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Da Tabularasa Formamentis una risposta alla solitudine, all’impotenza

11 Gennaio 2011
in Storie
Tempo di lettura: 5 minuti
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leoneguido
di Guido Leone –
L’interessante e gratificante ’esperienza di “Tabularasa Formamentis” vissuta con gli amici Giusva Branca e Raffaelle Mortelliti di Strill.it,

con i dirigenti e i docenti degli istituti partecipanti all’iniziativa,e con le centinaia di studenti che hanno accompagnato con la loro motivata presenza le performance dei vari ospiti ,da Iacona  a Morosini, Biacchessi, Imposimato,senza dimenticare i ‘nostri’ Gerardis,Creazzo,Di Landro,ci  spinge  a tratteggiare il  profilo della attuale generazione di giovani  tra impegni scolastici,ricerca di identità,flessibilità ,virtuosismi informatici, grande fratello  e voglia di esserci.
Oggi ,non possiamo,come quindici anni fa ,parlare di una “generazione invisibile”,definizione per spiegare una generazione difficile da distinguere perché per scelta e/o necessità impegnata a mimetizzarsi per aderire a una realtà sociale in grande costante trasformazione, rinunciando a proporre e ostentare differenze.
Oggi non è più così. I giovani sono diventati visibili,appariscenti,soprattutto i giovanissimi.
Anzitutto politicamente. Sono più disponibili alla mobilitazione e alla protesta sociale. Soprattutto gli studenti. L’esperienza della scuola,dopo più di vent’anni, è tornata ad essere luogo e fonte di partecipazione collettiva .Questa tendenza è maturata da anni grazie anche ai processi della globalizzazione che ne hanno accelerato la dinamica. Da noi ,per restare ancorati alle vicende del territorio, è significativo l’effetto scaturito dall’omicidio Fortugno.
Una risposta alla solitudine, all’impotenza. Un modo per ricostruire un’immagine,un’identità. Per non rimanere appunto invisibili.
Peraltro è cresciuta anche l’attenzione verso la politica più istituzionale. Verso i partiti. I giovani li guardano con disincanto e sfiducia. Ma li guardano. Sarebbe errato pensare a una generazione militante. I giovani più giovani hanno poca dimestichezza con le categorie e con le etichette politiche del passato.. Praticano la politica come attività normale perché incrocia i problemi della loro vita e forse fanno politica senza chiamarla così.
Altra caratteristica di questa generazione è la flessibilità. Sono flessibili, si dice, perché costretti  a fare di necessità virtù. Flessibili e precari nel lavoro ma anche nella vita. Abituati a dilazionare le scelte. O a rivederle. D’altronde l’orizzonte economico e del mercato del lavoro è instabile e stagnante.
Tuttavia pessimismo e sfiducia nel futuro si ritrovano più fra gli adulti e gli anziani. I giovani all’incertezza ci sono abituati:come alla precarietà futura. Reagiscono apprendendo, appunto, l’arte della flessibilità: appoggiandosi in parte a riferimenti del loro mondi(famiglia e scuola) e in parte rafforzando i legami reciproci, con una fitta e intensa rete amicale e personale che tende a dilatarsi ad ogni ora del giorno.
Perché a differenza dei loro fratelli maggiori e di noi adulti, i giovanissimi oggi dialogano senza fine. Parlano con le dita. Usano i cellulari per comunicare via sms e mms con gli amici. Genera rete, relazione, gruppo.
Poi c’è il rapporto con i media e con i miti mediatici. L’elemento che più stride con le precedenti caratteristiche, per chi tenta un disegno coerente di questa generazione.
Tra i giovanissimi è forte l’attrazione suscitata dai grande fratello,dalle veline, dagliamicidimariadefilippi. I mostri mediatici che vengono spesso catalogati come segno di liquefazione culturale. La realtà simulata, il sogno italiano del successo a buon prezzo. Niente di più deviante e insidioso per chi è destinato ad una dura e incerta lotta per la vita. Indulgere alla finzione, all’illusione come spettacolo. All’immagine per l’immagine. Appunto l’esigenza di diventare visibili. Magari per una sera. Avere un volto,una faccia. Come persone. Anche a costo di recitare i fatti propri. Un modo anche questo per rifiutare l’invisibilità. D’altronde basta considerare l’uso sopra le righe  dei videotelefonini sulla voglia di visibilità con la riproduzione di situazioni al limite.
Non deve sorprendere questa commistione. Ne fare l’errore di pensare che i giovanissimi abbiano un solo volto. Una sola identità. Non è così. E non solo perché vi sono segmenti di popolazione giovanile distanti:i militanti, gli impegnati,i virtuosi dell’sms, i precari, i rintronati della tivù.
Ma i margini di sovrapposizione esistono fra questi orientamenti. E una gran parte dei giovani di volta in volta e allo stesso tempo è:militante, pacifista, co.co.co., velina. Parlano linguaggi diversi e si muovono tra elementi diversi nuotando nelle acque del presente a cercare e costruire relazioni. Per non sentirsi soli.
Però se ci guardiamo intorno, riflettiamo sulla catena che lega politica, media, comunicazione, sulla dilatazione degli spazi dell’incertezza economica, sulla difficile ricerca di riferimenti di valore,allora, questi giovani ci appaiono il riassunto del nostro tempo. Impegnati a scrivere un manuale di sopravvivenza. Senza rassegnarsi. Senza rinunciare a rendersi visibili. E divertirsi un po’.
Però sotto i nostri occhi,giorno dopo giorno,si consuma anche una vera e propria emergenza sociale della quale tuttavia,da qualche tempo si parla sempre meno. Quasi che si stia diffondendo una certa assuefazione collettiva a considerare il disagio giovanile un dato ineluttabile della nostra società. E’ questo silenzio tacitamente accolto che mi turba.
La testimonianza di tutti coloro che nella scuola lavorano e vivono ci dice che la condizione generale dei giovani è cambiata profondamente negli ultimi anni. Le forme di disagio sono molto diverse:riguardano la fragilità delle personalità individuali,la precarietà delle identità personali,le difficoltà a trovare motivazioni ed interessi,il forte relativismo presente nella nostra società che rende ogni decisione reversibile ed ogni opinione discutibile.
Anche il ruolo della scuola è cambiato profondamente. Il processo educativo si è frantumato. Oltre alla scuola,che ha perso la centralità nel processo educativo,oggi intervengono altre modalità di apprendimento. Penso alla televisione(quanti danni!),alla radio,a Internet,all’informazione,alla comunicazione,ai linguaggi giovanili che si formano nei nuovi contesti di socializzazione,discoteca,stadio,palestra.
La scuola deve recuperare la sua missione educatrice. Quindi il suo compito cambia. Gli insegnanti vengono chiamati a diventare dei veri e propri tutor capaci di aiutare i giovani nella crescita e nello sviluppo della propria personalità;di sostenerli nei momenti delicati del loro percorso.
Ma per questo occorre che la componente docente sia ulteriormente qualificata dal punto di vista formativo affinando le competenze psicologiche e pedagogiche per  arricchire le capacità relazionali e la comunicazione. Non dimentichiamoci che la prima azione di prevenzione sta in una buona relazione docente discente.
Ma non basta.
In una scuola   in continua trasformazione non ha più senso attuare interventi frantumati, si deve dare spazio a idee integrate. La carta vincente risulta quella della cooperazione, della collaborazione fra enti nell’ottica della ottimizzazione delle risorse e dei raccordi di rete,in cui,per esempio,iniziative come “Formamentis” possano trovare più spazi e maggiore articolazione temporale,considerato l’ampio gradimento tra i giovani che ha avuto
Non c’è spazio per l’estemporaneità, è tempo di assunzione di ruoli e di arricchimento di competenze. Occorre investire nelle politiche giovanili, con gli studenti e per gli studenti. Sono convinto che nell’immediato futuro le politiche giovanili e  quelle sociali, saranno il vero banco di prova non solo per le istituzioni scolastiche ma anche e soprattutto per gli Enti Locali nella gestione delle problematiche legate alla condizioni giovanile sul territorio ma soprattutto  per assicurare a tutti i nostri ragazzi un percorso di crescita umana,culturale,sociale,civile e in primis a quelli che abitano le aree territoriali più svantaggiate del nostro territorio.

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