
di Luisa Nucera – Fare un sacrificio non è sempre frutto di eroismo. Rinunciare a qualcosa, in nome di un obiettivo da raggiungere, risponde ad un umano bisogno di catarsi. La Quaresima,
il periodo precedente la celebrazione della Pasqua e che secondo il rito romano dura 44 giorni, rappresenta una fase importante nella vita del cristiano, caratterizzata dall’invito insistente alla conversione. E durante esso il digiuno ecclesiastico è segno del nutrimento unico della Parola di Dio. Ci asteniamo dal fare qualcosa per espiare i nostri peccati. Cerchiamo di evitare le iniquità , le sfrontatezze e i piaceri illeciti del mondo. Come quelli del cibo. Dominando un bisogno fisiologico del corpo apriamo le porte ad un primo segno di conversione dello spirito. Abbandonando il lusso tipico della società dell’eccesso, viviamo una vita essenziale fatta di poche e semplici cose che bandiscono il superfluo avvicinandoci alla dimensione del sacro. Per questo dovremmo fortificarci con momenti intensi di preghiera e atti più assidui di carità. Ma il digiuno non è strettamente legato al cibo, tradizione antica ma ancora messa in pratica per simboleggiare gli interminabili giorni trascorsi da Gesù nel deserto. Evitare di parlare troppo e di giudicare; saper scansare ansie inutili, pressioni e insistenze, significa abbandonarsi alla meditazione. Una particolare forma di ascesi che compie l’uomo per edificare se stesso; per accostarsi a Dio con umiltà e capacità di ascolto. Formazione e perfezionamento dell’animo umano; affinamento di alto valore etico oltre che, naturalmente un mezzo per raggiungere la salvezza. Digiunare in una cultura dominante fondata su materialismi dove la soluzione ai problemi è data dal vedere e dal toccare, e dall’avere per esistere, suona strano e anche un po’ ipocrita. Stress, logorio di forze, esaurimento di energie e depressione sono le conseguenze della mancanza del digiuno. Abbiamo costruito una società dei consumi che ci spinge ad innescare tutti gli istinti peggiori che ci intimano di non fermarci mai. Altro che astinenza da cibo! La fretta ci costringe ad ingozzarci per continuare sull’onda della frenesia a fare questo e quello perché non abbiamo mai tutto; perché non siamo mai soddisfatti , perché dobbiamo attivare meccanismi di difesa e sfogo delle nevrosi col fumo, con le chat, con i cellulari, con l’I Pad e con tutti quei meccanismi infernali che tolgono spazio all’emozione e al sentire. La rinuncia all’esubero e l’abbassamento del proprio standard di benessere non costituisce sacrificio nella misura in cui ci rendiamo consapevoli del fatto che si può fare se si vuole. Il privilegio della rinuncia. Un ringraziamento unico che in un mondo super evoluto è negato a molti popoli, ancora sottosviluppati. Forse sono loro che, lungi dallo scoramento, ritrovano in un benessere autentico dello spirito e nella precaria condizione esistenziale, entusiasmo per la Fede e appagamento nella speranza.




