
Cagliari, Lecce, Matera, Perugia, Ravenna, Siena. A rappresentare l’Italia nella corsa al titolo di città europea della cultura per il 2019 sono rimaste in sei. Per Reggio nessuna chance.
Esclusa già in fase di preselezione. Nessun segnale politico, nessuna apertura di credito.
D’altronde immaginare che una città come Reggio, in particolare nella fase congiunturale che attraversa attualmente, potesse aspirare ad un traguardo di tale portata era probabilmente un po’ troppo ambizioso. E non sarebbe neanche onesto dire oggi, dopo l’esclusione dalla lista delle candidate, che va già bene che ci abbiamo provato. Non sarebbe onesto principalmente perché andrebbe nella direzione esattamente opposta a quella necessaria per far uscire Reggio dal baratro nel quale si è cacciata. In fondo non è forse vero che il primo passo per risolvere un problema è ammettere di avere un problema?
Guardiamoci attorno. Reggio Calabria, la Reggio Calabria di oggi, candidata a Capitale Europea della Cultura, sarebbe un ossimoro. Reggio è la città che ha il suo Museo principale, il Museo Nazionale della Magna Grecia, chiuso da anni. Reggio è la città in cui si arriva a dare fuoco ad una delle pochissime esperienze positive dell’intero panorama culturale cittadino: il Museo dello Strumento Musicale. Reggio è la stessa città che ha lasciato per anni in un angolo un Museo che doveva rappresentare il simbolo della sua storia artigianale: il Museo della Seta. Reggio è ancora la città che lascia marcire sotto fango e spazzatura decine di siti archeologici e culturali sparsi per tutta la sua area urbana. Reggio è sempre quella città che in qualunque posto si decida di scavare si riporta alla luce un tesoro, solo che a Reggio spesso si preferisce ricoprirlo perché non si hanno né i soldi né le competenze per riportarlo al mondo. Reggio è anche quella città che ha lasciato per anni centinaia di opere di inestimabile valore chiuse ed ammucchiate negli scantinati del Museo Nazionale. Reggio è inoltre quella città che ha un Teatro comunale che funziona a singhiozzo senza un briciolo di programmazione. Reggio è infine la stessa città che non ha gli spazi, né programma di averli, per favorire la crescita di una nuova generazione di artisti (musicisti, attori, pittori) costretta ad emigrare in massa a cercar fortuna.
Reggio Calabria è tutto questo, altro che Capitale europea della Cultura. Sarebbe troppo facile adesso dire: noi l’avevamo detto. Eppure il grido d’allarme lanciato a più riprese dalle colonne di questo giornale non lasciava spazio ad interpretazioni. Era lo scorso mese di maggio quando denunciammo lo stato di assoluto degrado nel quale riversavano la maggior parte (per non dire tutti) dei siti archeologici e culturali dell’area urbana. E solo pochi mesi più tardi, lo scorso ottobre, decidemmo di interpellare la Soprintendente per i Beni Archeologici della Calabria Simonetta Bonomi, una delle massime autorità responsabili del settore dell’intero panorama regionale. In entrambi i casi le risposte furono più che eloquenti. Reggio Capitale europea della Cultura, proprio no, non riusciamo ad immaginarla.
E se difficilmente potremmo mettere in dubbio il nobile intento del Prefetto Piscitelli, che ha deciso di raccogliere le migliori energie cittadine proponendo l’iniziativa della candidatura, alla fine della giostra ci accorgiamo che tale rincorsa è servita a far sbattere la città contro il muro di una realtà cruda e senza sconti, che probabilmente per un po’ di tempo si è fatto finta di non vedere. Certo sarebbe stata un’occasione ghiotta per la città. Ma Reggio sulla cultura oggi deve ripartire da zero. Sulla cultura, e non solo..
(StePer)




