
di Antonino Nicolò – Proviamo a sollevare il velo di Maya dell’illusione per comprendere (per chi ne avesse voglia) che l’illegalità è un sistema ben strutturato e consolidato dalle nostre parti. La nostra realtà è “impregnata” non solo di mafia ma anche (e forse di più) di “piccole mafiosità” fatte da abusi
di potere, da regole che “regolarmente” non vengono rispettate, da scarso o nullo senso civico da parte di chi dovrebbe averlo prima di svolgere un ruolo importante.
La verità spesso si coglie ma difficilmente ci viene detta (io ci provo) e ciò comporta nel cittadino una disaffezione, e dunque scarso senso di partecipazione, verso chi dovrebbe garantire e tutelare i suoi diritti.
Forse andremo su Plutone o forse non scopriremo nemmeno il rimedio contro la forfora, ma state pur certi che difficilmente debelleremo la mafia. Non fosse altro perché ormai consolidata l’idea che trattasi di “uno stato nello stato”, un Leviatano, quel mostro invincibile descritto nella Bibbia.
C’è anche da dire che l’uomo non è, come Aristotele aveva sostenuto, un animale “naturalmente sociale”: osserva le regole e rispetta la sicurezza altrui solo quando è intimorito dalla forza esercitata dallo stato.
Sino a quando non ci sarà uno stato forte, state pur certi, continuerà ad esistere la mafia ed il suo surrogato che è la mafiosità.
I vari tentativi ed i vari “correttivi”, di volta in volta applicati, sinora si sono rivelati come il voler aggiungere una foglia di fico su una statua nuda.
Confesso, apertis verbis che il mio è una forma di scetticismo, se pur molto raffinato, legato alla conoscenza della nostra realtà e dunque un pessimismo della ragione se volete.
Ed allora è tutto un chiacchierare a vanvera?
No certamente. Tutto può servire per togliere anche un solo bicchiere d’acqua da questo “sporco mare” anche un solo straccio da questo letamaio.
Non serve certo dibattersi come uno scimpanzè depilato a strappo, quanto cercare (ognuno di noi secondo le nostre capacità e facoltà) di contribuire alla risoluzione del problema.
Le montagne di parole, sino ad oggi, non hanno partorito neanche un topolino.
Dunque ci vogliono i fatti: maggiore repressione, più severità della pena e principalmente che questa pena sia certa.
Ma queste fanno parte di quelle famose parole di cui parlavamo. Ci vogliono i militari ? Ben vengano se servono per produrre fatti e non per “presidiare il territorio”, ma per stanare ed assicurare alle “patrie galere” i delinquenti e gli assassini.
E lasciamo perdere “l’intelligence”, usiamo i metodi tradizionali dando pieni poteri per eseguire controllo-accertamento-arresto.
Nel frattempo noi tutti non dovremmo “girarci i pollici” nell’attesa che la legalità venga ripristinata dagli “operatori del settore”.
Incominciamo da subito ad agire conformemente al rispetto delle regole, invitando-vigilando-denunciando chi non fa altrettanto.
Questa “operazione cittadino” non è certamente semplice o priva di inconvenienti. Ecco che la legge dovrebbe garantire il massimo della tutela per chi vuole collaborare (non sto parlando di pentiti ma di cittadini stufi delle varie “porcherie” alle quali sono quotidianamente sottoposti) dando delle risposte, concrete e celeri, tali da “incentivare” il sistema.
Per capire il clima dove viviamo tali soggetti verrebbero chiamati “spioni” ed additati o peggio “maltrattati” se scoperti.
Si deve lavorare per costruire la coscienza del cittadino, garantirgli la sua sicurezza ed “instillargli” quel senso di fiducia che lo porta a credere che si può vivere in una società più giusta ed equa per tutti. La legalità non si materializza semplicemente indicando l’obiettivo ma con l’agire quotidiano, iniziando dalle piccole cose: multiamo chi sporca buttando anche una piccola carta per terra e perseguiamo chi delinque a qualsiasi titolo, anche con la piccola truffa o ruberia.
Un po’ di misura e di sano realismo dunque sono convenienti: incominciamo a tagliare le “estremità” di questo mostro che è la mafia perché e su di esse che si appoggia.
Antonino Nicolò –Capogruppo di Alleanza Nazionale-




