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    Potenza, prorogate le indagini sul traffico di rifiuti radioattivi

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                                di Gianluca Del Gaiso

    Il Tribunale di Potenza proroga le indagini di altri sei mesi sulla maxi inchiesta per traffico di rifiuti radioattivi che vedrebbe coinvolte anche le ‘ndrine della provincia reggina. Ma andiamo per ordine. Innanzitutto la notizia. Tecnicamente la decisione del gip Geraldina Romaniello è importante perché conferisce al pm della DDA Francesco Basentini, titolare dell’inchiesta, la possibilità di andare avanti. Novità assoluta poi, la possibilità di mantenere sulla


    vicenda il massimo riserbo, decretando dunque gli atti. "Una decisione, commenta Nuccio Barillà, del direttivo nazionale Legambiente e tra i promotori del "Comitato per la Verità" che rappresenta una attesa, buona notizia”. Già, perché in questo modo, si allontana “il pericolo di far calare definitivamente il sipario su una vicenda inquietante che va avanti da circa dodici anni”. Lasciando invece “aperta la speranza che possa essere squarciato il muro di gomma attorno al presunto intrigo radioattivo che riguarda il centro Enea della Trisaia e alle interconnessioni con la criminalità organizzata”. E fondamentale dice Barillà, “sarà in particolare poter verificare nel prosieguo dell'inchiesta, l'attendibilità del pentito (dell’inchiesta, ndr) in relazione al coinvolgimento della 'ndrangheta calabrese nello smaltimento illegale di scorie radioattive con la complicità di apparati dello Stato. Sarebbe oltretutto questa la chiave di volta per fare piena luce su tanti altri "affari sporchi" che riguardano anche la Calabria. A cominciare dalla vicenda Rigel”. E qui siamo all’inchiesta vera e propria. L’indagine potentina, dicevamo all’inizio, muove i suoi primi passi oltre dodici anni fa e vorrebbe la Calabria e nello specifico quella delle cosche della provincia reggina nell’area di Platì, al centro della sua inchiesta. Un impianto accusatorio ampio che tra le sue ipotesi vuole proprio quel reato di traffico di sostanze radioattive. Dieci al momento le persone raggiunte da avvisi di garanzia. Otto direttori del Centro di Trisaia (ex Cnen – Enea) e due soggetti ritenuti affiliati a clan calabresi. Se è vero che di “pura fantascienza” parla uno dei dirigenti coinvolti, fondamentale ancora invece resta la figura del pentito dell’inchiesta che avrebbe finora avvalorato l’intero impianto accusatorio. Nel memoriale dell’uomo, si parla di accordi tra servizi deviati, politica e ‘ndrangheta calabrese per smaltire scorie nucleari. Rifiuti ad alto rischio, all’epoca proprio di base in quel centro della Rotondella. Fusti che avrebbero dovuto essere “fatti fuori” tra la Basilicata e la Somalia. Nella notte tra il 10 e l’11 gennaio del 1987 racconterà il pentito nel suo memoriale pubblicato da “L’Espresso”, una quarantina di camion avrebbero raggiunto i capannoni del centro. Quasi seicento barili di rifiuti tossici, prelevati nottetempo e fatti scomparire tra la Somalia e le campagne della Basilicata (Pisticci e Craco). Vero è però che per ben due volte in momenti diversi in questi anni gli inquirenti sono andati a cercare riscontri nei luoghi indicati dallo stesso pentito. Entrambe le volte i barili di scorie radioattive, presunti sepolti, non sono stati trovati. Un depistaggio voluto, avrebbe poi ribadito lo stesso. Adesso la novità di una proroga dei tempi dell’inchiesta. Un tempo che potrebbe disegnare una vera svolta per l’indagine. “Chiediamo pertanto – conclude Nuccio Barillà- che a disposizione dei magistrati potentini vengano messi tutti gli strumenti tecnologici e le risorse umane occorrenti per individuare i "corpi del reato" e accertare la verità dei fatti” una volta per tutte.