
Oltre dieci ore più tardi, alle 19.20, un corteo muove dal rione “pescatori”; all’altezza di piazza Garibaldi i dimostranti incrociano la “celere” e cominciano a farla oggetto di lancio di pietre.
Una colpisce a un piede il dirigente della Squadra Mobile Sabatino (quello che nel 1969 aveva guidato il blitz di Montalto), gli agenti rispondono con gli idranti e il corteo si disperde.
La scintilla, però, è sufficiente per rispolverare vecchie tecniche e allora sul ponte Calopinace e su via Galilei tornano le barricate. Cominciano gli scontri.
Alle 20.15 in via Esperia, nella zona Nord di Reggio, una carica di tritolo scoppia davanti al cancello d’ingresso dell’Istituto Autonomo Case Popolari.
Sul Calopinace, intanto, l’intensità degli scontri sale pericolosamente. Si odono, a più riprese, rumori di
colpi di pistola.
Alle 20.45 un giovane cade a terra nei pressi del Calopinace.
È un passante, ha 25 anni, si chiama Carmine Iaconis, è della provincia di Catanzaro ma lavora a
Reggio, fa il banconista presso il più prestigioso bar della città, il Roof Garden.
Ha in tasca la ricevuta per la prenotazione della sala da ricevimenti presso la quale, il 10 ottobre, avrebbe
dovuto festeggiare il suo matrimonio.
Giampaolo Pansa, su La Stampa, lo ricorda così:

 

Lo conoscevo come lo conoscevano molti dei giornalisti venuti a Reggio. Era barista al Roof Garden, un ragazzo gentile, sempre allegro. Aveva 25 anni e avrebbe dovuto sposarsi il 10 ottobre… nato a Catanzaro e morto a Reggio…

Iaconis non era un guerrigliero. Era arrivato sul fondo del corso, a pochi metri dal ponte, per curiosare. Ce n’erano una quindicina come lui, volevano vedere come sarebbe finito il corteo non autorizzato che muoveva verso il centro.
Immediato il balletto delle accuse che, però, la Polizia rimanda al mittente. Dice il Questore Emilio Santillo:
Il civile è stato ucciso in circostanze che non lasciano dubbi di sorta si trovava dall’altra parte del ponte dove erano attestati i reparti di polizia contro cui i dimostranti hanno fatto fuoco. E precisamente il giovane era accanto ad un uomo che teneva per mano un bambino, a pochi passi dal capitano Annunziata del reparto celere di Vibo Valentia e da altri tre agenti. L’uomo con il bambino ha detto subito che gli spari provenivano dai dimostranti.
È bastato meno di un giorno, la  è tornata. Alle 21.15 un’auto-bomba salta per aria nel rione “Tre Mulini”, davanti alla sezione del PCI, alle 22 le barricate bloccano sia la A3 che la statale all’altezza di Cannitello.
A tarda sera Santillo dà disposizione ai suoi uomini di ritirarsi dal Calopinace, la notte trascorre tra esplosioni
e perquisizioni domiciliari della Polizia.
Sono le 16.30 di sabato e la salma di Iaconis viene trasportata all’obitorio degli ospedali “Riuniti” in attesa
dell’autopsia.
Nella notte tra sabato 18 e domenica 19 settembre, mentre continuano gli scontri, un uomo di cinquantadue
anni, Antonio Belgio, viene ricoverato in gravi condizioni e sottoposto ad intervento chirurgico.
È stato colpito al ventre da un candelotto lacrimogeno.
Alle 15, presso la “Candelora”, è tempo di funerali anche per il povero Iaconis. La folla è immensa, lo
schieramento di forze dell’ordine altrettanto, ma non si registrano altri incidenti.
Allo scioglimento del corteo, invece, riprendono gli scontri, i reparti di polizia a difesa della Questura sono
attaccati a sassate dai dimostranti; con l’aiuto di agenti in borghese i dimostranti sono accerchiati. Vengono
arrestati in 22, tra cui una donna.
Qualche ora dopo un poliziotto ventiduenne in borghese, Mario Campanile, viene accerchiato, pestato
e rapinato della pistola.
Di fatto la rivolta termina qui, stavolta per davvero, non ci saranno altri rigurgiti di violenza.
La chiosa più adeguata è ancora di Giampaolo Pansa:
Voliamo verso il Nord, il cielo si fa grigio, sul Po vedremo i primi banchi di nebbia. Il caos reggino sembra davvero lontano, un fatto che non ci riguarda, quasi coloniale, roba da Sud. Ed invece non è così: da Reggio viene più di una lezione sulla classe politica italiana. La prima riguarda la vitalità dei partiti. Reggio, scrivevo un anno fa, può essere riconquistata alla democrazia con una vigorosa ripresa della politica. La città era ancora disponibile: bastava che i partiti democratici si aprissero al dibattito, mandando in Calabria i loro leaders, stampando giornali, affrontando la piazza. Non si è fatto quasi niente. Al posto della politica si è preferito l’intrigo, il discorso spicciolo di potere, le manovre in vista delle elezioni del 1973…la lezione più grossa, però, è un’altra. Riguarda quelli che sembrano i due vizi più gravi della politica italiana: non mantenere le promesse e rinviare le decisioni. Questa è gente che vuole soltanto essere parlata, ha scritto dei calabresi il calabrese Corrado Alvaro.
Ma non è accaduto niente…

(brano tratto da “I giorni del ragno” – di Giusva Branca – ed. Laruffa – 2010)

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