di Angela Panzera – Omicidio Salvatore Cordì. Assolto definitivamente Antonio Cataldo dalla Corte di Cassazione. Per i giudici della Suprema Corte, Cataldo non è il mandante dell’omicidio del boss perpetrato a Siderno il 31 maggio del 2005. “Papuzzedda” però, rimane in carcere poiché condannato in primo grado per associazione mafiosa nell’ambito del processo “Route 106”. Una storia processuale la sua al limite dell’inverosimile. Per il delitto fu condannato a 30 anni di reclusione sia in primo che in secondo grado. Assolto con rinvio dalla Cassazione, assolto anche in un nuovo processo d’Appello e assolto adesso definitivamente nell’ultimo grado di giudizio. Per la Dda reggina era lui il mandante del delitto che andò a colpire uno dei più importanti rappresentanti della cosca rivale, quella dei Cordì. L’omicidio del “Cinisi”, considerato un elemento di primo piano dell’omonima cosca locrese, sarebbe stata la “risposta” all’agguato in cui perse la vita Giuseppe Cataldo, classe 1969, cugino di Antonio Cataldo, ucciso il 15 febbraio del 2005 dinnanzi alla propria abitazione. A dare sostegno alle indagini degli inquirenti una famosa telefonata intercettata in cui il presunto boss Cataldo diceva al suo interlocutore, la sera stessa in cui fu ucciso Salvatore Cordì, che da poco un “compare” aveva ucciso un maiale. Con questo messaggio in codice, secondo gli inquirenti, i due conversanti commentavano l’omicidio del Cordì. Niente da fare, Antonio Cataldo con l’omicidio del “cinisi” non c’entra nulla. E mentre a Roma si celebrava il processo a carico di Antonio Cataldo, a Reggio Calabria, poche ore fa, è stata emessa la sentenza di secondo grado per gli altri imputati nel processo sulla morte di Salvatore Cordì. Ergastolo per il presunto esecutore materiale, Michele Curciarello. Assolti invece, per non aver commesso il fatto, Antonio Panetta, Antonio Martino e Domenico Zucco. L’accusa, rappresentata dal sostituto procuratore generale Alberto Cianfarini e dal pm dell’antimafia reggina Antonio De Bernardo, aveva invocato invece, quattro ergastoli. Sostanzialmente è stato confermato il verdetto di primo grado. Le indagini relative all’omicidio Cordì furono compiute dagli agenti del Commissariato di Siderno su coordinamento della Direzione distrettuale antimafia reggina. Durante il processo di secondo grado è stata riaperta l’istruttoria dibattimentale che ha permesso la testimonianza – fra gli altri – del collaboratore di giustizia Antonio Cossidente, ex boss dei basilischi, la cosiddetta “Quinta mafia”, collegata con la ’ndrangheta calabrese, che opera nel territorio lucano, e del testimone di giustizia Domenico Oppedisano, meglio noto come “Mimmo”, il gioielliere di 58 anni, fratellastro del boss Salvatore Cordì. In particolare Oppedisano ha i dichiarato di aver deciso di collaborare con la giustizia nel momento in cui alcuni esponenti della cosca Cordì lo avevano “invitato” a testimoniare il falso nel processo a carico di Curciarello e Martino, il tutto per favorire la pax mafiosa che sarebbe stata sottoscritta dai Cataldo e i Cordì dopo oltre 40 anni di faida. Una testimonianza necessaria per negare una faida che le ‘ndrine preferiscono gestire fra loro e senza che la magistratura possa utilizzare i fatti di sangue per costringere per lungo tempo dietro le sbarre capi e gregari. Affermazioni in linea con quelle di Cossidente, che ha sempre affermato di aver saputo da Guido Brusaferri, che la tregua fra i Cataldo e i Cordì “sarebbe stata una pace finta, dal momento che c’erano stati troppi morti”. Il collaboratore ha dichiarato in aula che gli era stato riferito che le due cosche dovevano negare la faida per non dare conferme nei processi e nelle indagini.






