
di Giusva Branca- Diciamola tutta: le dichiarazioni di Scopelliti potranno a qualcuno apparire come dettate “pro domo sua” ma, se vogliamo analizzarne il contenuto di fondo in maniera asettica, senza che da esso derivino promozioni o bocciature per una parte politica che automaticamente comportino l’opposto per l’altra, c’è da riflettere.
In un nostro editoriale di qualche giorno fa dal titolo “Chi si è mangiato la Calabria’” sottolineavamo come la classe dirigente calabrese (non solo quella politica) dagli anni 80 ad oggi abbia, nei fatti, negato ogni speranza di sviluppo alla Calabria stessa.
Scopelliti punta il dito sul proprio ambiente, la politica, e, in buona sostanza, lo boccia completamente pervenendo, al tempo stesso, ad una valutazione di inadeguatezza di livello rispetto alla propria persona.
Un po’ come Totò in “Miseria e nobiltà” quando, entrando nella casa borghese, dice sprezzante “Ma in che casa son venuto…!”
Puntando, però, l’attenzione sulla prima parte della valutazione è difficile dargli torto.
Fatte le dovute eccezioni sui singoli – ciascuno porti sull’arca chi vuole – il sistema ha dimostrato nei decenni l’assoluta refrattarietà ad ogni forma di cambiamento che non sia di tipo “gattopardiano”.
E’ chiaro che chi ha gestito “il vapore” da decenni storce il muso, qualcuno sbotta, qualcun altro bacchetta Scopelliti su fatti specifici (vedi vicenda-ospedali Piana), ma sulla valutazione generale è difficile ma anche pericoloso dargli torto a prescindere.
“La politica calabrese è impreparata” – tuona Scopelliti – “e non mi farebbe fare ciò che vorrei”.
Presuntoso? Può darsi. Ma è indiscutibile che la storia della politica regionale è un monumento all’immobilismo, alla totale refrattarietà ad un cambiamento vero e, di questo, però, non è giusto che sia la sola politica a farsi carico, dal momento che l’opposizione più robusta al cambiamento giunge da quei settori – spesso lobbistici – ai quali, comunque, larga parte della politica fa riferimento.
Un paio di giorni fa – in altro editoriale – citavamo il caso dell’assessore regionale Spaziante che, in tema di sanità, combatte contro i mulini a vento.
Eppure, nel cambiamento vero ci tiene ancora, perché, come ci ha detto al telefono, la differenza enorme tra un futuro di speranza ed il declino finale per la Calabria sta nel “quasi” di chi, come chi scrive, ritiene che la Calabria rischi di diventare una terra quasi persa.
Scopelliti avrà peccato di autostima (ma nessuno può impedirgli di avercela alta), ma, guardando in casa propria (la politica), ha avuto il coraggio di urlare che “il re è nudo”. E, visto che parlava della sua ipotetica candidatura nel Pdl, lo ha fatto guardando prima ai propri e poi agli avversari.
Un re nudo che si muove come un automa tra logiche assistenzialistiche e legate a prebende da agganciare che integra completamente un sistema collaudato negli anni ’60 e mai mutato da allora.
Non comprendere questo, non capire che è necessario un immediato mutamento dei modi di approcciare il lavoro politico sarebbe un peccato mortale.
Perché quando la politica non riesce più a mediare tra le istanze sociali della gente lì si crea non un problema, ma il problema.
Se, poi, la politica, nelle proprie dinamiche interne, diventa – a sua volta – un problema (come in Calabria accade da troppo tempo), allora il re non solo è nudo, ma su di lui piove anche a dirotto.




