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Odgovornost: giustizia per Srebenica dopo 13 anni di impunità

12 Luglio 2008
in Storie
Tempo di lettura: 3 minuti
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donne_srebrenica1.jpgdi Anna Foti
Otto mila le persone musulmane bosniache trucidate dalle milizie serbo-bosniache guidate dal generale Mladic nel luglio del 1995 a Srebrenica. Un’enclave musulmana espugnata con il sangue e la violenza, per la prima volta l’11 luglio di 13 anni fa. Una pagina dolorosa della storia dei Balcani che avrebbe dovuto trovare giustizia. Eppure dal febbraio 2007 sembra non essere stato così. La sentenza della Corte di Giustizia Internazionale dell’Aja, infatti, ascrisse l’accaduto alla fattispecie di genocidio escludendo l’ipotesi di un massacro premeditato dallo stato Serbo. Dunque non un genocidio di stato, ma per la Serbia la sola responsabilità di non avere impedito il massacro di Srebrenica. E’ stato sconcerto a Sarajevo per quanto deciso dalla più alta autorità giudicante delle Nazioni Unite chiamata a dirimere le controversie tra Stati. E’ stato sdegno per quanti, molti, ritenevano che gli eccidi non fermati, non impediti dovessero comunque comportare delle responsabilità e una assicurazione alla giustizia. Responsabilità che neppure il tribunale internazionale ad hoc per l’ex-Jugoslavia, istituito per accertare i crimini contro l’umanità e le responsabilità personale dei singoli individui, aveva riconosciuto nel 2004.

Intanto a Sarajevo è stato un giorno di sconfitta. Ancora a piede libero i due leader Karadzic e Mladic, dichiarati colpevoli ma latitanti. Nessuno, dunque, sa dove si trovino il comandante delle forze serbo-bosniache della ex-jogoslavia Mladic e il presidente Karadzic che riportarono i campi di concentramento in Europa, i cui uomini si macchiarono del crimine di stupro etnico. Mladic fu l’uomo che guidò personalmente le operazioni a Sarajevo e a Srebrenica e che, su ordine di Slobodan Milosevich, si avvalse dell’esercito della Federazione per attuare la "pulizia etnica" ritenuta necessaria per la creazione della Grande Serbia e architettata con il contributo di Karadzic. Una feroce operazione che produsse quasi due milioni di sfollati e 260 mila vittime, solo quelle accertate. Pare, infatti, che il numero delle persone scomparse sia di gran lunga superiore. Ancora oggi le donne di Srebrenica chiedono giustizia. Chiedono di sapere quante persone abbiano perso la vita in quella strage, quali siano i loro nomi, quanti tra gli scomparsi siano finiti nelle fosse comuni. Ancora continuano le operazioni di identificazione dei corpi disseminati nell’arco dei 50 chilometri intorno a Srebrenica. La risposta a questo urlo di disperazione e di indignazione è quella di una condanna parziale e neanche eseguibile. La risposta è l’impunità. La risposta è la libertà di coloro che sono i responsabili del massacro. Una libertà a cui bisogna opporsi, come indica lo slogan scelto da Amnesty International per ricordare il genocidio “Questa volta lottiamo contro la libertà”.  La risposta è di opportunità dal momento che le trattative per l’autonomia del Kosovo incalzano e alla Serbia resta la carta dei suoi latitanti da consegnare alla Corte di Giustizia per acquisire forza nelle trattative medesime.


Ancora una testimonianza di indifferenza e di mancati e inspiegabili interventi anche da parte delle truppe Onu dispiegate in zona in missione militare. Vittime più volte, coloro che non sopravvissero a quella sanguinosa e terribile estate del 1995 e agli anni che seguirono. Nessuna giustizia, nessun risarcimento. Nessuna speranza di ricucire strappi, nessun diritto di pretendere che possano riconciliarsi la storia del passato e la storia del presente. Nessuna legittimazione a guardare avanti senza il timore attuale che possa riaccadere. Un senso di indignazione, di impotenza e di atroce consapevolezza, avvertitosi nella capitale bosniaca e non solo. Mentre la giustizia ha fatto il proprio corso senza lasciare traccia di quelle vite spezzate, senza cambiare nulla di quello che la tragedia di quei giorni ha cancellato per sempre. Europa, Onu e Nato. Solo adesso sappiamo l’orrore di quel giorni e di quelli che seguirono. Solo dopo aver lasciato che avvenisse. 

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