• Home / RUBRICHE / Storie / 29 giugno 1967, Praga. Gli scrittori si ribellano alla censura

    29 giugno 1967, Praga. Gli scrittori si ribellano alla censura

    QUANDO LE PENNE PIU’ AUDACI SEGNARONO LA STAGIONE DEL CAMBIAMENTO

    panoramica_praga.jpg
    di Anna Foti

    “Rendere alla letteratura la qualità e la dignità perse”. Uniti attorno a questa missione gli scrittori cechi più audaci e coraggiosi, anche iscritti al partito comunista nella Praga alla vigilia della sua breve primavera sessantottina, si ribellarono alla censura imposta dal regime. Ad annunciare tale impegno, nella sala Majakovskij della casa della Cultura, il noto romanziere e saggista ceco Milan Kundera, che pagherà queste divergenze di opinioni con la successiva revoca dell’incarico di insegnante, con l’espulsione dal partito comunista e con la perdita della cittadinanza ceca. Nonostante ciò egli continuerà a scrivere nella sua lingua madre.


    Era il 29 giugno del 1967 quando un caldo
    torrido avvolgeva la “città dell’oro”, come da molti Praga è definita,
    e quando nella capitale cecoslovacca un congresso di scrittori
    comunisti sfidò lo stesso regime, rivendicando la libertà dalla censura
    e la libertà dell’informazione, segnando così la stagione delle svolte.


    Non solo Kundera alzò la voce a difesa della sua e dell’altrui penna e della cultura, ma anche il drammaturgo Pavel Kohout che definì vergognoso il ruolo svolto dalla censura. Con loro anche Alexander Kliment, neanche iscritto al partito, che richiamò l’attenzione sulla libertà di opinione e sulla responsabilità degli scrittori, Kohout promotore della lettura della lettera censurata inviata da Alexsander Solzenicyn, il più noto critico del regime sovietico, al congresso degli scrittori russi.

    milan_kundera.jpgIl giorno successivo fu la volta di Ivan Klima, Antonin J. Liehm, Josef Skvorecky, Vaclav Havel, costui componente del movimento per i diritti civili “Charta 77” fondato appunto nel 1977, imprigionato per il suo impegno politico dissenziente e divenuto poi ultimo presidente della Cecoslovacchia e primo presidente della Repubblica Ceca dopo la separazione dalla Slovacchia, in carica per due mandati fino al 2003. In particolare il discorso di Ludvik Vaculik, autore del celebre e rappresentativo “Manifesto delle Duemila Parole”, portò alla ribalta la questione dei diritti umani, criticando aspramente la censura e il regime.

    Raccontato da  Jaroslav Formanek in un articolo apparso sulla rivista della Repubblica Ceca “Respekt” e ripreso dal settimanale “Internazionale” di fine maggio scorso, la ribellione degli scrittori cechi assume dimensioni significative nella storia recente dell’Europa. Dunque la cultura e la letteratura divengono sentinelle di quel cambiamento che nella Cecoslovacchia di allora assunse il volto del primo segretario del partito comunista Alexander Dubcek, promotore di riforme tra cui la soppressione della censura, l’abolizione della pianificazione rigida e il decentramento dei processi decisionali. Qualcosa stava cambiando nella sinistra europea e quegli avvenimenti, come la precedente sanguinosa repressione sovietica della rivolta ungherese del 1956, avrebbero segnato il destino di un socialismo democratico per niente gradito dalla potenza sovietica di Breznev. Prima di giungere a Danzica, in Polonia agli inizi degli anni Ottanta, la repressione russa giunse anche a Praga nell’agosto del 1968, dove i carri armati tornarono dopo 20 anni. Il gesto emblematico del giovane studente Jan Palach, datosi fuoco in piazza San Venceslao per protesta contro l’occupazione sovietica, rappresentò l’opposizione dell’Unione Sovietica al cosiddetto “socialismo dal volto umano”, ossia al nuovo modo di intendere il sistema politico ed economico e di coniugarlo con lo spirito di fondo della rivoluzione socialista. Dubcek tornerà a ricoprire un incarico pubblico dopo la caduta del muro di Berlino e il crollo dei regimi comunisti nell’Est Europa, diventando nel 1989 presidente dell’Assemblea Federale cecoslovacca.

     

    temp-lamp.jpgUn salto indietro nel tempo, in una delle più belle capitali europee e protagonista della cosiddetta “rivoluzione di velluto” che segnò il distacco dei paesi dell’Est Europa dal blocco comunista. Raccontata nella pagine di “Praga Magica” dello scrittore palermitano Angelo Maria Ribellino, la città si è sempre caratterizzata per una vita culturale viva e di spessore. La vita culturale e storica della città d’oro conosce il proprio culmine sotto l’impero di Rodolfo II degli Asburgo, sovrano che regnò dal 1583 al 1610 e che diede alla città un grande identità culturale, tralasciando, non senza conseguenze gravi, l’aspetto politico di una città destinata a soccombere e patire dominazioni e incursioni. Egli infatti, smanioso di conoscenza, vinto dalla curiosità e molto attratto dall’alchimia, dalla scienza dell’occulto, dalla magia e da tutto ciò che riguardasse il mistero e il tenebrismo, accolse a corte, cosa insolita e scandalosa ai quei tempi, il rabbino Judah Loew ben Bezalel, creatore del Golem (omino in terracotta) di Praga,. La leggenda narra, infatti, che tale omino in terracotta, creato dal rabbino Loew, si ingigantì, minacciando i suoi artefici e ribellandosi al creatore.  

    “Città d’oro”, uno degli innumerevoli appellativi con cui è definita, Praga, è stata segnata tragicamente dalla storia, contraddistinta da una vitalità repressa, ma allo stesso tempo caratterizzata dalla volontà di ricominciare. Vibrante di fascino nascosto e di mistero senza luogo e senza tempo, insieme a Torino e Lione è considerata una città del “triangolo magico” dove il leggendario drago poggia la propria coda e in cui il tenebroso e l’arcano sono realmente palpabili. Praga è, però, anche una delle capitali europee più suggestive con il fiume Moldava, linfa che la attraversa, la nutre, il cui melodioso gorgogliare la culla, e con le sue numerose “punte” che incontrano il cielo, ossia le torri che le valgono l’appellativo di “città dalle cento torri”. Famosa per i suoi cristalli di Boemia e la tradizione dei suoi maestri artigiani, ricca di bellezze artistiche e architettoniche, di capolavori gotici, barocchi e moderni, di monumenti, di musei, di gallerie d’arte, di antiquari, di caffè e di sale da concerto, ha riempito le pagine di Franz Kafka e di Milan Kundera, ha ispirato Mozart che compose lì alcune aree del “Don Giovanni” e altri musicisti. Ha ospitato i poeti Dylan Thomas, Paul Verlaine e Arthur Rimbaud.

    Raccontano della sua unicità e della sua intensità i castelli, i palazzi, le piazze, le strade, le sinagoghe e le chiese. Ha contagiato anche la gastronomia intrisa di sapori sofisticati e di tradizioni popolari esaltati dal gusto della birra. 

    voltava_fiume.jpg “I poeti tedeschi di Praga traggono linfa dai miti, dalle leggende, dalla topografia della città (..) Fanno di Praga una metropoli occulta, irreale (…)” scrive Angelo Maria Ripellino. Praga, indimenticabile intreccio di luoghi che si mostrano affascinanti e fiabeschi, e ambigui e misteriosi al tempo stesso, è la “Città per cui vagano gli alchimisti, gli astrologi, i rabbini, i poeti, i templari, gli angeli e i santi barocchi, i marionettisti, gli spazzacamini”, scrive Josef Capek, ed è la “streghesca città” di Apollinaire. Ma è anche alimentata da quella “sete di favola, dai suoi momenti pierrotici che coincidono con l’incolumità dell’infanzia”, dice Kafka. Nezval la descrive come un “nero lago di tetti stellati” e Milos Jiranek la vede come “triste e tragica che si muta nella luce d’oro del tramonto in una bionda bellezza fiabesca, in un solo prodigio di luce e di fulgore”.  Luci e ombre, quindi, splendore e tenebre, cultura e leggenda, identità forte e coraggiosa e dolore palpabile e profondo. Chi è stato a Praga e ne conosce le strade, i castelli e quant’altro in essa si trovi, crederà di sentirne, una volta via, una nostalgia instancabile. Fu definita la Roma di Boemia, per le sua valenza storica e culturale, e la Venezia praghese, per la sua falsa isola, Kampa, che ispirò il poeta Vladimir Holan. Si tratta in realtà di una porzione di terra lambita da due corsi d’acqua, il Moldava e il leggendario canale del diavolo (in lingua ceca Certovka), e sottostante al Ponte di San Carlo che poggia su di essa quattro suoi pilastri. Lo stesso Nietzsche in “Ecce Homo” scrive: “Se cerco un’altra parola per dire musica, trovo sempre e solamente Venezia….se cerco un’altra parola per dire arcano, trovo soltanto la parola Praga…”.

    Il Ponte Carlo (Karluv Most in lingua ceca) unisce Nové Mesto, ossia il quartiere di Mala Strana –  con la sua Chiesa barocca di San Nicola, e il Castello di Hradcany, le cui mura accolgono il Vicolo d’Oro ossia le casette degli alchimisti che lavoravano l’oro e dove Kafka visse per un po’, il Palazzo Reale, la Cattedrale gotica di San Vito, con la sua porta d’oro e il suo campanile –  alla città vecchia Staré Mesto – dove Kafka trascorse un periodo della sua vita e in cui si trovano il Municipio e la sua piazza, l’Orologio Astronomico, la Chiesa gotica di Tyn, la Torre delle Polveri, la moderna Casa Civica, Piazza San Venceslao e il Ghetto ebraico, dove Kafka visse a lungo. Ogni angolo della città ha la sua leggenda, la sua storia e la sua malinconia; custodisce un intreccio di misteri e tradizioni celando, dietro quel manto fiabesco, l’infinito fascino di un’inesauribile favola già raccontata a più voci ma destinata ancora ad essere tramandata e a decantare per secoli.