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    Uniti per difendere i diritti delle donne

    donne1.jpgdi Anna Foti – Diritti delle donne, diritti umani. Una corrispondenza tutt’altro che scontata. I recenti dati divulgati in occasione della Giornata mondiale contro la Violenza sulle donne, celebrata lo scorso 25 novembre, lo dimostrano ampiamente. Solo qualche settimana fa, in Afghanistan una ragazza è stata sfigurata perché voleva andare a scuola. Hina Saleem, pachistana residente a Brescia fu uccisa dal padre e dai due cognati nel 2006, all’età di vent’anni, perché voleva vivere e decidere autonomamente, discostandosi dalle tradizioni rigide imposte alle ragazze nella cultura del paese di origine. Un delitto d’onore in piena regola che in Pakistan sarebbe stato ritenuto necessario per salvaguardare il decoro della famiglia e che, però, in Italia si chiama omicidio volontario premeditato con condanna a trent’anni di reclusione. Due storie che racchiudono il dolore e l’attacco alla dignità della donna emarginata, abusata, mutilata, venduta, sfruttata, uccisa.

    Il termine Femminicidio da Ciiudad Juarez, in Messico, riecheggia in ogni dove le donne vengano impunemente abusate e si impone drammaticamente all’attenzione mondiale. E’ in corso un ampio dibattito circa la sua ascrizione tra i crimini contro l’umanità. Questo quadro annuncia la necessità di un impegno per l’affermazione di diritti troppo spesso calpestati. Un impegno che uomini e donne assumono in tutto il mondo. Attivisti e attiviste, difensori per i diritti delle donne a cui è dedicata la giornata odierna, quale seconda tappa delle 16 giornate di attivismo contro la Violenza di Genere che ogni anno dal 1999, quando fu proclamato in sede Onu della Giornata Mondiale contro la Violenza sulle donne, si celebrano in tutto il mondo. Le altre giornate di commemorazione riguardano la Giornata di lotta all’Aids (1 dicembre), l’anniversario del massacro di Montreal nel 1989 (6 dicembre) in cui 14 donne furono uccise, e infine l’anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dell’Onu (10 dicembre).

    L’impegno è anche degli Stati, non solo dei cittadini, attraverso la ratifica e l’applicazione di uno strumento internazionale ad hoc, la Convenzione per l’Eliminazione di ogni forma di Discriminazione nei confronti della Donne che nel suo preambolo richiama gli articoli 1 e 2 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, ricordando che tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti (art.1 DUDU) e che ad ogni individuo spettano tutti i diritti e le libertà, senza distinzione alcuna, per ragioni (omissis) di sesso (art. 2 DUDU). Approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 18 dicembre 1979, entrata in vigore il 3 dicembre 1981. Ratificata e resa esecutiva in Italia con la legge del 14 marzo 1985, n.132. La storia della sua nascita segna delle tappe fondamentali per la formazione di una coscienza comune del problema della discriminazione di genere, causa scatenante di una violenza che colpisce la donna in ogni suo aspetto. Nel 1949 il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite – Ecosoc – istituì la Commissione sulla condizione della donna che da allora è stata promotrice di iniziative e conferenze finalizzate alla sensibilizzazione sul tema. La sua attività ha stimolato nel tempo l’adozione di importanti documenti internazionali come la Convenzione sui diritti politici della donne del 1952, la Convenzione sulla nazionalità delle donne sposate del 1957, la Convenzione per il Consenso al Matrimonio, l’Età Minima per il Matrimonio e la Registrazione dei Matrimoni (1962) e la Dichiarazione sull’eliminazione della discriminazione nei confronti delle donne del 1967. La Convenzione Internazionale sull’Eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne del 1979, nota anche come Cedaw – Convention about Elimination of Discrimination Against Women – e ratificata in oltre 160 paesi, è senza dubbio il documento più importante in materia che la Commissione abbia finora suggerito di adottare. Una delle forme più devastanti in cui si manifesta la discriminazione di genere è la violenza, un tema drammaticamente attuale a cui le Nazioni Unite dedicano la Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’Eliminazione della Violenza contro le Donne, adottata nel 1993. La Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne (Pechino 1995) e la Piattaforma di Azione, adottata in occasione della successiva Assemblea Generale dell’Onu tenutasi a New York nel 2000, segnarono poi un’attenzione particolare che nell’ultimo decennio sarebbe stata dedicata alla violenza su donne e bambine e alla situazione di rischio e pericolo cui le espongono i conflitti armati. La Risoluzione n.1325, che il Consiglio di Sicurezza adottò nell’ottobre del 2000, inoltre, mise in luce il ruolo importante delle donne nel processo di prevenzione dei conflitti, di ricostruzione post- bellica e di promozione di pace e sicurezza. Un nuovo e vincolante impegno contro la violenza di genere fu poi assunto attraverso il protocollo opzionale alla Convenzione sull’Eliminazione di tutte le forme di Discriminazione nei confronti delle donne, adottato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 6 ottobre 1999, aperto alla firma il 10 dicembre 1999, infine entrato in vigore e ratificato dall’Italia il 22 dicembre 2000.

     

    La Convenzione si compone di un preambolo e di sei parti nelle quali sono riportati 30 articoli. La Convenzione si apre con una premessa che riafferma l’universalità dei diritti fondamentali dell’uomo e la centralità della dignità della persona umana. Valori imprescindibili che solo in una dimensione di effettiva uguaglianza dei diritti possono trovare piena realizzazione e godere di una reale tutela. Gli Stati firmatari sono dunque impegnati ad assumersi precisi doveri di garanzia di tale uguaglianza, al fine di consentire che uomini e donne godano indistintamente ed equamente dei medesimi diritti. “Ai fini della presente Convenzione, l’espressione “discriminazione nei confronti della donna” concerne ogni distinzione esclusione o limitazione basata sul sesso, che abbia come conseguenza, o come scopo, di compromettere o distruggere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio da parte delle donne, quale che sia il loro stato matrimoniale, dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale, culturale e civile o in ogni altro campo, su base di parità tra l’uomo e la donna”- articolo 1. Così il primo articolo della Convenzione definisce il concetto di discriminazione di genere, riconducendolo ad un pregiudizio del principio fondamentale di parità tra uomo e donna e di uguaglianza tra gli esseri umani. La prima parte della Convenzione infatti sancisce l’impegno di ciascuno Stato firmatario nel perseguimento di una politica di eliminazione di ogni potenziale fonte di discriminazione tra uomo e donna, attraverso l’iscrizione del principio di uguaglianza nelle costituzioni nazionali e l’adozione di misure legislative adeguate che garantiscano con ogni mezzo l’uguaglianza e la parità di trattamenti e sanzionino ogni atto discriminatorio. Gli stati firmatari sono tenuti a rivedere la loro legislazione interna abrogando, rimuovendo e modificando di disposizioni di legge, regolamenti o consuetudini che pongano la donna in una condizione di svantaggio e inferiorità. Da qui il ruolo predominante di tale strumento e la sua prerogativa di responsabilizzazione dei singoli Stati. di fronte al doveroso compito di riconoscere diritti alla donna, in quanto persona. Diritti della donna, in quanto diritti umani.