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Quando Cosa Nostra spezzò la vita di Paolo Borsellino

19 Luglio 2008
in Storie
Tempo di lettura: 4 minuti
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borsellino.jpg

di Anna Foti

“Non c’è più tempo”. Così Paolo Borsellino presagiva che la drammatica sorte dell’amico e collega Giovanni Falcone avrebbe raggiunto anche lui. Non c’era più quel tempo per finire il prezioso lavoro che era stato cominciato. Era il maggio del 1992 quando la strage di Capaci segnò il culmine dell’attacco della mafia allo Stato e ad irrompere furono la sensazione di sconfitta e l’impotenza, per Borsellino molto differente dalla resa. Sapeva che sarebbe stato fermato e questo lo obbligò ad andare avanti. Arresta il suo operato contro Cosa Nostra un’autobomba sotto casa della madre, in via D’Amelio, che esplode il 19 luglio1992 uccidendolo insieme al caposcorta Agostino Catalano, ad Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cusina e Claudio Traina. A quella disastrosa deflagrazione, che ha lasciato oscurità sull’identità di chi ne abbia mosso le fila, sopravvive solo Antonino Vullo. Il fratello Salvatore ha gridato alla strage di Stato.

 

La sorella Rita ha imbracciato la strada della testimonanza e della memoria. Cosa Nostra è lì dove è nata, in Sicilia. Ancora radicata  come dimostrano le denunce degli imprenditori minacciati dal racket. Dunque Cosa Nostra ancora esiste ma esiste anche un tentativo di nuova coscienza, di ribellione. Forse, anzì sicuramente, questo tentativo aleggia più in Sicilia che dalle nostre parti, dove il radicamento della ‘ndrangheta è indiscusso ma nessuno denuncia, dove la paura è più forte e questa coscienza fatica a destarsi. Ci vogliono radici profonde per veder crescere fronde capaci di offrire ombra. Come quelle dell’albero che sorge nel centro di Palermo al numero 23 di via Emanuele Notarbartolo, reggente del Banco di Sicilia ucciso nel 1893 e prima vittima di mafia, e che accoglie sul suo tronco i pensieri e le riflessioni di chi non vuole dimenticare. Tali radici necessitano di un terreno che non sia arido e ostile. Un terreno che riscopra risorse anche laddove sia stato defraudato di ogni nutrimento. Quella risorse che la vita ha negato alla giovane Rita Atria, non sopravvissuta all’omicidio di Paolo Borsellino di cui, dopo una vita di omertà, era riuscita a fidarsi. Non leggeremo mai su quell’albero le parole che Rita scrisse qualche istante prima di “volare” via da un mondo che non riusciva più a darle speranza.

 

“Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita.
Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi. Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combarrete la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi. Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi
ma io senza di te sono morta” – Rita Atria

 

Si chiude tragicamente la travagliata storia di speranza e disincanto di Rita Atria, figlia di Vito e sorella di Nicola uomini d’onore assassinati in Sicilia, a Partanna in provincia di Trapani, negli anni ’80. Un’epopea di promesse infrante e un sogno spezzato dagli eventi drammatici che nel 1992 culminarono negli attentati ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La storia di Rita torna ad interrogare le coscienze di ciascuno, riproponendo con forza la speranza di un mondo pulito e giusto, quello che insieme alla nuora Piera aveva desiderato. La storia di un coraggio che non sopravvive al tradimento della cruda realtà e che non resiste all’indignazione, diffusa in certi ambienti, che giudica infamante la scelta di raccontare la verità, di lottare contro un destino ereditato per costruirsi un futuro diverso. Un giovane sogno, mai realizzato, che ha testimoniato, nel suo nascere, la volontà di non arrendersi. Quel sogno improvvisamente comincia a sgretolarsi in un giorno caldo del luglio 1992, quando le edizioni straordinarie dei telegiornali annunciano la strage di Via D’Amelio. La giovane diciassettenne, figlia di secoli di violenza, giustizia privata e “rispettabile silenzio”, aveva trovato il coraggio di affidarsi, di raccontare la verità a Paolo Borsellino. Ai suoi occhi non inquinati dai retaggi familiari, egli era uomo prima che giudice, Stato onesto contro la mafia. Solo qualche giorno dopo, il 26 luglio, a Roma in via Amelia, il cui nome sembrava sfidare la sorte di Rita e dove in veste di collaboratrice di giustizia era stata scortata, quel sogno cede alla solitudine e alla disperazione, spezzandosi definitivamente. Ma non è solo buio e non è solo silenzio ogni volta che si racconta la storia di Rita. E’ buio ogni volta che si racconta la storia di una speranza che muore. Rita era rimasta sola e aveva scelto di andare, per non avere più paura. Ma resta la luce della verità che aveva scelto di raccontare, anche se essa non riusciva più a risplendere dentro di lei. Qualche parola di speranza ancora, poi quel “volo” che l’avrebbe portata via da tutto quel dolore imposto e da quella mafia misteriosa che con certezza avrebbe assunto di nuovo il sopravvento nella sua vita, avrebbe privato quel futuro diverso del suo tempo per accadere. Anche questa volta non c’era più tempo.

 

 

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