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10 novembre 1628: una delle pagine più famose della letteratura

10 Novembre 2008
in Storie
Tempo di lettura: 3 minuti
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quadro.jpgdi Anna Foti – “Addio monti sorgenti dalle acque ed elevati al cielo, cime ineguali note a chi è cresciuto tra voi e impresse nella mente non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti dei quali distingui lo scroscio, come il suono delle voci domestiche, ville sparse biancheggianti sul pendio, come branchi di pecore pascenti, addio!(…) Chi dava a voi tanta giocondità è per sempre e non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande.

Di tal genere erano i pensieri di Lucia e poco diversi i pensieri degli altri due pellegrini, mentre la barca gli andava avvicinando alla riva destra dell’Adda”. Forse gli studenti di una volta conoscevano a memoria uno dei brani più poetici con cui Alessandro Manzoni ha intessuto la trama del romanzo storico per antonomasia, “I Promessi Sposi”. Le vicende della Grande e Piccola Storia cui si ispira l’opera letteraria di immenso prestigio sono a tutti note, ma forse non tutti sanno che, contenuto nel capitolo ottavo, il celebre “Addio Monti”  ai colloca all’alba di venerdì 10 novembre quando Lucia Mondella lascia la città natia, Lecco, per cercare rifugio a Monza. Una commovente ballata dell’esilio contaminata dalla drammaticità di Schiller, dai toni memorialistici di Rousseau e da quelli romanzeschi di Scott. Una pagina di endecasillabi in cui Manzoni affida alla scrittura le emozioni più intime, la commozione e gli affetti custoditi in uno spazio semplice e quotidiano in un piccolo villaggio lombardo, mentre a Milano imperversa la Peste.

 

 

Oggi Milano ricorda i natali del celebre scrittore dell’Ottocento italiano, aprendo le porte della sua casa, adesso un Centro di Studi Manzoniani, sita in Via Morone, una traversa del centralissimo viale Manzoni. Il palazzo divenne residenza della famiglia Manzoni nel 1814. Qui lo scrittore visse, dopo il rientro da Parigi, fino alla morte avvenuta nel 1873. Prima acquisito da privati, poi rilevato dalla Cassa Risparmi delle Province Lombarde, infine approdato sotto l’egida del Comune di Milano, il palazzo è divenuto sede del Centro di Studi Manzoniano nel 1937 con Regio Decreto. Il Centro con annesso Museo Manzoniano, tuttavia, furono inaugurati circa trent’anni dopo. Ritratti di famiglia, delle due mogli Enrichetta Blondel e Teresa Borri Stampa che lo lasciarono vedovo, documenti familiari, lettere e prime e rare edizioni delle sue più grandi opere tra cui anche “I promessi Sposi” illustratati da Francesco Gonin, sono custoditi nelle stanze del Museo. Intatte, come lo stesso Manzoni le ha lasciate, rimangono soltanto la sua camera da letto e il suo studio con affaccio sul giardino alla magnolia da lui stesso piantata e a lui sopravvissuta. In quello studio, attorniato da tremila volumi, su quella scrivania di fronte al camino, egli compose “I Promessi Sposi”, incontrò Balzac, Garibaldi, Verdi, Cavour. Accanto la sala di Tommaso Grossi, amico, scrittore e poeta, che visse a lungo in casa Manzoni. Un personaggio letterario di indiscutibile spessore, autore de “Il cinque maggio”, “Marzo 1821”, “Adelchi”, “Il conte di Carmagnola”, Alessandro Manzoni fu anche pollice verde che si svela a chi ammira l’imponenza  della sua magnolia di fronte alla finestra del suo studio; la sua storia personale ancora riserva del lati oscuri, tra cui il relazione tra la madre la Giulia Beccaria e Giovanni Verri da cui nacque un figlio, passato alla storia con il cognome del padre acquisito, Pietro Manzoni. Poi il difficile ma recuperato rapporto con la madre Giulia Beccarla e i matrimoni, entrambi felici, con dieci figli il primo, e con due gemelle il secondo. Manzoni uomo oltre scrittore. Il Manzoni che traspare e si consegna all’animo del lettore con pagine irripetibili come quella dell’Addio Monti. 

 

 

 

 

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