• Home / RUBRICHE / Tribunale del malato / Carbone: ritorno al futuro o conservatorismo energetico?

    Carbone: ritorno al futuro o conservatorismo energetico?

    centralesaline
    di Damiano Praticò – Puntare sul carbone nel XXI secolo, ad esempio a Saline Joniche, significa preservare il “conservatorismo energetico”?

    Se andassimo a spulciare l’orientamento attuale, in tema energetico, della Grande Madre Europa (leggi UE), capiremmo sin da subito che esiste una forte propensione verso l’utilizzo del carbone. E, naturalmente, ciò che insegna la madre viene trasmesso ai “figli”: i Paesi dell’Unione Europea, in primis la Gran Bretagna, Germania e Spagna (ma l’Italia non è lontana), hanno compreso che il ‘carbone pulito’ può essere una sorta di ritorno al futuro.
    Come punti di forza, oltre all’alta efficienza energetica, esiste una tecnologia chiamata CCS (Carbon Capture and Storage). Si tratta semplicemente del confinamento geologico dell’anidride carbonica (CO2), prodotta dall’impianto a carbone, la quale cattura può avvenire prima o dopo la combustione, a seconda della tipologia di centrale.
    Alla tecnologia CCS ed all’efficienza nella combustione (per cui a parità di energia prodotta si brucia meno carbone), inoltre, si deve aggiungere che, in base alla normativa europea del cosiddetto Emission Trading Scheme, una centrale a carbone deve acquistare permessi di emissione in misura eguale alle tonnellate di CO2 emesse. Una tonnellata, un permesso. Così da poter compensare su scala globale gli effetti delle emissioni liberate durante la combustione.
    L’Unione Europea sta puntando molto sulla CCS definendola, se non proprio ‘green’, sicuramente ‘clean’. Il programma European Economic Recovery Plan (EERP), in aggiunta ad un altro programma chiamato NER 300, ha allocato importanti risorse per impianti dimostrativi in Germania, Olanda, Polonia, Gran Bretagna, Spagna e Italia (progetto di Porto Tolle a conduzione Enel): condizione per accedere ai fondi, essere operativi entro il 2015.
    Ma l’Italia è buona pioniera: ad inizio di marzo 2011, infatti, è stata inaugurata la prima centrale termoelettrica italiana (la Federico II di Brindisi, impianto pilota) con tecnologia CCS. Enel, creatrice della centrale, ha sottolineato che essa “consente di trattare 10.000 metri cubi l’ora di fumi per separare 2,5 tonnellate l’ora di anidride carbonica (CO2), fino a raggiungere un massimo di 8.000 tonnellate l’anno. La stessa quantità di CO2 assorbita da circa 800 mila alberi, ovvero una foresta di dieci chilometri quadrati”.
    Progetto Sei, cartello di aziende che si occupa della ipotetica costruzione della centrale a carbone di Saline Joniche, centrale che utilizzerebbe, per l’appunto, la tecnologia CCS, afferma in merito che essa è una tecnologia perfettamente funzionante e sicura, anche se con un grosso limite: i “costi energetici aggiuntivi”.
    Volgendo lo sguardo a livello internazionale, emerge come la CCS sia una tecnologia utilizzata da molto tempo. La società norvegese Statoil la implementa da anni nel pozzo di Sleipner, mare del Nord, per riuscire a recuperare il gas in profondità, spingendolo in superficie tramite la CO2 che viene iniettata nel pozzo (in gergo tecnico, enanched gas recovery). A questa prima applicazione si sono aggiunti di recente In Salah, nel Sahara Algerino, Weyburn in Canada e Snøvit nel Mare di Barents.
    Da ciò si desume che la CCS rappresenta un’opportunità, ai livelli internazionali, che al momento ha senso, in termini industriali, solo se applicata a qualche processo complementare all’operazione di cattura. Sequestrare la CO2 semplicemente per iniettarla nel sottosuolo, per quanto sia un’operazione sicura (l’anidride carbonica non è infiammabile ne’ esplosiva ne’ tantomeno rappresenta un rischio per la salute umana) non ha ancora senso, per questo si parla sempre più spesso di CC(U)S, dove la “U” sta per utilization.
    I progetti pilota, tuttavia, si susseguono: già nel 2008, il progetto di Saline Joniche compariva in una selezione di impianti europei “papabili”.
    E l’UE è pronta alla sfida, anche per gli interessanti risvolti in chiave globale: esportare una tecnologia del genere verso i paesi che inquinano di più (Cina in primis) potrebbe trasformarsi in un grande business.