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    2 agosto 1980. La strage di Bologna

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    di Anna Foti
    – Aveva solo tre anni Angela Fresu. Anche lei, piccola, si trovava con la madre Maria alla stazione ferroviaria di Bologna la mattina di quel terribile 2 agosto del 1980 quando una violenta esplosione uccise 85 persone, ferendone quasi 200. Era sabato, anche quell’anno, quando il reperimento del cratere di una bomba

     sostituì, in modo inequivolcabile e allarmante, con la certezza di attentato l’ipotesi non meno drammatica dell’esplosione di una caldaia. Un ordigno mandò in frantumi un’intera ala della stazione. Spazzate via le vite di oltre ottanta persone. Uno degli atti terroristici più gravi del secondo dopoguerra in Italia. Una tragedia forse annunciata dall’omicidio del giudice Mario Amato subentrato in indagini sul terrorismo nero. Una tragedia che gettò Bologna nuovamente nel lutto e nel terrore. Sei anni prima, la notte del 4 agosto del 1974, sul treno Italicus in viaggio da Roma verso Monaco dilaniato da un’esplosione nella galleria di San Benedetto Val di Sambro, in provincia bolognese, perdevano la vita 12 persone e 48 rimanevano ferite. E’ lo stesso sindaco della città, Renato Zangheri, in piazza Maggiore in occasione dei funerali celebrati il 6 agosto 1980 a ricordarlo: “torniamo su questa piazza dove di fronte ad altri morti avevamo detto che la strage dell’Italicus non avrebbe mai dovuto ripetersi. Se si è ripetuta, nonostante la lotta e la volontà democratica del nostro popolo, e in misura più grande e se possibile più atroce, questo è motivo per noi di amarezza e dolore più cocente. Piangiamo le vittime di un delitto la cui infamia non sarà mai più cancellata dalla coscienza del nostro popolo e dalla storia”.

    Rabbia, sdegno e una verità giudiziaria che associa ad essa la firma della destra eversiva, nonostante le successive e colorite versioni riconducessero il tutto ad ipotesi estranee al terrorismo politico e alludessero ad un coinvolgimento della CIA o ad un incidente causato da gruppi di esistenza filo palestinese operanti in Italia. Il ministro dell’Interno dell’epoca, poi presidente del Consiglio dei Ministri, Francesco Cossiga, ha anche di recente sposato quest’ultima ipotesi. Per sollecitare la ricerca della verità nasce nel 1981 l’associazione dei Familiari della strage di Bologna del 2 agosto 1980 nel cui statuto all’art. 3 si legge”… ottenere con tutte le iniziative possibili la giustizia dovuta…”.

     Un’indagine difficile, complicata. Un processo con due giudizi di appello. Adesso in carcere, condannati all’ergastolo con sentenza definitiva nel 1995 quali esecutori dell’attentato, giacciono Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e, condannato a trent’anni, Luigi Ciavardini, tutti dichiaratisi sempre innocenti. Ancora oggi sembrerebbe una strage senza mandanti. Non mancano i lati oscuri e a distanza di 14 anni dalla strage nasce il comitato “E se fossero innocenti” cui aderiscono intellettuali di ogni estrazione e alle cui tesi dei capri espiatori, l’associazione dei familiari controbatte con la pubblicazione del libretto “Contributo alla verità” ispirato alla verità processuale. L’iter di accertamento delle responsabilità è passato attraverso 28 ordini di cattura emessi nell’agosto dell’80 nei confronti di esponento dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) di estrema destra, poi scarcerati nel 1981, e attraverso la condanna per depistaggio di Licio Gelli, ex capo della P2, Francesco Pazienza, ex agente del SISMI, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, ufficiali del servizio segreto militare, Federigo Manucci Benincasa, ex capo del SISMI di Firenze, Massimo Carminati, estremista di destra, e Ivano Bongiovanni. Una strage impressa nella memoria, nella storia più buia del nostro paese. Erano gli anni di piombo quando la strategia della tensione, avviata con i fatti di piazza Fontana nel dicembre 1969, ponevano in essere l’attacco al cuore dello Stato sferrato da frange estreme di entrambe le parti poltiche. Era anche il tempo delle Brigate Rosse e del caso Moro. Forti tensioni sociali e crisi economica avevano pericolosamente alterato il confronto politico. Gruppi estremisti intraprendevano azioni violente per destabilizzare la democrazia. Tra queste quella di Bologna, nel ricordo della quale ogni anno si commemorano tutte le stragi di terrorismo, è stata la più cruenta. A distanza di quasi trent’anni ancora non si placano gli animi. I depistaggi e le ipotesi alternative sembrano privare i familiari delle vittime dell’unico, ma neanche lontanamente consolante, sollievo possibile della verità. Ancora oggi c’è chi trova il tempo per soffermarsi sulla paternità degli atti terroristici per riconoscere alle vittime il diritto alla memoria e alla giustizia. Come se potessero esistere delle vittime di serie A e delle vittime di serie B e come se esistesse ideologia politica capace di legittimare simili follie.