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    La nave della Sila

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    di Anna Foti “Se devi lasciare la tua patria, salendo sulla nave distogli lo sguardo dai confini che ti hanno visto nascere” – Pitagora. Non sempre si parte alla volta di un luogo nuovo da conoscere. La storia racconta di viaggi che invece sono stati struggenti e drammatici, avendo segnato

    un distacco che né il tempo né la nostalgia sono riusciti a colmare. Così è stato per la moltitudine di italiani, tra cui tantissimi calabresi, espatriati fin dalla fine dell’Ottocento. 27 milioni di persone emigrate, dal 1876 al 1976, negli Stati Uniti, in Argentina, in Brasile, in Canada, in Venezuela, in Francia, in Svizzera, in Germania, in Australia e che oggi si traducono in 110 milioni di persone con cognomi italiani residenti  all’estero. Trecento mila, quasi un quarto della popolazione regionale, sono stati i calabresi emigrati tra il 1876 e il 1900. Al loro viaggio, alle loro speranze, alla loro storia di stenti, di sacrificio e sfruttamento è dedicato il progetto di promozione culturale della Fondazione Napoli Novantanove che, in collaborazione con autorevoli partner tra cui la fondazione Agnelli e l’istituto Luce, ha realizzato la “Nave della Sila: museo narrante dell’emigrazione”. Allestito nella vaccheria dell’antica residenza di Torre Camigliati, nel cuore e della Sila, esso rientra nel più ampio progetto del parco letterario che ripercorre i racconti di viaggio dello scrittore Norman Douglas. Costui dedicò suggestive descrizioni alla nostra regione, raccogliendole nel volume il cui titolo ha ispirato la stessa idea del parco: “Old Calabria”.

     

    La Nave della Sila, che ha la evocative vesti del ponte di un bastimento, intende proporsi al pubblico come dinamica traccia di memoria storica e civile e come monito alla coscienza collettiva che ha rimosso il dramma del fenomeno migratorio in Calabria e in Italia, seppellendo così il vissuto di generazioni costrette e rendere il loro contributo di energie e lavoro a paesi stranieri largamente ostili e inospitali. Gigantografie e voci narranti consentono al visitatore di ripercorrere tutte le tappe dell’esperienza migratoria. “Ammonticchiati come giumenti sulle gelida prua mossa dai venti, migrano a terre inospiti e lontane, laceri e macilenti varcano mari per cercare del pane” ( Edmondo De Amicis  Gli Emigranti).

     

    La partenza, per condizioni di miseria e disperazione di un’Italia di fine Ottocento afflitta dalla pellagra, dalla fame, dall’analfabestimo, dalla mortalità infantile, dalla piaga dell’alcool, è mossa da paradisi fantasma e da grandi e assurde promesse del nuovo continente. Il viaggio è segnato da tragitti interminabili su navi, treni o carrozze affollatissimi e da inesorabili naufragi, come quelli di Utopia nel 1888 e di Sirio nel 1906. Oltre mille italiani morti in questi due tragici episodi. Poi l’arrivo, per chi è sopravvissuto, e quell’illusione custodita nella citazione di Emma Lazarus sulla Statua della Libertà di New York. “Datemi le vostre stanche, povere accalcate massa anelanti d’un libero respiro, i miseri rifiuti della vostre sponde brulicanti. Mandateli a me i senzatetto, sballottati dalle tempeste. Io levo la fiaccola presso la soglia d’oro”. Ma il sogno presto si infrange come si disfa un bagaglio, anche di cartone, alla fine di un viaggio. Razzismo e sfruttamento. Ghettizzazione e linciaggi attendono gli italiani in cerca di una nuova vita. Fanciulli venduti, circa 80 mila. Lavori umili di commercianti ambulanti, lavori pesanti e pericolosi nelle miniere, lavori faticosi nelle vetrerie e nei campi di canna da zucchero.

     

    Solo alcuni riescono a fare fortuna e ad inviare a casa le “foto in posa”, mentre tanti sono i lutti collettivi e el tragedia che segnano la storia dell’emigrazione come la strage di Marcinelle (Belgio) nel 1956 e la frana a Mattmark (Svizzera) nel 1965. Mentre cresce il sentimento di paura verso gli anarchici italiani, un’altro epilogo drammatico è riservato negli Stati Uniti al pugliese Nicola Sacchi e al piemontese Bartolomeo Vanzetti, innocenti ma italiani e dunque condannati a morte nel 1927, senza prove certe, per una sanguinosa rapina.

     

    Molti individuano nella mafia l’antidoto al disincanto americano, tra queati Al Capone, Frank Costello e Lucky Luciano. Così gli italiani passano alla storia per aver esportato negli Usa anche la criminalità. Ma non solo questa è la storia dell’emigrazione italiana del secolo scorso. Furono italiani, infatti, anche lavoratori straordinari e talenti che divennero protagonisti. Filippo Mazzei, uno dei padri della Dichiarazione di Indipendenza Americana, Fiorello La Guardia, uno dei più amati sindaci di New York, gli antenati del pittore Paul Cezannè, il padre del romanziere Emile Zola, l’inventore del telefono Antonio Meucci, l’inventore del microporcessore Federico Faggin.

     

     

    Questo museo insegna che la storia non è completa, se non si conoscono anche questi lati oscuri delle carrette di mare su cui non viaggiano persone di cittadinanza africana , come accade oggi. Sulle quali hanno viaggiato i nostri antenati, Italiani, calabresi, di pelle bianca. Questo museo insegna come la storia si ripeta con leggi discriminatorie, rimpatri disumani e definizioni che vorrebbero inficiare l’essenza della persona. Accadde allora con l’acronimo Wop (Without Passaport) riservato agli italiani senza passaporto e accade oggi con i clandenstini, cittadini stranieri senxa documento. Allora qualche boss garantiva l’ingresso clandestino a milioni di italiani. Chi ha avuto il tempo e la pazienza di seguirmi in questo viaggio e di arrivare fino in fondo a questo articolo si chieda che cosa abbia insegnato questa storia, che cosa sia stato realmente imparato e da chi.