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    Aborto: una questione di coscienza individuale o sociale?

    aborto

    di Anna Foti 

    Il rapporto tra la vita del nascituro e la libertà di scelta e autodeterminazione della donna incardina un conflitto oppure costituisce una relazione in cui l'unico diritto a dover essere protetto è quello della donna? Che sia un conflitto, nel nostro ordinamento dotato di una legge che lo regolamenta e non lo vieta, è innegabile. Tralasciando le questioni etiche rimesse alla coscienza di ciascuna donna, spesso lasciata sola dal padre del bambino in arrivo, è ella stessa ad esercitare in piena libertà il suo diritto nei limiti previsti dalla legge. La 194 del 1978 interviene, infatti, per stabilire da quale momento prevale il diritto della madre e da quale quello del nascituro.


    Nella fase di prevalenza del diritto di scelta della donna, tuttavia, la questione è tutt'altro che priva di criticità. Pur senza ricorrere a questioni di carattere morale o religioso legate alla convinzione, di non poco conto, per la quale la vita esista fin dal momento del concepimento e trascurando, in questa sede, i casi in cui al vita stessa della donna o del bambino siano repentaglio, proprio in questa fase di prevalenza risulta fondamentale identificare l'ago della bilancia. Ciò per individuare il portatore di quel pregiudizio ai diritti della donna che la legge ha inteso qualificare come tale, riconoscendo in capo alla stessa la possibilità di decidere nei primi tre mesi. Si tratta dell'embrione, vita o non vita che sia, che dunque stravolge l'assetto di un'esistenza, condiziona il futuro e i progetti di una vita. Oppure di uno Stato che, pur assicurando un accesso libero, anonimo, sicuro alla pratiche interruttive della gravidanza, non parimenti garantisce informazione e adeguate alternative. Oppure, ancora, si tratta di una società, che riproduce in ogni famiglia i propri pregi e le proprie vergogne, che associa al pancione la peccaminosa lettera scarlatta. In base alla propensione dell'ago, muta tutta la prospettiva; non solo la nostra ma anche e soprattutto quella delle ragazze e delle donne per le quali la legge dovrebbe costituire “una” possibilità non “l'unica possibilità”. Chi vuole affrontare la questione senza facili e banali semplificazioni, deve imparare a guardare con gli occhi di queste donne e di queste ragazze. Una riflessione, questa, che vuole contribuire al dibattito politico in corso che vede forze opposte impegnate ad affossare o a difendere una legge necessaria ma non pienamente applicata e, dunque, non risolutiva della questione. Sarebbe opportuno confrontarsi sulla qualità del diritto effettivamente riconosciuto alla donna. Se non la presunta vita di un embrione, su cui la scienza non soccorre e, dunque, alla coscienza individuale è data facoltà di prevalere, cosa potrebbe indurre ad interrompere la gravidanza senza che questa scelta sia in realtà frutto di altre dinamiche che la le stessa legge contempla come cause da rimuovere e dunque non legittimanti di per sè l’aborto. Il nostro paese si è dotato di uno strumento legislativo che dovrebbe porre la società in cui viviamo in una dimensione di maturità e libertà dal pregiudizio. Ma siamo davvero sicuri cha sia così? E’ necessario, dunque, chiedersi se nonostante l'esistenza della legge 194, a queste donne sia riconosciuto un effettivo diritto di decidere, in tutta libertà e in tutta coscienza come la legge prescrive e si propone di garantire. Bisogna pretendere che la scelta di non interrompere la gravidanza avvenga senza che ciò comporti la perdita del lavoro, il compromesso del matrimonio, il giudizio della propria famiglia, il rischio di non potersi mantenere, l’etichetta di “ragazza poco seria” se non coniugata e in “quelle condizioni”. Questo garantirebbe il diritto alla vita oltre che la scelta, cui la legge riconduce i requisiti di libertà, volontarietà e responsabilità, della donna. Se così alto rimane il prezzo per la decisione di essere madri, come possiamo parlare di libero esercizio del diritto di autodeterminazione. Qui parliamo di una sopravvivenza spesso lacerante e dolorosa che non ha affatto il sapore di libertà e indipendenza. Oggi, è vero, esistono e funzionano i consultori, vigono politiche di sostegno alla maternità e all’infanzia, si può partorire anonimamente e dare poi il bambino in adozione, ma ciò non basta perché esistono anche il lavoro nero e il pregiudizio. Ancora siamo al punto di dovere proteggere la donna nella fase precedente al parto, laddove c'è il passaggio più difficile che l'esistenza della legge dà solo l'illusione di facilitare. La scelta di non essere madre può essere traumatica se non assunta nell'esercizio sereno di un diritto assolutamente inalienabile di scegliere come autodeterminarsi. In questi casi, che non sono pochi, alla luce di queste considerazioni, non è l'embrione il portatore del pregiudizio ma il contesto sociale e familiare in cui la donna si trova. Dunque si tradisce lo stesso senso della legge 194 che riconosce alle donne, poste nelle condizioni di assumere una scelta libera e responsabile, il diritto di decidere e non quello di risolvere dolorosamente “un problema”. Esiste la concreta possibilità di trovarsi in un contesto che, in assenza di alternative, paradossalmente viola la libertà di scelta della donna, inducendola ad abortire “perchè tanto la legge lo consente”, violando, per chi ci crede, anche il diritto alla vita del nascituro. La questione è dunque molto complessa. Da un lato la difesa ad oltranza della legge 194 per proteggere il diritto della donna da uno Stato che tenderebbe a violarlo, accaparrandosi uno spazio che non gli spetta e che le donne hanno coraggiosamente conquistato anni addietro. Dall'altro la moratoria sull'aborto che riconosce un’ assolutezza ed un’esclusività al diritto del nascituro che non considera le innumerevoli implicazioni intimamente legate alla sfera personalissima della madre. Dunque uno scontro inconciliabile tra estremi che non può giovare alla questione. Sono lasciati fuori aspetti determinanti. La relazione tra il diritto alla vita dell'embrione e il diritto di autodeterminazione della donna trae la propria origine da un dilemma che ha radici profonde e che da sempre interroga le coscienze. Tuttavia esiste il rischio concreto che il fermento pre-elettorale di questo momento travolga la questione, riducendola ad uno spot che molto poco si addice alle profondità e alla complessità delle problematiche coinvolte. Se dunque è legittimo che parti politiche vogliano confrontare le diverse posizioni e che da queste posizioni emergano consensi o dissensi, è anche opportuno che la tematica venga affrontata esaurientemente. La questione aborto presenta uno scenario complesso su cui neanche la scienza ha dato risposta ma a cui la legge, ci rendiamo conto tutti, deve darne una. Allora è forse saggio domandarsi come questo possa avvenire, dato che nuclei di valori e principi sono inesorabilmente intaccati. Rimane, allora, da chiedersi se non sia necessario, nell’assumere o meno una posizione su una questione divenuta oggetto di campagna elettorale, assicurare che l’aborto non sia praticato per paura, per soggezione, per evasione, per sopravvivenza alla vergogna e all’altrui giudizio. Tutto questo non ha niente a che fare con la libertà che la legge riconosce e tutela. Il punto è che quella stessa legge si pone rispetto ad un tale spinoso contesto, comunque, come un’alternativa. Se così fosse, mi chiedo dove sia la questione di coscienza che possa legittimare un intervento talmente irreversibile e irrimediabile. Qui non si tratterebbe di coscienza individuale ma della “coscienza incosciente” di un’intera società.