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“Non c’è onore alcuno nell’essere mafiosi”

10 Agosto 2008
in Storie
Tempo di lettura: 2 minuti
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duomolega.jpg
di Anna Foti
– “Pentitevi perchè nell’essere mafiosi non c’è nulla di onorevole e dignitoso”. Un appello che potrebbe apparire in linea con i luoghi comuni più usati, magari anche abusati, in ambito antimafia e non, ma che invece merita l’attenzione massima di un monito di responsabilità verso chi è rimasto solo

mentre si adoperava per il bene comune, verso chi ha corrisposto un prezzo altissimo alla causa della giustizia e della lotta alla mafia, quando ancora di essa si parlava in termini molto meno accesi. L’appello è stato, infatti, lanciato da Rosanna, figlia di Antonino Scopelliti sostituto procuratore presso la Corte di Cassazione ucciso nel 1991 in Calabria dalla mafia, in occasione della serata inaugurale del secondo meeting giovanile antimafia promosso a piazza Duomo dalla Fondazione Scopelliti e il movimento Ammazzateci, guidato da Aldo Pecora.  In svolgimento a Piazza Duomo, infatti, la manifestazione cui ieri sera hanno preso parte il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, il sindaco della città Giuseppe Scopelliti, il governatore Agazio Loiero, il questore Santi Giuffrè, lo scrittore Carlo Lucarelli. L’incontro, moderato dal giornalista Michele Cucuzza, ha centrato il problema della complessità delle indagini in un ambito, quale quello della criminalità organizzata, in cui la difficoltà di identificazione dei responsabili e la complicata ricerca di riscontri da porre alla base della validità delle dichiarazioni raccolte continuano a rappresentare i nodi critici nell’’operato della magistratura e delle forze dell’ordine. Considerazioni che rendono difficile, ma non impossibile, la riapertura delle indagini sulla morte del giudice Scopelliti. “Ho avuto bisogno di moltissimi anni per perdonare mio padre – ha spiegato Rosanna – per il sacrificio cui era incorso per perseguire una giustizia che ancora lo ignora. Solo adesso capisco che quello era invece l’unico modo per non piegarsi al compromesso mafioso. Io sono fiera di mio padre, onorata di essere sua figlia e non credo che i figli delle famiglie ‘ndraghetiste di questa città e di questa regione possano vantare dei loro cari lo stesso orgoglio”. Un appello forte che tuttavia rivela, nel suo impattarsi con il tessuto in cui la malavita prolifera, la difficoltà di essere accolto. E’ Piero Grasso, procuratore nazionale Antimafia che parla dell’omicidio Scopelliti come di un favore che la ‘Ndrangheta restituì a Cosa Nostra per ricambiare un suo intervento di pacificazione tra famiglie calabresi, a raccontare di un figlio che minacciò il suicidio quando il padre, detenuto in regime di 41 bis, si mostrò incline a collaborare con la giustizia. Un episodio stigmatizzato anche dallo scrittore giornalista Carlo Lucarelli che ha parlato di una rivoluzione politica insufficiente senza una rivoluzione culturale, che ha parlato di una mafia che non uccide solo con la lupara o con il tritolo ma che ammazza anche, anzì soprattutto, condannando al sottosviluppo . La vera minaccia è quella zona grigia diventata ormai pervasiva ed estesasi al punto tale da confondere tutto il resto. Il compromesso è la regola e la prima rivoluzione sarebbe già quella di non ricorrervi senza pensare che il bianco e il nero esistano più. Ma per fare questo c’è bisogno di occhi per discernere e di coscienza per non oltre delegare la scelta.

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