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    Le idee senza tempo di Cesare Beccaria

    beccaria1.jpgdi Anna Foti – “Non vi è libertà, ogni qualvolta le leggi permettono che in alcuni eventi l’uomo cessi di essere persona e diventi cosa” – Cesare Beccaria. La prima abolizione della pena capitale della storia avvenne nel nostro paese e l’autorità illuminata che ne diede attuazione fu il Gran Ducato di Toscana. Era il 30 novembre del 1786. Strill.it  ha già dedicato a questo importante avvenimento, una finestra di approfondimento in occasione della giornata mondiale contro la pena capitale, lo scorso 10 ottobre. In quello stesso periodo storico, ad onor del vero, anche in Lombardia, a Milano, un grande giurista e letterato italiano, Cesare Beccaria, per altro scomparso il 28 novembre del 1794, già animava il dibattito sul tema della pena capitale chiedendone l’abolizione. La sua città lo onora e lo ricorda con una statua, nella piazza a lui dedicata, in cui si riporta una citazione tratta dalla sua opera più importante “Dei Delitti e delle Pene”. La citazione, che racchiude il suo impegno, recita appunto: “Ma se dimostrerò non essere la morte né utile, né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità”.

    Sosteneva infatti che la pena capitale non rendesse gli uomini migliori e costituisse, invece, un evento traumatico e di sangue, senza alcun effetto deterrente del crimine. Padre di Giulia, madre di Alessandro Manzoni, è ricordato ancora per queste idee che conservano piena attualità se trasposte su un livello internazionale, nell’odierno contesto mondiale che non ancora ha bandito questo ignobile e aberrante atto di inciviltà. Secondo Amnesty International, la pena capitale è applicata ancora in 60 paesi tra cui Cina., Iran, Arabia Saudita, Corea del Nord, Iraq, Pakistan, Usa. Riportiamo di seguito uno dei brani più celebri di Beccaria, tratto dall’opera “Dei Delitti e delle Pene”; il più rappresentativo delle sue idee illuministiche e al contempo permeate di intensa modernità e grande attualità. 

     

    “Questa inutile prodigalità di supplizi, che non ha mai resi migliori gli uomini, mi ha spinto ad esaminare se la morte sia veramente utile e giusta in un governo bene organizzato. Qual  può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? (…..) Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo tra tutti i beni, la vita? (….) Non è dunque la pena di morte un diritto, mentre ho dimostrato che tale non può essere, ma è una guerra della nazione con un cittadino, perché giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere. Ma se dimostrerò non essere la morte né utile, né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità. (….) La morte di qualche cittadino diviene dunque necessaria quando la nazione recupera o perde la sua libertà, o nel tempo dell’anarchia, quando i disordini stessi tengono luogo di leggi (….) o quando la di lui morte fosse il vero e unico freno per distogliere gli altri dal commettere delitti (….). Non è il terribile ma passeggero spettacolo della morte di uno scellerato, ma il lungo e stentato esempio di un uomo privo di libertà (….) che è il freno più forte contro i delitti. (….)  La pena di morte diviene uno spettacolo per la maggior parte e un oggetto di compassione mista di sdegno per alcuni; ambedue questi sentimenti occupano più l’animo degli spettatori che non il salutare terrore che la legge intende ispirare. (…). Non è utile la pena di morte per l’esempio di atrocità che dà agli uomini. Se le passioni o la necessità della guerra hanno insegnato a spargere sangue umano, leggi moderatrici della condotta degli uomini non dovrebbero aumentare il fiero esempio, tanto più funesto quanto la morte legale è data con studio e con formalità. Mi pare assurdo che le leggi che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettano uno esse medesime e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio. (….)”

     

    C’è ancora bisogno di queste riflessioni mentre la giustizia  spesso si riduce a strumento di vendetta privata e di legittimazione di abusi e violazioni di diritti. Per dialogare con i 60 paesi che mantengono questo sistema è necessaria l’azione della pubblica opinione, sollecitata anche dagli appelli di Amnesty International che recentemente hanno salvato dalla lapidazione in Iran , lo scorso 21 ottobre, le due sorelle, Zohren e Azar Kabiri-niat, condannate per adulterio, e hanno favorito in Nigeria la concessione della grazia del presidente Umaru Yar’Ardua a Ibrahim Aliyu, 57 anni, arrestato 25 anni prima per rapina a mano armata e in attesa dell’esecuzione da 22 anni.