di Anna Foti – I versi di poeti italiani, europei, sudamericani, africani in memoria dello scrittore bosniaco Izet Sarajlic declamati al cinema-teatro Kino Bosna di Sarajevo, per riscattare luoghi insanguinati e persone che hanno vissuto la guerra. Un incontro che è scambio e condivisione di patrimoni umani incisi con il sangue e con l’inchiostro laddove solo negli anni compresi tra il 1991 e il 1995, barricate e bombardamenti ponevano sotto assedio un’intera città, Sarajevo, capitale della Bosnia Erzegovina. Laddove a quell’assedio sarebbe seguita una cruenta pulizia etnica nei confronti dei serbi. Il contesto era quello di una guerra che sarebbe passata alla storia come la più sanguinosa in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale. La settima edizione degli incontri internazionali di Poesia, nati dal progetto della Casa della Poesia di Baronissi Salerno in collaborazione con l’Ambasciata Italiana a Sarajevo, rinnovano con forza la volontà di rinascita culturale di una terra martoriata e sofferente ma orgogliosa della propria identità.
Molti ancora si chiedono come una città, Sarajevo, possa essere stata bersaglio di attacchi da dietro le sue stesse colline. Come una comunità eterogenea, la Bosnia, composta da tre etnie – bosniaca, serba e croata – si sia potuta consumare. Come l’odio e la violenza possano avere insanguinato la convivenza, in tutta la ex Jugoslavia, di gruppi etnici posti “gli uni contro gli altri armati”. Come possano esserci state oltre novantamila vittime, in larga parte bosniaci musulmani, in un conflitto avvelenato da nazionalismi degenerati e da smanie di potere. Domande il cui peso è insostenibile almeno quanto l’assenza di risposte che reggano la violenza e l’orrore ereditato da quegli anni. Intanto resta la poesia con la sua universalità, la sua bellezza, la sua condivisibilità senza padroni e sudditi, senza vittime e carnefici. In questo clima di riconquista di una città, di un paese e dl un diritto a scriverne la storia e il cambiamento, voci e versi si intrecciano in armonia e fanno da cornice al ricco linguaggio cinematografico di Pier Paolo Pasolini, di cui in questa settima edizione degli incontri saranno proiettate tre pellicole: “La terra vista dalla luna”, ” Che cosa sono le nuvole”, La ricotta”.
Se la poesia possa ricucire gli strappi di un passato dilaniato dai conflitti etnici è un’altra di quelle domande il cui peso è impareggiabile ma forse vale la pena di tentare, in una terra in cui gli orrori e i crimini contro l’umanità sono stati inferti e subiti, in una terra bombardata, assediata, insanguinata che solo un decennio addietro, nel 1984, aveva ospitato le Olimpiadi invernali.
Ma la storia è cosa complessa e capire come certi contesti si avvelenino al punto tale da annebbiare ogni discernimento, lo è altrettanto. Oggi in Bosnia vige ancora l’accordo di Dayton (Ohio) ufficializzato a Parigi nel dicembre del 1995, che sanciva l’intangibilità delle frontiere, tra Repubblica Serba e Federazione Croato Musulmana. Tutto questo dopo quattro anni di guerra (1992/1995), decine di migliaia di vittime, oltre trenta mila edifici, istituzionali e non, abbattuti. Tutto questo dopo il massacro di Srebrenica – zone protetta dall’Onu nel territorio bosniaco in cui le milizie serbe massacrarono nel luglio del 1995 otto mila bosniaci musulmani – e una giustizia ancora parzialmente denegata, con l’arresto nei mesi scorsi del solo presidente serbo-bosniaco Karadzic, che ordinò il massacro ma non dell’esecutore, il generale Mladic attualmente latitante.
Gli equilibri cominciano a rompersi e la destabilizzazione a imperversare in Slovenia e in Croazia, prima, e in Bosnia poi, negli anni successivi alla morte di Tito, la cui impostazione politica socialista, ben vista dagli Occidentali in quanto non allineata al regime sovietico, aveva tenuto compatta la Repubblica Federale Socialista Jugoslava. Bilanciate le rappresentanze etniche in Serbia (componente maggioritaria), Slovenia, Croazia, Bosnia Erzegovina, Montenegro e Macedonia, Tito aveva anche con la forza sedato movimenti ispirati ad un nazionalismo etnico, come la primavera Croata del 1970. Dopo la sua morte nel 1980, tappa significativa per l’accendersi dei nazionalismi nei Balcani fu l’ascesa in Serbia di Slobodan Milosevic, deceduto nel 2006 durante il processo di fronte alla Corte dell’Aja per crimini contro l’Umanità per il conflitto nella regione di etnia serba e albanese del Kosovo particolarmente cruento per le violazioni dei diritti umani perpetrate. Anche in questa provincia della Serbia, solo da pochi mesi indipendente, infatti, sul finire degli anni Ottanta cominciarono a registrarsi dei malesseri tra Serbi e Albanesi che avrebbero indotto negli anni Novanta ad un altro sanguinoso scontro etnico in cui intervennero i caschi blu dell’ONU e la Nato – il governo D’Alema dell’epoca autorizzò l’utilizzo dello spazio aereo italiano prestando così l’assenso al secondo intervento offensivo del nostro paese dopo quello in Iraq del 1991. L’occasione che ufficializzò il disfacimento della Jugoslavia fu il Congresso del 1990 in cui, spinte da aspirazioni indipendentiste, la Slovenia e la Croazia ritirarono la propria delegazione dal congresso. Fu proprio in Slovenia che nel giugno del 1991 scoppiò il primo conflitto europeo dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando a seguito della proclamazione unilaterale della sua indipendenza ebbe luogo l’invasione da parte delle milizie serbe. Intanto in Croazia, la regione autonoma della Krajina boicottava il referendum per l’indipendenza annunciando violente tensioni tra Serbi e Croati in Croazia e preparando il terreno al conflitto in Bosnia, in cui i croati si sarebbero coalizzati con i bosniaci contro la Serbia, in un primo momento per poi entrare in conflitto con i bosniaci stessi per la spartizione del territorio. Saranno i Croati a bombardare Mostar e a buttare giù il famoso vecchio ponte Stari Most nel novembre del 1993. Ma fu l’assedio di Sarajevo per mano serba a infliggere il colpo più duro alla Bosnia. La città rimase isolata per oltre 40 giorni, privata di acqua, cibo e medicine e poi anche di elettricità, riscaldamento. Per consentire l’arrivo di aiuti in Bosnia l’ONU sbloccò l’aeroporto di SaraJevo. La risposta della città fu la pulizia etnica dei serbi espulsi dalla città e uccisi a migliaia.
Sono pagine di storia strazianti in cui l’autodeterminazione di popoli e territori ha alimentato odio etnico, violenza, orrore, guerra. o forse viceversa. Per molti ricordare è liberatorio come mantenere vivo un dolore che non potrà mai essere guarito, o come ricordare per imparare e non ripetere. Le responsabilità sono di chi ha ucciso, di chi ha perseguitato e di chi non è intervenuto e di chi non lo ha fatto adeguatamente e dignitosamente. C’è chi ha subito più di altri, chi ha pagato un prezzo più alto alla storia di questa parte di mondo. Adesso è tempo di ricominciare, auspicando che il tribunale penale Internazionale, istituito ad hoc per la ex Jugoslavia con risoluzione ONU n. 827 del 1993, che ha incriminato oltre 150 persone serbe, croate e bosniache, di cui circa ottanta già processate, assicuri giustizia.
Adesso è tempo di ricominciare anche a Sarajevo, guardando a quelle stesse colline e magari leggendo e ascoltandosi . Adesso è tempo di semi di pace e di versi di poesie.




