di Cristina Marra – Lo senti, ti penetra nelle ossa e lo percepisci negli sguardi sfuggenti, nelle parole non dette, nell’assenza di condivisione, nella mancanza di amore: è il gelo! Gelo dei sentimenti, della quotidianità, dei rapporti familiari. È “Gelo” (Einaudi) l’ultimo noir di Maurizio de Giovanni e il terzo della serie dei Bastardi di Pizzofalcone.
A sentire il gelo non sono solo i poliziotti capitanati dal commissario Luigi Palma ma ancora una volta dei personaggi chiave che ci aprono le porte su uno scorcio sociale e ci catapultano sulla strada, per le vie che percorriamo senza soffermarci troppo su quello che ci succede accanto e ci fanno tornare a casa, in un ambiente che crediamo di conoscere ma che a volte nasconde forti disagi e incomprensioni.
E Napoli è la grande madre che porta con sè ed in sè tutti i personaggi e le storie a cui lo scrittore si ispira, è Napoli a raccontarle con veemenza o a svelarle piano piano, come una confessione o un sussurro, storie di “due milioni di isole in un unico arcipelago senza ponti nè traghetti”. Stavolta sono i giovani ad essere al centro della trama, giovani con un futuro sognato e segnato o conquistato ogni giorno a piccoli passi o giovani delusi, svuotati, attratti dall’apparenza, dalla vacuità e vittime dell’assenza di attenzioni e di affetto.
Da testimone oculare, de Giovanni ascolta i suoi personaggi, li segue per le vie di Napoli e riporta i loro tormenti o le loro allegrie, le loro emozioni e le loro mosse all’interno della storia e Napoli è una città fatta per non potersi riparare dal freddo “non c’era abituata. Il gelo non si faceva pregare e si insinuava in ognuno dei centomila varchi lasciati aperti dall’abitudine al caldo come falle in una muraglia”
In vico Secondo Egiziaca numero 32, a due passi dal commissariato di Pizzofalcone, vengono rinvenuti i cadaveri di Biagio e Grazia Varricchio “fratello e sorella calabresi, di un paese vicino crotone”. Lui ricercatore universitario, lei giovane modella. Unico elemento in disordine in casa è lo smartphone con la custodia di plastica rosa “che terminava in due lunghe orecchie da coniglio” con un filo collegato a un paio di cuffiette, rinvenuto sotto un mobile col display rotto. Quel telefono non squillerà più e il silenzio come un gelo invadente e acuto pervaderà quella casa e investirà un padre pregiudicato e sospettato degli omicidi. Dopo la boule e il supereroe di plastica dei precedenti noir adesso è un cellulare rotto il simbolo dell’incomunicabilità e dell’indagine sui sentimenti.
La squadra dei Bastardi si occupa del duplice omicidio e contemporaneamente del caso di presunte violenze familiari su una ragazza. Eccoli all’opera, gli investigatori borderline di Pizzofalcone: Giorgio Pisanelli, Giuseppe Lojacono, Francesco Romano, Ottavia Calabrese e Alex di Nardo con le loro “piccole grandi croci addosso, penitenze che non si finisce mai di scontare. Ognuno la propria, e forse anche un pò quella degli altri”.
Procede anche l’indagine privata del vice commissario Pisanelli su suicidi sospetti e stavolta un uccellino in cerca di qualche briciola contrasterò il gelo e aprirà un nuovo varco nella vita del solitario e nostalgico vice commissario. E la sera a cena, al caldo intorno al tavolo apparecchiato “ci si guarda in faccia, ci si racconta com’è andata” e c’è chi il freddo pungente dell’inverno napoletano non lo sente, è Marinella la figlia dell’ispettore Lojacono, “il cinese” sospettato di passare informazioni alla mafia e trasferito dalla Sicilia a Napoli. Marinella aveva percepito un gelo potente e prepotente a Palermo, il gelo dell’indifferenza il gelo del pregiudizio, della diffidenza e del pettegolezzo, “era sceso un gelo di fronte al quale il freddo di quei giorni era una piacevolissima frescura primaverile”.





