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    La “liquichimica” ed il “pacchetto Colombo”: storia di due fallimenti

    colombo

                                            di Anna Foti 

    Circa duemila miliardi di lire per porre la Calabria all’avanguardia nel settore chimico e siderurgico. Quasi quindicimila i posti di lavoro auspicati, diecimila solo nella provincia di Reggio Calabria, e impiegati nella misura di 7500 unità nel centro siderurgico, il quinto d’Italia, che avrebbe dovuto sorgere a Gioia Tauro,


    e nella misura di 7300 unità nell’industria meccanica (Efim) e in quelle chimiche (Sir a Sant’Eufemia e Liquichimiche di Lamezia e Saline Joniche). Previsti anche gli impianti della Liquigas a San Leo e un’industria tessile a Castrovillari. Non da ultima, l’Università di Cosenza. Siamo negli anni settanta, ai tempi del pacchetto Colombo (nella foto) , e ancora oggi ad avere dei conti aperti con un presente incerto è la storia di quella ciminiera arrugginita alta 175 metri che, come una cattedrale nel deserto, domina la strada statale Jonica 106 nella provincia reggina. Seppure dubbi non sussistano sul fallimento di una serie di passati investimenti in questa zona, il presente offre una scenario sul quale si alternano i progetti più diversi. Accanto alle proposte della Provincia che intenderebbe valorizzare le fonti di energie rinnovabili e costruire un parco acquatico per rilanciare il turismo, esattamente controcorrente si pongono gli intenti della multinazionale svizzera Sei che, secondo Legambiente avrebbe già condotto uno studio ambientale per verificare la fattibilità della realizzazione di una centrale a carbone di 1200 megawatt di potenza. Nei confronti di questo intento fioccano da più parti le contestazioni per fermare la realizzazione di quello che alcuni definiscono un eco-mostro, inquinante e incurante delle raccomandazioni del protocollo di Kyoto di ridurre dell’utilizzo di energia fossile, causa principale dell’effetto serra. Un impianto necessario, invece per altri, per cominciare a determinare l’autonomia del paese dal petrolio e rendere i prezzi maggiormente competitivi. Un dato di fatto è che tale progetto pare non essere stato mai stato approvato o sostenuto da alcun ente locale. Rimane da capire, allora, come questa multinazionale abbia potuto compiere questi studi di sostenibilità. Il mistero è comunque di casa in questa area del litorale jonico e a dimostrarlo sono i fatti.  Il cosiddetto Pacchetto Colombo contenente qualcosa come due mila miliardi di lire per la Calabria, disposto dall’allora ministro dell’Industria Emilio Colombo, avrebbe dovuto segnare la svolta della nostra regione e della sua più antica città, Reggio. Invece si rivelò un misero fallimento oltre che un’offensiva banalizzazione delle istanze di un territorio e un inaudito spreco di denaro e risorse. Quasi nulla, infatti, fu realizzato di quanto deciso dal Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica (Cipe) per “accontentare” la città di Reggio Calabria, attraversata nell’estate del 1970 dai moti e già beffata per l’assegnazione alla città di Catanzaro del capoluogo di regione. Nulla fu mantenuto in un lembo di terra anche illuso da un porto capace di accogliere navi per 40 mila tonnellate di stazza, mai decollato e adesso insabbiato, mentre a livello internazionale l’Italia per la sua posizione geografica è chiamata a investire per rilanciare la competitività dei porti in area Mediterranea. Altra pagina dolente è rappresentata da una delle dieci Officine Grandi Riparazione (OGR) delle Ferrovie dello Stato, la più imponente del centro sud Italia che, con un investimento di circa trenta miliardi di lire, avrebbe dovuto offrire lavoro a 1000 dipendenti e invece ne assorbì appena cento prima di chiudere e, adesso, essere al vaglio di ipotesi commerciali, come è stato per la multinazionale svedese Ikea. Lo stesso Luigi De Sena, già prefetto di Reggio Calabria, aveva assicurato che “nessuna ipotesi estranea ad uno sviluppo industriale e produttivo sarebbe stata consentita in quell’area, indubbiamente appetibile per molti”. Siamo in Calabria e di protezione da mani sbagliate e da speculazioni c’è bisogno specie se, ripercorrendo a ritroso la storia, ricordiamo che a costruire la Liquichimica e le OGR furono i Costanzo, cavalieri del lavoro catanesi entrati poi in affari con la cosca locale Iamonte. Ma torniamo ai misteri. Il quinto centro siderurgico nella Piana di Gioia Tauro non venne mai realizzato a causa della crisi internazionale del settore dell’acciaio. La Liquichimica di Saline Joniche, frazione del comune reggino di Montebello Jonico, fu cassata ancora prima di aprire battenti, per essere destinata a produrre cento tonnellate annue di una bioproteina sintetica, dichiarata dal ministero della Sanità cancerogena. Un’informazione così importante non fu raccolta prima di un investimento di circa 250 miliardi di lire che ha continuato a gravare sullo Stato per vent’anni. Questo infatti il periodo per cui sono stati corrisposti gli stipendi ai 550 dipendenti assunti nel 1977 che hanno dato vita alla cassa integrazione più lunga del nostro paese. Lo stabilimento fu completato nel 1976 per non funzionare mai e costare, comunque, 2 miliardi di lire di stipendi ai cassa integrati. “Ma il progetto era serio e il tradimento è stato legato a oscuri motivi politici”. Lo dichiara Enrico Benedetto, primo direttore della Liquichimica, in una recente intervista rilasciata a Gazzetta del Sud. 700 mila metri quadrati (2 chilometri lungo la costa per 400 metri di profondità) comprensivi di centrale elettrica, serbatoi, laboratori chimici, vasca per il raffreddamento delle acque, collegamento ferroviario e portuale con nuove infrastrutture. Il tutto costruito solo per essere oggetto di manutenzione straordinaria. Si trattava di impianti all’avanguardia e di notevole interesse scientifico. I laboratori erano destinati ad ospitare collaborazioni tra le università del Sud nel campo delle biotecnologie. Inoltre la produzione complessiva della fabbrica avrebbe dovuto riguardare anche la lavorazione della più grossa produzione mondiale di normalparaffina derivata da petrolio, allo scopo di trarne componenti chimici per la detergenza e bioproteine da destinare all’alimentazione animale. Il progetto produttivo di Saline Joniche infatti era collegato a quello di un’altra fabbrica sorta nel triangolo siracusano Augusta – Priolo – Melilli, anch’essa realizzata con finanziamenti pubblici, chiusa alcuni anni fa dopo aver intossicato l’ambiente. Amara consolazione è che almeno l’aria a Saline Joniche sia rimasta pulita. Mente di questo progetto l’Eni e Raffaele Ursini, ex finanziere e amministratore della Liquigas, originario di Roccella Jonica e coinvolto in inchieste giudiziarie. Altro anello di congiunzione tra le fabbriche calabrese siciliana è l’attività di manutenzione conservativa, oggi straordinaria, espletata presso la fabbrica di Priolo e per trent’anni anche in quella di Saline. Lo stesso Italo Pina, direttore della Liquichimica fino al 1996 dichiarava, in un articolo di Agostino Gramigna pubblicato sul settimanale di approfondimento Sette, che la fabbrica “non produceva niente ma andava salvaguardata”. Come se questo potesse essere sufficiente a non far ritenere l’investimento del pacchetto Colombo un irreversibile fallimento. Tuttavia i soldi furono spesi e qualcuno li ha guadagnati. La fabbrica fu costruita e ad occuparsene furono i Costanzo, catanesi sbarcati in Calabria nel 1975. A precederli fu il primo dei quattro Cavalieri del Lavoro catanesi giunti nella nostra regione, Francesco Finocchiaro che ebbe in appalto negli anni Settanta la costruzione degli Ospedali Riuniti. Furono infatti i Costanzo, affidatari successivamente anche dei lavori per la realizzazione dell’enorme complesso delle Officine Grandi Riparazioni, ad aggiudicarsi i lavori che poi subappaltarono alla cosca del luogo capeggiata da Natale Iamonte. Ma i contatti tra costoro andarono ben oltre. Pare infatti che i Costanzo cominciarono allora a rifornirsi dalla ditta di Calcestruzzo Gercam, di proprietà Iamonte, sostituta dalla Fontana, solo formalmente intestata ad altri, successivamente alla legge Rognoni-La Torre che nel 1982 introdusse la confisca di immobili e aziende come misura di prevenzione patrimoniale per reati mafiosi. Non è forse superfluo ricordare che è di quegli anni l’indagine condotta dal giudice Agostino Cordova che mette in luce i traffici di armi e stupefacenti e i collegamenti tra le cosche catanesi e quelle reggine, con particolare riferimento ai rapporti tra Paolo De Stefano e Nitto Santapaola. Lo stesso porto di Saline non sarebbe nuovo ad approdi di carichi di armi e stupefacenti. L’intreccio ha sempre gli stessi protagonisti ben mimetizzati, ben radicati nel contesto e ben insinuati nelle manovre di governo, specie in quelle finanziarie. Forse non resta molto di cui meravigliarsi, allora, se gli epiloghi sono, poi, talmente disastrosi. Intanto ciò che è sotto gli occhi di tutti è un’intera area degradata, oggetto nel tempo di tentativi falliti di industrializzazione, compreso quello degli anni novanta denominato SIPI (Saline Joniche Progetto Integrato). Un’area industriale nel 2004 smantellata, con annessa vendita dei macchinari, e infine sequestrata nello stesso anno dal Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri per un’eccessiva presenza di amianto. Una vicenda tanto infinita, quanto svilente. Una cattedrale in un deserto che prima di appartenere ai luoghi circostanti, appartiene alle persone che l’hanno resa, e la rendono ancora oggi, possibile e ancor prima alle coscienze. Ancora più amaro è pensare a quanto la nostra realtà avrebbe avuto un bisogno vero e autentico di quell’ingente investimento finanziario.