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    Dalla Bastiglia ai Moti. Non c’è più tempo per la rivoluzione!

    bastigliaC'erano più motivi per ribellarsi nel 1489, nel 1848, nel 1970 oppure oggi?

    La domanda è più precisa di quanto possa sembrare. Intanto compiamo una scrematrua. Tralasciamo la presa della bastiglia, i moti di indipendenza e le cinque giornate, e veniamo agli anni '70.

    L'inizio del regionalismo italiano. I costituzionalisti chiamano "lacuna istituzionale" la situazione in cui la previsione di esistenza di un istituto –  sancita nella carta costituzionale – non ha ancora trovato concreta attuazione.


    C'erano più motivi per ribellarsi nel 1489, nel 1848, nel 1970 oppure oggi?

    La domanda è più precisa di quanto possa sembrare. Intanto compiamo una scrematrua. Tralasciamo la presa della bastiglia, i moti di indipendenza e le cinque giornate, e veniamo agli anni '70.

    L'inizio del regionalismo italiano. I costituzionalisti chiamano "lacuna istituzionale" la situazione in cui la previsione di esistenza di un istituto –  sancita nella carta costituzionale – non ha ancora trovato concreta attuazione.

    Dal dopoguerra è capitato con l'istituzione del CSM, con la definitiva composizione della Corte Costituzionale, e in ultimo con le Regioni.

    In particolare queste vennero previste, ma la Costituzione non stabiliva i capoluoghi ed altri "dettagli".

    Dunque non rileva in questa sede come e perchè fu scontato che – in ciascuna regione – la città più popolosa, più espansa sotto il profilo produttivo e – diciamolo pure – la più rappresentativa per indotto culturale e storico divenisse il capoluogo.
    Non ci occuperemo nemmeno di dispute come quella abruzzese tra le città di L'Aquila e Pescara.

    Lì non accadde quello che invece qui esplose con dirompente forza, inattesa compattezza ed altrettanto inaudita indifferenza si spense affogato dalla tiepida e bonaria acqua dell'assistenzialismo.

    Lo stesso che anziché offrire – o restituire, questo tema è ancora dibattuto – il maltolto ha solo creato la nota "occasione" che "ladra", autoreferenziale, egoista e inconcludente, ha resto la politica di questo lembo della penisola calabrese.

    Storici, giornalisti, politologi e testimoni diretti concordano essenzialmente sul fatto che la popolazione intera percepì lo "scippo" e la portata devastante – sul piano occupazionale – delle conseguenze che la perdita del titolo di "capoluogo" avrebbe portato dietro di sé.

    Sempre l'essere ben più accreditati gli scrittori e i giornalisti che hanno attenzionato i fermenti sociali e culturali dei "Fatti di Reggio" sconsiglia – e poco diplomaticamente – l'avventurarsi in ricostruzioni che sarebbero lacunose e comunque già note.

    La domanda è un'altra. Dopo trentotto anni pensare di cambiare lo status quo è da pazzi, inegnui e un po' ignoranti.
    Lo impedisce una legge (non riporto la procedura aggravata necessaria alla modificazione di un capoluogo di Regione) e lo impedisce una macchina amministrativa i cui difetti sono ben "collaudati". Una burocrazia che è già riuscita a formare su di se una "ruggine" di stabilizzazione impenetrabile a qualunque tentativo di scalfitura.

    Di più. Se al termine della costruzione della famosa "Cittadella Regionale" qualcuno azzardasse lo spostamento a Catanzaro dopo 40 anni del Consiglio Regionale non mi sorprenderei. Anzi con una bella dose di terzietà, dai fatti, dai luoghi e dalle persone, verrebbe da considerare i tempi "maturi" affinchè ciò avvenga. Anche contrariamente da chi ritiene spostato sull'asse Cosenza-Reggio il potere decisionale che prima correva esclusivamente su quello Catanzaro-Lamezia.

    Nel frattempo l'economia di Reggio soffoca sotto una cappa di stasi imposta dalla 'ndrangheta (che evidentemente i "piccioli" li tiene, ma li spende altrove) e frutto anche di un fatto che ha responsabilità in ciascuno dei suoi abitanti.

    Dopo tre decenni e un lustro la classe politica non è riuscita a dare impulso ad attività che potessero compensare la ricaduta occupazionale della mancanza del capoluogo. Ed i soldi – nessuno potrà dire che  non è così – non sono mancati. Al contrario sono stati anche troppi.

    Anche se in città un vento in senso contrario – se concentrati – si riesce a percepire. Nulla è cambiato. Il panorama nazionale – per di più – è gravemente peggiorato. Al Parlamento si voterà solo per avallare le scelte dei segretari dei partiti auto-nominati. La Giustizia non funziona. La libertà di informazione è peggio che in Madagascar. Negli ospedali sai come entri e non sai come esci. Si mette su una famiglia per poi vedere i figli andare lontano da casa senza speranze per il futuro nella città in cui sono nati.

    Forse è finita la voglia di spingere i muri. Forse non ne vale la pena. Forse è meglio – più di ieri – farsi gli affari propri.

    Tra l'estate del 1970 ed oggi che differenza c'è?
    Che è inverno e pronto a scendere in piazza non c'è più nessuno. Come dice una canzone… Dio è morto!

    Antonino Monteleone