
di Anna Foti – Sette campane alate come sette angeli che annunciano la speranza nascente dalla disperazione, la vita vincente sulla morte, ospitate a Palazzo Campanella che riserva alla memoria anche una sala. Sette come gli anni di Nicholas Green e gli organi che,
dopo la sua morte sull’autostrada Salerno- Reggio Calabria, i genitori Reginald e Maggie decisero di donare. Sette come le persone che beneficiando di questo gesto di coraggio e civiltà esemplare, tornarono alla vita. Nicholas Green è il bambino statunitense, vittima di un agguato per rapina che il 29 settembre del 1994 si consumò sull’A3 per un tragico errore. La loro vettura fu infatti confusa con quella di un portavalori. Quel giorno di 15 anni fa, viaggiavano sulla A3, Reginald e Maggie con Nicholas che durante quel viaggio, addormentato sul sedile posteriore, fu raggiunto da un proiettile. Perse la vita morendo due giorni dopo. Il gesto dei genitori fu dirompente, in una Italia dove la donazione degli organi era considerata una scelta di pochi, solo coraggiosa e non anche dettata da un dovere civile. Nonostante non vi fosse tale prassi, i genitori vollero offrire comunque a giovani italiani gli organi del figlio Nicholas, considerandola fin dal principio la cosa più giusta, trasformando quel dolore straziante e incontenibile in speranza viva e tenace. Un gesto dirompente, quindi, allora come ora, che ha riscritto una tragedia con parole di speranza. Oggi i coniugi Green, con i tre figli Eleonor, Martin e Laura, sono ancora impegnati, con la fondazione che porta il nome di Nicholas, in un’attività di sensibilizzazione a favore della donazione degli organi. Un’attività incessante che ha condotto Reg e Maggie nuovamente in Italia negli anni scorsi. La loro scelta, già allora, fece aumentare il numero delle iscrizioni all’associazione per la donazione di organi (la legge sul silenzio assenso alla donazione sarebbe stata varata cinque anni dopo, nel 1999), diede un contributo fondamentale alla crescita della cultura del trapianto in Italia, tracciando per i coraggiosi genitori californiani la strada da percorrere per onorare la memoria del loro piccolo.
Nel 2007, l’ufficio stampa della Regione Emilia Romagna che ospitò i coniugi, diffuse una nota in cui si riportava il seguente ricordo di Reg Green: “Quando andai all’ospedale, l’ultimo giorno dopo che avevamo preso la nostra decisione, e vidi Nicholas sdraiato su una barella, la prima cosa che notai furono le sue lentiggini e pensai: “Mi sarebbe piaciuto se avessero potuto usare anche quelle. Ci furono sette beneficiari. La cosa ci sorprese perché non ci avevamo mai pensato. Siamo dei principianti in questo campo, grazie a Dio. Uno di loro era a due giorni dalla morte. C’era un ragazzino di quindici anni grande quanto Nicholas. C’era una ragazzina che era stata in coma profondo varie volte. E poi c’era un uomo che ricevette una cornea e che era già rimasto cieco in precedenza ma adesso poteva vedere i suoi bambini. Queste persone erano molto malate e per noi il fatto di sapere chi sono aggiunge una nuova dimensione al tutto perché abbiamo visto la gioia sui visi dei loro familiari e sul loro volto. Perché sono tornati in vita dopo aver sfiorato la morte. Per noi è una grande consolazione. Veramente. Sappiamo che Nicholas era un bambino molto speciale; era molto intelligente, era anche molto buono. E so che abbiamo preso la decisione che lui avrebbe voluto”.
Sul versante giudiziario, nel 2005 arriva la rivelazione. “Non ho ucciso io il bambino ma mio fratello maggiore Giuseppe”. A scriverlo in una lettera dal carcere di Busto Arsizio, in provincia di Varese, è Michele Iannello, condannato all’ergastolo con sentenza confermata in Cassazione. Condannato anche Francesco Mesiano a 20 anni di reclusione. Entrambi erano stati assolti in primo grado dalla Corte di Appello di Catanzaro e si sono sempre dichiarati innocenti. In particolare Michele Iannello, ex affiliato alla ‘ndrangheta diventato collaboratore di giustizia, già nel 2002, come riferito dal suo avvocato Claudia Conidi, in occasione dell’incontro con Mariano Lombardi, procuratore capo della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, per la prima volta aveva accusato apertamente il fratello Giuseppe dell’omicidio Green. Un’archiviazione chiesta e ottenuta dalla Procura di Vibo ha chiuso questo filone di indagine. L’avvocato manifesta ancora l’intenzione di far riaprire le indagini.
Libri e film raccontano la storia di Nicholas anche se la testimonianza più importante è consegnata alla fondazione a lui intitolata impegnata nel conferire un valore alla donazione di organi e al trapianto. In Italia, i trapianti crescono di anno in anno. Nel 2008 i donatori sono stati oltre mille (fonte: AIDO). Ma la strada, contrariamente a quella bruscamente interrotta quel 29 settembre di quindi fa anni fa, è ancora lunga. E commuovente è anche solo il ricordo del gesto dei coniugi Green, pieno di senso e di sostanza. Quella sostanza che stravolge disegni distratti e casuali di una vita, tessendo e nutrendo storie che di vite ne toccano tante e per sempre.




