Lo “spirito di Monaco” viene di volta in volta richiamato nelle dichiarazioni di leader politici e sulle pagine stampate in relazione a questo o quell’evento di politica estera. Di recente se ne è parlato anche per definire l’atteggiamento dei paesi occidentali, ritenuto da taluno troppo arrendevole, nei confronti della politica estera, dinamica e sprezzante nei toni, della Russia di Medvedev e Putin, soprattutto in merito alla crisi georgiana. Non è certo nelle nostre possibilità – Sutor, ne ultra crepidam – affrontare tali complessi problemi di politica estera dove, per dirla con il Manzoni, “la ragione e il torto non si dividono mai con un taglio così netto che ogni parte abbia soltanto dell’uno e dell’altra”, tanto più che, nello specifico caso, ci sembra che essi andrebbero equamente divisi tra USA, Europa e Russia. Nostro intento semmai è partire dal ricordo dell’Accordo di Monaco, nel 70° anniversario, per tentare di capire un po’ della complessità del mondo attuale. Scaturito dalla conferenza che dal 29 al 30 settembre 1938 si tenne appunto a Monaco di Baviera fra i capi di governo di Italia (Mussolini), Francia (Daladier), Germania (Hitler) e Regno Unito (Chamberlain) per definire – io direi soddisfare – le rivendicazioni che i tedeschi avevano sul territorio dei Sudeti, facente parte della Cecoslovacchia ma con una popolazione di lingua tedesca, l’accordo di Monaco ha aperto la strada alla II Guerra Mondiale (1 settembre 1939). La conferenza, alla quale non erano stati invitati i Cecoslovacchi, portò come è noto allo smembramento dello stato cecoslovacco e, nel 1939, alla sua annessione alla Germania nazista. La storia ha considerato, ben a ragione, Monaco come un errore madornale da parte delle Democrazie sia sul piano politico che su quello militare e strategico. La Germania nazista da quel patto ha infatti ritenuto, a torto, che Francia e Inghilterra non erano disposte a battersi neppure per la Polonia. L’URSS di Stalin da parte sua ha creduto che l’Occidente, rinunciando a combattere per i suoi principi e a difendere piccoli paesi coi quali pure aveva accordi politico-militari (la Francia con la Cecoslovacchia), si proponesse di indirizzare verso l’ Unione Sovietica la spinta espansionistica della Germania, inducendolo a quello che sarà, un anno dopo, l’altrettanto scellerato Patto Molotov-Ribbentrop. L’Europa – a parte l’Austria e la Cecoslovacchia – ha avuto un anno in più di pace ma Monaco ha compromesso, a sfavore delle democrazie, le prime importanti fasi della II Guerra Mondiale. L’opinione pubblica di Francia e Inghilterra salutò con entusiasmo Chamberlain e Daladier come salvatori della pace e soltanto Churchill, andando contro il parere comune dei suoi concittadini disse alla Camera dei Comuni « Regno Unito e Francia potevano scegliere tra la guerra ed il disonore. Hanno scelto il disonore. Avranno la guerra » . Il ricordo di quel patto scellerato, che sacrificò una antica nazione europea, l’unica democrazia parlamentare nell’est europeo, sull’altare di una pace effimera, ha oggi un significato che va al di là del mero dato storico e induce ad una serie di riflessioni sulla guerra e sulla pace, sul pacifismo contemporaneo e sulle sue ingenuità, soprattutto sul futuro. Una tale riflessione ha sempre coinvolto gli uomini sensibili che si sono arrovellati per capire, giustificare, condannare. Quando Cicerone, in un passo del De Republica scrive “illa iniusta bella sunt quae sine causa suscepta” (sono ingiuste quelle guerre intraprese senza una ragione) definisce attraverso una negazione quella che per lui è un “bellum iustum” (guerra giusta) . Peccato – e lo facevano notare già ai suoi tempi i popoli vinti – che i Romani, di guerra giusta in guerra giusta, avessero conquistato un impero. Musonio Rufo, il Socrate latino, si reca invece al campo di Bedriaco, prima della battaglia che doveva decider le sorti di Otone e Vitellio, a parlare di pace, ma invano, ai soldati in armi, che lo avrebbero ben volentieri e prontamente linciato sul posto se alcuni suoi amici, meno filosofi ma con più senso pratico, non avessero provveduto ad allontanarlo. Nessun uomo dotato di ragione – e la gran parte lo è – vuole e cerca la guerra ma nello stesso tempo il rifiuto della guerra e della armi “a prescindere” conduce a conseguenze paradossali. La “legittima difesa” può essere un abuso e una foglia di fico per celare motivazioni poco nobili, ma i pacifisti che, dopo Monaco, applaudivano Chamberlain, si rendevano o no conto che la libertà e la democrazia, punto che esse siano considerate dei valori, e noi tali li consideriamo, talora debbono poter essere difese anche con le armi? Tutti coloro che nella storia hanno combattuto, e quindi ucciso, o sono caduti per gli ideali di libertà ( gli uomini della Resistenza, gli Ebrei del Ghetto di Varsavia) hanno dunque avuto torto e sono morti invano? Grande rispetto sentiamo di dover tributare a coloro che sono portatori “scomodi”, in un mondo relativista, dei valori assoluti della pace e della non violenza; che preferiscono subire il male piuttosto che farlo, anche soltanto per difendersi. Ma il prezzo di una tale visione, estesa alla società e ai rapporti tra gli stati, avrebbe conseguenze spaventose e incredibili. Quale Europa avremmo oggi se i pacifisti del 1938 avessero avuto ragione e la follia hitleriana non fosse stata fermata, sia pure a un prezzo altissimo in termini di vite umane e di distruzioni materiali? E’ pur vero – lo abbiamo già notato – che il torto e la ragione non possono essere equamente divisi e che di libertà e democrazia, magari da esportare sulle canne dei fucili, si parla oggi spesso a vanvera, a copertura di interessi che nulla hanno a che fare con tali ideali (vedi guerra in Irak), ma è pur vero che la reazione, giusta, a un tale “travisamento”, non può consistere nel negare che tali valori possano e debbano talora essere difesi, quando necessario, anche con la forza delle armi e, per quanto doloroso, a prezzo della vita propria e degli altri. Non ci si può rifugiare nella città ideale delle proprie convinzioni assolute, e sprezzare la città degli uomini “comuni” che tentano di trovare, qui nell’inferno della terra, un equilibrio fragile ma pur necessario, tra istanze spesso contraddittorie e opposte.
Stefano Iorfida
Presidente Associazione Culturale Anassilaos




