
di Enzo Vitale* – Il ricordo di quanto accaduto non è fissato indelebilmente nei circuiti neurali: la memoria non è una tavoletta di argilla su cui incidere il passato o un supporto magnetico su cui salvare ciò che potrà essere successivamente richiamato. Il sistema memoria è
vivo e duttile e plasmabile: ogni nuova impressione gli impone una deformazione; e il più delle volte questa non viene nemmeno percepita. La memoria, quindi, è fatta anche di involontarie amnesie e rimozioni, di inconsce sovrapposizioni e revisioni. Ricordare è, quindi, anche dimenticare.
Quindi, poiché la personalità di ognuno si evolve e in questo suo dinamismo modifica l’aspetto dei ricordi e la percezione del passato, del quale addirittura interi blocchi possono andar persi o stravolti nel loro significato, i fatti, nella memoria alimentata dal racconto e dall’affabulazione, finiscono col non essere più fatti: ma solo ricordi, soggettivi e parziali.
Se non si costruisce una memoria condivisa, la storia, come quella dei Moti di Reggio, rischia di diventare mito: una narrazione simbolico-sacrale di leggendarie imprese, di cui ognuno ricorda e tramanda una versione soggettiva e parziale.
La storia della Rivolta di Reggio, rimossa dalla coscienza nazionale, non può essere affidata solo alla memoria che ne hanno avuto e hanno tramandato i protagonisti di allora, destinata a perdersi, o a pubblicazioni e studi, che il tempo relegherà in un fondo di scaffale, o a periodiche rievocazioni piegati ai contingenti interessi.
Il sindaco Scopelliti un paio di anni fa aveva annunciato, in occasione delle presentazione di un filmato rievocativo, la decisione di realizzare un museo sulla Rivolta: l’idea è un giusto e dovuto passo verso la costruzione di una memoria condivisa che vada oltre i racconti e le affabulazioni; oltre le amnesie e le rimozioni, le sovrapposizioni e le revisioni; oltre i ricordi soggettivi e parziali.
È sbagliato, però, stralciare l’evento dei Moti dalla maggiore storia di Reggio e isolarlo in un’enclave che, alla fine, ne sminuirebbe l’importanza: sarebbe molto più utile incastonare la memoria dei Moti in Museo di storia cittadina che, partendo dalle origini di Rhegion, passando per le due cesure (del 1783 e del 1908) e per le relative rifondazioni, si addensi attorno ai Moti del Settanta per concludersi con l’ultima metaforica rifondazione, ovvero la Primavera di Falcomatà e l’Estate di Scopelliti, e con l’acquisizione dello status di Città Metropolitana.
In questo Museo della Città, alla cui costituzione potrebbe validamente contribuire l’Università Mediterranea, per quanto attiene all’urbanistica della ricostruzione, e la Fondazione Mediterranea, per tutto ciò che compete il rapporto privilegiato con Messina nel contesto dell’Area dello Stretto, si potrebbe creare un percorso logico che, nel fissare e conservare e tramandare la memoria condivisa dei singoli eventi, offra al visitatore la fruizione di un coerente e compiuto quadro d’insieme.
* Presidente Fondazione Mediterranea




