
di Tatiana Muraca – Mario Bolognari è professore associato di Antropologia Culturale nel Dipartimento di Civiltà antiche e moderne, già Facoltà di Lettere e Filosofia, e insegna nei
corsi di laurea in Lettere curriculum storico e Scienze dell’informazione e nei corsi di laurea magistrale in Scienze storiche, Metodi e linguaggi del giornalismo e in Filosofia contemporanea.
Laureato in Sociologia presso l’Università degli Studi di Trento, ha svolto la carriera accademica nelle Università di Padova, Trento, Catania e della Calabria.
Principali interessi di ricerca: minoranze linguistiche, emigrazione/immigrazione, culture native del Nord America. Ha svolto ricerche antropologiche nelle comunità Arbereshe, tra gli emigrati calabresi in Canada e siciliani in Venezuela, i lavoratori stranieri nell’agricoltura, gli indiani Haida della costa nord-occidentale americana.
Il prof. Bolognari è direttore scientifico di Humanities, rivista online di Storia, Geografia, Antropologia, Sociologia edita dall’Università di Messina. Riguardo al tema dell’emigrazione calabrese il Professore ha scritto un libro che si intitola “Rapsodia calabrese tra emigrazione e rientro” (Centro editoriale e librario Università degli Studi della Calabria). Un articolo interessante sul tema lo si può trovare anche sul sedicesimo numero della rivista di Lingua, Letteratura e Comunicazione, “Illuminazioni”, il titolo è “Falsi miti di belle époque. Ai tempi ‹felici› del fotografo Wilhelm von Gloeden la Taormina dei poveri emigrava in America”.
-Professore, so che ha svolto ricerche antropologiche tra gli emigrati calabresi in Canada. Quello che ci interessa sapere in questa intervista riguarda l’emigrazione meridionale in California ma, anche se non si è occupato direttamente dell’area in questione, mi saprebbe spiegare i tratti caratteristici di questa emigrazione? Cosa ha spinto i calabresi ad emigrare? In America hanno trovato quello che speravano? Come si sono adattati ad una cultura e ad un modo di vivere completamente diverso dal loro?
L’emigrazione segue lo schema tipicamente italiano della “catena”, ora le spiego meglio. L’emigrazione italiana in tutte le sue Regioni è organizzata per paesi; i calabresi non si riunivano in quanto calabresi, poi dopo, in un’epoca più tarda, si sono organizzati in associazioni, queste ultime di carattere prevalentemente politico (servivano per pesare elettoralmente o svolgere attività di lobby). I primi immigrati in America erano detti “pionieri”, cioè quelli che aprivano la strada agli altri, ed erano proprio loro che, una volta lì, chiamavano fratelli, cugini, nipoti, vicini di casa, i quali venivano a sapere anche da altri italiani di come si stava laggiù e un po’ si raccomandavano a vicenda (per procurare, ad esempio, un contratto di lavoro al nipote). Chi stava in America, dunque, lavorava anche per fare aumentare il numero di paesani che si trasferivano. Ecco perché si chiama “catena”, ai primi che partivano si aggiungevano i “paesani” che venivano richiamati. Poi, arrivati lì, si poneva il problema della prima accoglienza (dormire, mangiare, fare il bucato, procurarsi il medico), ed è proprio da qui che si costruiva un sistema per cui tutte le persone immigrate cominciavano ad aiutarsi tra di loro, concentrandosi ad esempio nello stesso quartiere o vivendo nella stessa casa. Quest’ultimo passaggio poneva le basi che portavano alla terza fase dell’emigrazione, la creazione della cosiddetta “colonia etnica”, come Little Italy, dove c’erano italiani che, rinchiudendosi nel loro piccolo mondo, non avevano un rapporto con il resto della città e magari non riuscivano oppure non avevano bisogno di imparare l’inglese. All’interno di queste “colonie”, poi, alcuni cercavano di aprire delle attività, come bar, botteghe artigianali o negozi di ogni genere. Stiamo parlando, ovviamente, della prima generazione di emigrati. Infatti, dobbiamo ricordare che ci sono state diverse ondate migratorie e tutte hanno avuto inizio con una prima generazione, sia quella di fine ‘800, poi del ‘900, a seguire degli anni ’50 e ancora degli anni ’70, soprattutto nell’area del Canada. Tra le diverse ondate migratorie, benché non ci fosse grande affiatamento, grosso modo è stato seguito il medesimo modello, senza particolari differenze.
-Una certa differenza, invece, la vede oggi, tempo in cui si parla sempre più spesso di questa “fuga dei cervelli”, ragazzi di tutta Italia che partono, diretti in America, soprattutto nell’area di Silicon Valley? Crede che tale spostamento possa far emergere la loro bravura più all’estero che in Italia stessa?
Bhè… quanti saranno questi ragazzi? Ci sarà un caso, dieci casi che faranno veramente fortuna. Questa della “fuga dei cervelli” è più una mitologia che una realtà rilevante sul piano culturale e sociale. Essa tende a sottolineare il fatto che in Italia i “cervelli” non vengono valorizzati e allora se ne vanno. Se vogliamo parlare proprio di “fuga dei cervelli” dobbiamo fare riferimento agli indiani, ai cinesi, che fanno ricerche in tutto il mondo.
-Ritornando all’ambito calabrese, o comunque meridionale, in molti, in ogni campo, quello della fotografia, della musica e altri, hanno cercato di creare questo legame con l’America facendo un lavoro di marketing promozionale su molti aspetti del meridione. Lei è a conoscenza di qualche aneddoto a riguardo? Cosa ne pensa?
Questa è tutta una questione legata alla “creazione dello stereotipo”. Un aneddoto potrebbe essere quello dell’ultima pubblicità di Dolce&Gabbana, quella con Monica Bellucci come testimonial, in cui sono presenti anche altre persone, dei “tipi” scelti perché si pensava fossero quelli che meglio rappresentavano il meridionale (bassotto, con i capelli scuri, rozzo nei lineamenti). Bene, utilizzare questo per la pubblicità è una cosa molto “americana”: gli americani, infatti, hanno l’idea di prendere per buono ciò che fa parte dello stereotipo, costruito a tavolino. Anni fa ci fu anche una polemica che ha coinvolto due fotografi americani, i quali hanno scelto una modella italiana per una campagna pubblicitaria ambientata a Savoca, un paesino in provincia di Messina, vestendola con gli abiti del marchio in questione e fotografandola in mezzo a delle donne anziane con lo scialle nero. Questo era un modo per rappresentare la Sicilia nel suo aspetto più tradizionale, si voleva dare l’impressione di un’Italia del Sud arretrata nei costumi, violenta, magari mafiosa o ‘ndranghetista, creando un luogo comune, uno stereotipo. Sono manipolazioni sottili, pericolose, perché rafforzano ancora di più i pregiudizi. La pubblicità in tre secondi lancia un’idea, che non è il prodotto ma un certo stile di vita ecc, e qui si gioca molto sullo stereotipo. La pubblicità è la culla, la base dello stereotipo contemporaneo, che si crea anche nell’ambito della letteratura, della televisione, del cinema e quant’altro.
-Crede che tutto questo influenzi anche la vita degli italiani in America?
Bella domanda. Allora, quando io sono oggetto di uno stereotipo posso reagire seguendo varie strategie: in primo luogo, subirlo punto e basta e vergognarmene; un’altra strategia potrebbe essere quella di camuffare la propria identità, come per esempio cambiare il modo di parlare, cercando di nascondere il più possibile le proprie origini. Alcuni camuffano o cambiano del tutto un cognome molto tipico e, anche a seconda della professione che svolgono, si vestono diversamente. La terza strategia, invece, è quella di combattere lo stereotipo, trovare forme di militanza, ma la militanza, per raggiungere gli effetti sperati, la può fare solo chi ha conquistato una certa posizione sociale. Una quarta tattica è quella di incorporare lo stereotipo: dire, ad esempio, “voi pensate che sono mafioso, ora ve lo faccio vedere io”. In questa maniera si rovescia il ragionamento, in quanto sono io che mi autorappresento (“incorporazione dello stereotipo”), è come affermare “stai attento a come comportarti con me perché sono calabrese (o siciliano)”, naturalmente con un senso ironico e paradossale di rappresentarsi. Un altro esempio in questo senso, è l’immagine che il Nord Europa si è fatta, nel tempo, delle persone del Sud Italia, credute contemporaneamente omofobi, come tutte le società contadine tradizionali, e tendenti all’omosessualità, perché discendenti dei greci e degli arabi. Gli stessi meridionali avvalorano questo pensiero contraddittorio e ambivalente, del tutto condizionato dai luoghi comuni. Essi, per un verso si rappresentano come privi di pregiudizi e del tutto tolleranti nei confronti dell’omosessualità, ma nello stesso tempo sentono il bisogno di esibire la loro eterosessualità. Lo stereotipo, anche in questo caso, viene rovesciato e utilizzato retoricamente per sottolineare il fatto che sono quelli del Nord, presunti emancipati e moderni, ad avere problemi e non i meridionali. Ma di questi esempi se ne potrebbero fare molti.
-Le posso fare una domanda azzardata? A proposito della questione dello stereotipo meridionale, Lei pensa che la mafia ha influenzato in qualche modo l’ondata migratoria in America e la vita degli italiani lì?
La mafia, come organizzazione criminale, è un grande creatore di queste strategie. Mette in moto delle logiche che rendono ancora più labili i confini morali delle persone. Secondo l’ideologia mafiosa, non denunciare lo spacciatore o aiutare il raccomandato è un fatto morale. Ciò che è immorale, con queste strategie, si rovescia in morale. Prima in America, nei quartieri italiani, la mafia era un modo per difendersi dalla maniera in cui venivano trattati gli immigrati; tutti sapevano che il boss del quartiere era una persona immorale, ma automaticamente veniva considerato un leader, perché aiutava la comunità a non farsi calpestare. Era l’unico che aveva il coraggio di contrastare le autorità. In origine, la mafia, per esempio a New York, viveva all’ombra della più forte organizzazione criminale esistente nel Paese, che era quella formata dagli ebrei. Questi ultimi successivamente si sono messi “in grande”, diventando banchieri, operatori della finanza e hanno lasciato, così, il posto agli italiani, i quali avevano per gli ebrei e per il loro modo di lavorare una grande considerazione. Tale ammirazione è diventata emulazione.
-Ma quindi, a parte la vita mafiosa, gli italiani si sono adattati facilmente alla vita e alla cultura americana?
Bhè…certo! Ormai lì gli italiani sono quelli della quinta generazione, sono americani a tutti gli effetti. La domanda da porsi, però, è che senso ha farsi chiamare ancora italo-americani. La risposta sta nel fatto che conviene sempre mantenere un’identità autonoma, meglio se fuori dallo spazio americano e dalla storia, perché questo dà un’identificazione chiara, per cui gli altri sanno come comportarsi, nel bene e nel male. Ad esempio, in America tutti sanno che gli italiani sono ottimi lavoratori, molto precisi nei pagamenti (le banche quando vedono nomi italiani sono più favorevoli alle operazioni da fare). Questo accade principalmente perché l’italiano, è risaputo, ha il culto della famiglia e della casa, e allora il suo proposito è quello di fare di tutto per pagare il mutuo della casa e non lasciare la famiglia per strada. Anche questo è sempre un pregiudizio, se pur positivo. Tutti pensano che gli italiani abbiano una serie di caratteristiche culturali che gli altri considerano affidabili e, così, si trova sempre il modo di controllarli. Inoltre, si deve aggiungere che in America si usa classificare per “gruppi etnici”, cosa che in Italia viene ritenuta offensiva, ed è per questo che gli italiani lì hanno una loro precisa collocazione, ed è positiva.
-Come ultima domanda Le chiedo, la ricerca antropologica può chiarire e mettere in luce ancora di più, rispetto ad altri tipi di ricerche, le reali motivazioni che spingono gli italiani, soprattutto i meridionali, ad emigrare?
Allora, “reali motivazioni” è già una contraddizione in termini. O parliamo di “cause” reali o di “motivazioni”. La “causa” reale si deve ricercare in fatti misurati (mancanza di lavoro, di servizi, catastrofi naturali, ecc.) e questo è un lavoro che fanno più gli economisti, i sociologi, anche i geografi, parlando ad esempio di guerre, terremoti, siccità (varie cause). Attenzione, sono 27 milioni gli italiani che dalla fine dell’ ‘800 sono emigrati, per non parlare delle migrazioni interne; quindi, non c’è dubbio che ci sono state parecchie cause, come la crisi dell’agricoltura a fine ‘800 o la forma di proprietà terriera diversa (qui al Sud c’erano solo piccole proprietà). Lo studio delle “motivazioni”, invece, rientra più nel campo dell’antropologia culturale. Le persone fanno delle cose ma, mentre, prima o dopo che le hanno fatte, si formano un’idea di questa loro attività; è sempre un’idea che serve a giustificare, a motivare, ad attenuare gli aspetti negativi e ad accentuare quelli positivi. Sono meccanismi molto complessi, che noi chiamiamo “retorica”, per cui la causa vera di una azione non sempre è percepita dal soggetto dell’azione. Ad esempio, un contadino analfabeta dell’ ‘800 non poteva percepire quali fossero le vere cause, come per esempio la crisi del mercato internazionale del grano, ma semplicemente sapeva che ad un certo punto non si “campava” più, sentiva che in America si diventava ricchi e se ne andava. Su questo si creavano delle “motivazioni”, che non erano né vere né false, erano elaborazioni che spiegavano, giustificavano, rendevano giusto e corretto il proprio comportamento rispetto alla comunità di partenza, ma anche rispetto alla comunità di destinazione, una volta arrivati lì.
-Professore, e oggi? Sono quasi tutti giovani ad andarsene, c’è più informazione, si è più consapevoli, il meccanismo rimane invariato o cambia?
Se si chiede ai giovani, oggi diranno che il merito in Italia non esiste. Poi, però, quando tornano indietro o vengono licenziati dicono: “c’è stata una crisi internazionale” oppure “sono tornato perché la mamma stava male”. Queste motivazioni sono più chiaramente che nel passato travestite da cause oggettive. Tuttavia, siamo soltanto a un livello di coscienza superiore, ma non in una vera e propria novità assoluta. Resta sempre uno scarto tra la causa oggettiva e le motivazioni soggettive; e questo è l’aspetto più tipico della ricerca antropologica, è il suo centro. Gli uomini creano la cultura così.




