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Jimmy l’americano, la talpa del Fbi negli affari della ‘ndrangheta a New York

19 Gennaio 2015
in CITTA, Reggio Calabria
Tempo di lettura: 3 minuti
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fbi

C’è un personaggio chiave nell’operazione “New Bridge”. Un agente infiltrato che ha inchiodato diversi personaggi coinvolti nel traffico internazionale di droga. Si fidavano di lui e pensavano fosse uno di loro. Un buon “picciotto” con cui fare affari anche se non era Italiano. Affari che avrebbero portato nelle casse di Cosa Nostra newyorchese  e della ‘Ndrangheta reggina soldi a palate. “Jimmy” l’americano sembrava sapere il fatto suo. Invece era uno “sbirro”, un agente sotto copertura dell’Fbi autorizzato a lavorare a cavallo tra gli Usa e l’Italia. Una talpa operativa che ha sempre agito a stretto contatto con i suoi d’oltreoceano e con gli specialisti dello Sco Centrale e della Squadra Mobile di Reggio Calabria. Consideravano “Jimmy” l’americano uno di loro, al punto da averlo incontrato più volte. Ed è stato a quel punto che gli inquirenti hanno fatto il resto piazzando microspie ovunque, seguendo ogni movimento, spiando ogni respiro.
Un’operazione da manuale, a conclusione della quale “Jimmy” si è dileguato e nella rete sono rimasti pesci grossi e gregari di un’organizzazione transnazionale capace di operare in Italia, negli Stati Uniti, nella Guyana Francese, alle Bahamas e in Messico.
L’infiltrato era entrato in azione nella primavera del 2010 quando a New York aveva “agganciato” Franco Lupoi. L’inchiesta era partita per indagare sui rapporti tra i Gambino e le cosche della ‘Nadrangheta. Lupoi da una parte orbitava nella sfera degli uomini d’onore siciliani, dall’altra era legato agli Ursino di Gioiosa Jonica nella Locride. Era il grimaldello perfetto per scardinare un meccanismo che si dimostrerà consolidato. L’agente si presentò come uno in cerca di droga, e in particolare di eroina da importare. Lupoi partendo per la Calabria e attivò i suoi contatti. Ad agosto e settembre successivi arrivò a Reggio Calabria anche “Jimmy”, per incontrare i narcotrafficanti e provare (analizzare) la droga.

L’americano non si disse non pienamente soddisfatto, ma i calabresi si proposero di fare di meglio e in vista di un affare da 4 – 5 chili al mese s’impegnarono a trovare “roba” migliore. Secondo Gratteri gli Ursino, per accontentare il loro compratore si attivarono tramite gli “amici” di Africo e fecero arrivare la merce all’Americano. L’affare andò in porto, tutti soddisfatti. L’Americano poi consegnò la roba nelle mani degli uomini della Squadra Mobile guidata da Gennaro Semeraro. Mentre parallelamente relazionava ai suoi superiori su quanto accaduto.

Nelle carte dell’inchiesta che ha portato al fermo di 18 persone sparse sul territorio italiano c’è l’intera storia, ma c’è anche molto di più. I magistrati reggini dopo questo primo episodio non mollarono la presa.  E scoprirono tutta una serie di altri elementi importanti. Emerge infatti che gli Ursino non trafficano solo in eroina, ma che anzi il loro business più redditizio è quello della cocaina. Ascoltando le conversazioni sulla linea Usa-Italia, gli inquirenti scoprirono che attraverso i cartelli messicani il gruppo stava organizzando un grosso carico di coca che dalla Guyana doveva raggiungere il porto di Gioia Tauro, dove i calabresi potevano contare su un “finanziere infedele”. Seguendo passo passo le staffette americane e calabresi che si incrociavano affiorarono tutta una serie di incontri a cui prese parte anche “Jimmy”. I calabresi contavano su una miriade di rapporti e su proprie cellule negli Usa. Tra l’altro affiorò anche che tessevano trame con un gruppo mafioso della Provincia di Benevento, interessato all’affare. I campani erano guidati da Raffaele Valente, collegato ai Gambino ha un ruolo di intermediario in diversi giri.

A New York, tra il 31 gennaio e il 14 febbraio dello 2013 anno gli incontri si susseguirono, ed ad uno di questi partecipò un secondo confidente dell’Fbi. Fu lui a raccontare della presenza di Francesco Ursino e di quelle di Pietro Inzerillo, anch’esso personaggio di spicco di Cosa Nostra. In quell’occasione si parla di soldi da riciclare e Ursino avrebbe riferito della necessità di ripulire 11 milioni di euro provenienti dal traffico di stupefacente. Agli Ursino interessa tutto, droga e slot machine, ma anche partite di armi pesanti che arriverebbero dalla smantellamento di alcuni arsenali americani.

g.bal. 

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