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    La guerra africana già dimenticata

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    di Anna Foti – La guerra africana. Così  l’ha definita Paul Coillier nel suo articolo di apertura pubblicato sul settimanale Internazionale che ha dedicato ampio spazio dedicato al conflitto che sta insanguinando il Congo. Una catastrofe umanitaria che a fasi alterne dura dal 1998. Ad oggi cinque milioni di persone sono morte. Il drammatico copione del genocidio ruandese, che nel 1994 provocò  1 milione e mezzo di vittime in qualche mese, incombe.  Il terrore di nuove strumentalizzazioni dell’eterogeneità etnica di una popolazione, pure. Il Congresso dei Ribelli per la difesa del Popolo guidati dall’ex generale Tutsi Laurent Nkuda, con al seguito mercenari, all’assalto dielle città di  Rutshuru e Goma mentre le forze governative, più numerose ma meno organizzate, si ritirano sempre più a sud e migliaia di civili sono in fuga. Oltre 10 mila i bambini soldato, drogati e  armati di kalashnikov, che infrangono l’illusione di un’infanzia tutelata dalla Convenzione Internazionale, ricordata in questi giorni.  “Nella regione orientale di Sud Kivu, regione orientale al confine con il Rwanda, si rischia una crisi umanitaria di dimensioni catastrofiche”, ha dichiarato il segretario generale dell’ONU Ban Kimoon.. Mentre i ribelli avanzano, l’esercito regolare di Kinshasa si ritira verso sud a Bukavu, sulla linea di confine con il Rwanda, e i caschi blu non riescono a proteggere la popolazione civile sopraffatta dal panico e dalla disperazione. Gli sfollati sono oltre 250 mila e la violenza imperversa.

     Gli stessi soldati hanno saccheggiato e devastato e si sono macchiati di atroci crimini, come stupro e omicidio. Mentre l’incubo dello scontro tra Hutu e Tutsi si ripropone, l’UE sta a guardare come rimase a guardare l’Europa mentre negli USA si svolgevano i mondiali di calcio e una carneficina aveva luogo in Rwanda, nel giugno del 1994. Amnesty International sta sollecitando il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, per il tramite del ministro Frattini, ad implementare le forze di Peacekeeping delle Nazioni Unite (Monuc) attualmente composte da 17 mila uomini.  L’Ue discute adesso e inviare un nuovo contingente di 3 mila uomini ma non muterà il mandato che, a quanto pare, non prevedrebbe per i caschi blu la possibilità di attaccare i ribelli. Intanto non è chiaro se le etnie rwandesi opposte stiano combattendo in territorio congolese o se il Rwanda stia sostenendo il Congresso di Ribelli per la difesa del Popolo. Ciò che forse appare più chiaro è che le elezioni del 2006 nella Repubblica Democratica del Congo non hanno stabilizzato il paese che continua ad essere sfruttato. Coltan, diamanti, oro e cobalto, le risorse più presenti e più depredate dai signori della guerra locali in affari con le imprese high-tech a cui vendono i diritti minerari senza tasse. Questo paese, come altri nelle aree non sviluppate, si impoverisce perché cresce la sua appetibilità sul mercato, in questo caso delle risorse minerarie. Un paradosso che può spiegarsi solo attraverso la logica contorta ma diffusa e attuale di un capitalismo globale che ingurgita, seminando guerre e conflitti con la connivenza delle oligarchie corrotte che guidano il paese. Dunque, la grande fiducia riposta dalla comunità internazionale nelle nuove elezioni, nel cambio, spesso apparente, della classe dirigente e nella loro valenza risolutiva sembrerebbe essere stata tradita per l’ennesima volta. Tre le emergenze: insicurezza, povertà e malgoverno. Ma in un paese allo sbando chi ha la responsabilità se la comunità internazionale, nonostante gli innumerevoli fallimenti, si ostina ad investire su soluzioni politiche rapide che abbandonano il paese a sé stesso e al commercio di armi e al capitalismo globale? Anche qui gli interrogativi abbondano, atteso che i conflitti lasciano situazioni fortemente precarie che non possono essere risolte rapidamente. Spesso il voto consegna un governo legittimo ma non sempre autorevole per le scelte che pone in essere al fine di risollevare il paese. La comunità internazionale sembra più preoccupata per la sovranità di Stato, da non violare con ingerenze, piuttosto che della vita dei peacemaker che invia per proteggere i civili e ristabilire l’ordine. Questo è accaduto anche in Congo dove, nonostante l’elezione di Kabila, rimangono la minaccia degli hutu estremisti e la corsa alle risorse minerarie. Dove saltano le trattative e le formazioni armate non si disarmano per reintegrarsi nell’esercito regolare. Dove i ribelli di Nkuda puntano adesso alla capitale Kinshasa, senza alcuna forza che la momento possa impedire loro di assaltarla.  Ed è guerra. Un’altra volta nello stesso paese. Anche questa volta poteva essere evitato. Cinque milioni di morti. Nessun responsabile. Si allunga la lista delle guerre dimenticate e delle morti impunite.