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Reggio: rinviato a giudizio ex vicepresidente Reggina Gianni Remo

27 Maggio 2014
in CITTA, Reggio Calabria
Tempo di lettura: 3 minuti
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Reggio: rinviato a giudizio ex vicepresidente Reggina Gianni Remo

di Angela Panzera – Comparirà il 15 luglio dinnanzi al Tribunale Collegiale di Reggio Calabria Gianni Remo, l’ex vicepresidente della Reggina, accusato di estorsione mafiosa. Remo infatti, è stato rinviato a giudizio dal gup reggino Barbara Bennato che ha disposto il processo anche per il fratello Pasquale, la moglie Maria Romeo e il cognato Michele Labate. Secondo il sostituto procuratore titolare dell’inchiesta, Stefano Musolino, Remo si sarebbe reso responsabile insieme al fratello Pasquale del reato di estorsione mafiosa ai danni di un altro parente ossia Umberto Remo. Secondo il capo d’imputazione formulato dal pm, e successivamente facente parte dell’ordinanza di custodia cautelare con cui il gip ne ha ordinato l’arresto il 9 luglio del 2013, i due fratelli – è scritto – “nell’esercizio delle attività di impresa dedite al commercio all’ingrosso ed al dettaglio di carni, pollame ed altri prodotti alimentari di derivazione animale compivano atti di concorrenza sleale nei confronti delle imprese riferibili a Remo Umberto ed alle altre imprese operanti nel medesimo settore merceologico. In particolare, delegavano partecipi, rimasti ignoti, dell’articolazione di ‘ndrangheta denominata cosca Labate, che minacciavano la clientela, affinché non si rifornisse più presso l’impresa di Remo Umberto, indirizzandola verso quelle collegate alle imprese riferibili alla comune cosca di ndrangheta ed, inoltre, facevano valere la forza di intimidazione derivante dal vincolo associativo, anche a mezzo di minaccia implicita – che si inseriva nel contesto sociale ed ambientale intimidito e dominato dalla comune consorteria – per gestire il predetto settore merceologico in regime concorrenziale agevolato, a mezzo delle imprese direttamente o indirettamente riconducibili ai partecipi della comune cosca di ndrangheta ovvero ad imprese gestite da soggetti collusi o contigui alla predetta organizzazione”. Secondo gli inquirenti Gianni Remo, forte del legame di parentela con la famiglia Labate, attiva nelle settore della macellazione e vendita della carne così come già ampiamente testimoniato dall’indagine “Gebbione”,  avrebbe quindi, imposto la propria volontà per ritagliarsi una posizione privilegiata nel mercato reggino. Per quanto riguarda invece la presunta vittima, che arriverà anche a temere per la propria incolumità, sempre il gip scriverà nell’ordinanza di custodia cautelare che ”proprio, temendo per la propria vita, invitava le figlie a redigere, quasi a mò di testamento morale, una missiva nella quale venissero descritte le condotte vessatorie poste in essere da soggetti al momento non meglio indicati. Lo scritto sarebbe stato utilizzato nel caso in cui fosse accaduto qualcosa di grave al Remo Umberto che, temendo addirittura di essere ucciso, avrebbe utilizzato tale escamotage per individuarne i responsabili. La condizione di coartazione del Remo Umberto appariva talmente forte da indurre, addirittura le figlie a consigliare al padre di non ostacolare l’acquisizione dei beni da parte di individui la cui identità per parte della conversazione veniva celata, proprio per evitare il loro risentimento e, di conseguenza, possibili gravi ritorsioni. Le donne apparivano perfettamente consapevoli che nel caso di un’azione incisiva, tutti loro sarebbero dovuti (letteralmente) “sparire” dalla Città di Reggio Calabria, proprio per evitare la gravi azioni che tali individui erano in grado di commettere ai loro danni….”. Esasperato da tutte queste presunte vessazioni Umberto Remo racconterà ai Carabinieri come per far fronte alla crisi economica, “egli si fosse rivolto proprio al nipote Pasquale Remo, ottenendo – nel corso del tempo – somme totali ammontanti a circa €.460.000,00, riuscendo a restituirne circa € 400.000,00: “Ad un certo punto Remo Pasquale e Remo Giovanni mi chiesero più insistentemente la restituzione immediata della differenza ancora esistente”. La pressione era tale che egli “…nel ’09 ero disperato perché Remo Pasquale e Remo Giovanni mi facevano pressioni continue per ottenere la restituzione dei soldi ed ogni volta io mi sentivo male per questo fatto, tanto che mi dovevano ricoverare; io temevo che il mancato pagamento dei soldi dovuti potesse causare dei problemi ai miei figli, per cui, ad un certo punto, ho detto a mio genero di vendere il terreno alle condizioni che volevano loro, anche perdendo dei soldi pur di chiudere la situazione e non aver più a che fare con i miei nipoti.”. Era terrorizzato a tal punto che l’imprenditore riferirà agli inquirenti di aver paura di essere ucciso e questo timore era presumibilmente riferito al “peso” della famiglia Labate residente, anche con tutte le loro attività commerciali, nel quaritere Gebbione, alla periferia Sud di Reggio Calabria. Inizierà quindi il prossimo 15 luglio il processo per la famiglia Remo. Al momento “escono”  però fuori dall’inchiesta una serie di soggetti e tra questi ci sarebbero anche le due figlie del presunto imprenditore estorto e il marito di una di queste.

Tags: processoRegginaRemo
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