
di Cristina Marra – Ci sono romanzi che ti catturano, che ti scuotono, ti sconvolgono o ti consolano. Sono quei romanzi che ti capita di rileggere più volte perchè ne senti l’esigenza e
ti basta aprirne una pagina a caso e rituffartici dentro per provare quell’emozione che ti strappa una lacrima o un sorriso. Insomma si tratta di libri che ti entrano nel cuore con i loro personaggi e le loro atmosfere e che, se si tratta di romanzi seriali, aspetti con la curiosità di un bambino o con l’ansia di un lettore affezionato. Certamente sono innumerevoli le opere di narrativa che procurano questo stato di dipendenza, ma se si tratta di noir, anzi di noir italiani, il numero è ristretto a una manciata di autori. Primo fra tutti: Maurizio de Giovanni. Da Fandango a Einaudi, lo scrittore napoletano padre dell’affascinante quanto misterioso commissario Ricciardi, ha scalato le classifiche di vendita e si è imposto anche all’estero. Ma in che cosa risiede la dipendenza da de Giovanni? Sicuramente nella sensibilità narrativa dello scrittore che dipingendo con le parole la sua Napoli del Ventennio fascista non scade mai nella banalità, nel superfluo e tantomeno nello scontato o nel retorico. La dipendenza sta nella caratterizzazione dei personaggi, ritratti con la giusta dose di analisi psicologica e di personalità rivelata; la dipendenza si nasconde nei vicoli di Napoli, nella città che odora di mare, di pizza e di crimini; la dipendenza emerge dalla maestria del narratore nell’usare il fatto delittuoso o criminale come arma per svegliare le coscienze, per aprire gli occhi sul male e sul dolore che ci circondano e che troppo spesso non vogliamo vedere. La dipendenza dalla scrittura di de Giovanni sta nella sua unicità nel raccontare l’amore passionale o dolce, maturo o appena sbocciato, filiale o materno, l’amore che incontri per strada o che condividi da una vita, l’amore per un cane, l’amore per una città!E l’amore è al centro dell’ultimo noir “Vipera” (Einaudi, pag. 304 euro18,00) Dopo l’omaggio alle quattro stagioni, l’interesse dell’autore si rivolge alle festività, momento di gioia, di preghiera ma anche spunto per raccontare la morte come quella di una giovane donna, la bellissima e richiestissima Vipera, la prostituta più famosa del Paradiso, “il casino più famoso della città”. Vipera, alias Maria Rosaria Cennamo è riversa sul letto, morta per soffocamento.
Un omicidio inspiegabile avvenuto qualche giorno prima di Pasqua, un momento di riflessione anche per Ricciardi attanagliato dai suoi dubbi amorosi e preoccupato per la sorte del suo intrepido e contestatore amico, il dottore Modo, scomparso improvvisamente. Gli occhi smarriti del cane di Modo incontrano di nuovo quelli verdi e penetranti di Ricciardi:l’indagine comincia. La primavera irrompe sulla scena e dopo “l’inverno dei silenzi, delle strade gelide battute dalla tramontana, dei geloni e della pioggia fredda, le passioni hanno accumulato tanta di quell’energia distruttiva che non aspettano altro che eruttare il loro disordine”. Ancora una volta l’amore ha mosso la mano dell’assassino e ancora una volta la miseria ne diventa il mandante. “Vipera” è un romanzo dai profumi forti come quelli che emanano i corpi delle donne del Paradiso o intensi come quelli sprigionati dalla pentole fumanti della cucina di Pasqua, dai sapori amari come quelli che hanno i ricordi o i rimorsi e dai rumori di festa delle campane che annunciano la Resurrezione. Un romanzo in cui la solitudine si fa strada tra la folla in mezzo agli schiamazzi e che Ricciardi ascolta con le orecchie e col cuore. L’indagine sull’omicidio di Vipera e quella ufficiosa sulla scomparsa del dottor Modo si alternano così come le scene di vita casalinga delle due donne innamorate di Ricciardi. Intorno alla pastiera dolce tipico e tradizionale della Pasqua campana si riuniscono le famiglie, nella delizia del suo impasto si annegano le preoccupazioni e nella sua preparazione si mescolano sogni, aspettative, progetti. Il dolce fatto di amore che sazia anche l’appetito del dio del mare annuncia l’arrivo della Pasqua, “la Pasqua era la primavera, le finestre che si aprivano e lasciavano tornare il sole e il profumo del mare”.




